Palma d'oro all'ipocrisia

Interviste impossibili: olio di palma, demonio devastatore del pianeta, o bersaglio strumentale di azioni lobbistiche tutt'altro che trasparenti?

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Interviste impossibili: l'olio di palma

L'olio di palma è al momento l'olio vegetale più utilizzato al mondo, soprattutto per scopi bioenergetici, rappresentando poco meno del 40% dell'intera produzione globale di materie grasse vegetali. Il tutto, utilizzando meno del 7% delle superfici coltivate a oleaginose. Per giunta, contrariamente a ciò che si afferma descrivendo l'olio di palma quale business esclusivo di giganti multinazionali, esso viene prodotto per il 40% da tre milioni di piccoli produttori che spesso non arrivano all'ettaro di superficie. Rappresenta cioè una coltura fondamentale per il reddito e per l'agricoltura di ampie aree geografiche.

Su esplicito suggerimento del "Marketing del Senza", e per meglio comprendere i fatti relativi al tema "olio di palma", AgroNotizie ha quindi deciso di intervistare proprio lui. Perché di campane se ne devono sempre sentire almeno due, visto che la prima, quella ecologista, pare l'unica ad aver monopolizzato l'opinione pubblica in modo spesso discutibile.

Caro olio di palma, comprendo che per Lei sia un terreno, per così dire, scivoloso, ma cosa ha da dire sui messaggi negativi che continuano a circolare sui prodotti alimentari che La contengono?
"Non me lo dica… Una gazzarra inaudita per me, uno dei grassi più utilizzati al mondo. Ormai sono ben poche le marche di biscotti e di altri prodotti da forno che non ostentino il claim 'Senza olio di palma', come se la mia assenza fosse garanzia di maggior salubrità dei loro prodotti".

E invece?
"E invece niente. Se uno mangia dieci biscotti anziché cinque, solo perché legge che io non ci sono, mica si sta facendo un regalo. Le calorie sono sempre calorie e non è mica detto che i grassi sostitutivi siano migliori di me. Anzi…".

Anzi? Quindi c'è di peggio?
"No, senta, non iniziamo col peggio e col meglio. Non esiste meglio o peggio, esiste solo la misura e la mancanza della medesima. Io sono un grasso, quindi vado assunto con buon senso. Un eccesso di grassi favorisce il sovrappeso e questo già di per sé è un danno alla salute. Per non parlare dei carboidrati presenti in quei medesimi prodotti, anch'essi calorici ma che sembrano all'improvviso una ventata di salute se ad essere defenestrato sono stato proprio io".

E se non mettono Lei, cosa ci mettono?
"Altri grassi, percepiti però come salutistici quando invece hanno pure loro una serie di criticità".

Tipo?
"Tipo l'olio di cocco. Ha più grassi saturi di me, anche lui viene prodotto dove prima c'erano foreste, ma stranamente nessuno si scalmana contro questo mio lontano cugino. Oppure i grassi idrogenati partendo da oli vegetali polinsaturi".

Prego?
"Sì, è possibile per via industriale idrogenare degli acidi grassi polinsaturi, quelli degli oli di semi tanto per dire, per renderli più adatti a certe lavorazioni. Io vado bene alle industrie perché a temperatura ambiente sono quasi solido, quindi un biscotto lo tengo bene insieme rendendolo bello morbido e appagante al palato quanto a consistenza. Ci provi un po' con un olio di girasole o di colza, se ci riesce, che a temperatura ambiente sono liquidi".

Quindi, c'è chi non mette olio di palma, ma per sfruttarne le caratteristiche ne crea una sorta di copia nelle proprie fabbriche?
"Fattibilissimo, mi creda. Poi, va da sé che è tutto da discutere se tale pratica sia condivisibile, visto che alla fin fine equivale a fare rientrare dalla finestra un grasso saturo dopo averne buttato fuori un altro dalla porta. Per giunta aggiungendo tutta una serie di processi industriali che assorbono energia, quindi inquinano".

Concordo, ma oltre alle idrogenazioni industriali?
"Guardi, ci rido ancora adesso. Per non piangere, magari. Tempo fa lessi l'etichetta di una nota marca di biscotti. Lì, uno affianco all'altro, c'erano due claim a mio avviso incompatibili fra loro. Da un lato si annunciava tutti orgogliosi di non contenere me, quasi ciò fosse garanzia di vita eterna. Pochi centimetri più in là campeggiava l'immagine di una bella brocca di panna di latte e un secondo claim che inneggiava al gusto di quell'aggiunta, garantita 100% italiana".

E cosa ci sarebbe di male?
"Ci sarebbe che anche quella bella panna di latte contiene grassi saturi, anche più di me, ha pure colesterolo, che io non ho, e deriva da sistemi di allevamento che comunque un loro impatto ambientale pur ce l'hanno. Ovvio, non mi metto certo a competere sul gusto: io non so praticamente di niente… Ma vantarsi di aver eliminato me, ostentando poi di aver aggiunto panna, davvero, guardi, non so se c'è da ridere o da buttarsi al fiume per la disperazione".

Ma quindi, per favore, mi spieghi perché non dovremmo temere l'olio di palma nei biscotti o nelle creme spalmabili.
"Primo: voi dovete temere biscotti, creme spalmabili e dolciumi vari perché sono alimenti iper calorici e di per sé tutto tranne che dietetici. Non è mica che se uno toglie l'olio di palma poi di biscotti ne può mangiare il doppio eh? Che è l'aspetto più raccapricciante della comunicazione allarmista monotematica: far passare come colpevole d'elezione un solo componente, illudendo la gente che una volta eliminato quell'ingrediente un alimento diverrà l'Ambrosia degli Dei. Un elisir di lunga vita. Ma col cappero! Ci sono grassi anche peggiori, di cui però nessuno parla. Anzi, c'è pur che si crede guappo a consumarli al posto del palma…"

Senza parlare degli aspetti ambientali. Lì però mica ne ha tante di armi a sua difesa. Di danni ne ha pur fatti...
"Circa gli aspetti ambientali, è vero, la palma da olio ha sì preso il posto di ampie fette di foreste pluviali, ma crede forse che si sia deforestato solo per la palma da olio?"

No di certo. Dopo la deforestazione so che sono diversi gli indirizzi produttivi presi da quelle terre.
"Infatti ciò emerge bene da una ricerca svolta in Indonesia la quale ha analizzato i dati sugli indirizzi produttivi che hanno preso le superfici deforestate. Nel periodo compreso tra il 2001 e il 2016, per esempio, i palmizi da olio hanno occupato il 23% della superficie deforestata, ma è solo una delle tante colture che hanno preso il posto della foresta. Un altro 22%, secondo solo alle palme da olio, è rappresentato da colture diverse su piccola e media scala. Quella che dà cioè da mangiare alla popolazione locale, per dire. Le piantagioni di altre colture, ma su ampia scala, occupano solo il 7%. Un altro 20% è divenuto prateria. Il 14% ha invece ospitato piantagioni per il legname. Cioè di nuovo foresta, ma coltivata e periodicamente abbattuta e ritrapiantata. Una delle attività più funzionali che ci siano per l'abbattimento della CO2 atmosferica, visto che ogni volta quegli alberi ripartono da zero. A questo va aggiunto un altro 6% di 'secondary forest', cioè foresta secondaria, quella generatasi nelle aree ex-pluviali. Infrastrutture, miniere, e altre attività, occupano circa il 9%".

Questo complessivamente. E come trend?
"Negli anni i diversi indirizzi produttivi sono cambiati molto nei rapporti fra loro. Il palma ha trovato il proprio picco nel 2009, dove rappresentò la coltura che staccava decisamente tutte le altre in termini di deforestazione. Da lì, il calo. Nel 2012 era già stato superato dalle piantagioni per il legname e dall'agricoltura di piccola scala. Nel 2014 vi fu l'impennata delle praterie, le quali superarono di slancio il palma e tutte le altre coltivazioni divenendo nel 2016 la prima causa di deforestazione in assoluto: quasi 500mila ettari contro i 270mila dell'agricoltura di piccola scala e i circa 75mila di strade e infrastrutture. I palmizi da olio erano scesi a 50mila ettari circa. Un decimo delle praterie e il 18% delle coltivazioni di piccola scala".

Quindi sommando le varie voci dell'intero periodo, il 92% della superfici deforestate sono divenute agricole, forestali o pascoli, come pure il fenomeno della deforestazione avrebbe cambiato completamente faccia negli ultimi dieci anni?
"Esatto, mentre scoppiava il delirio anti-palma, la mia coltivazione stava già sensibilmente rallentando da anni, venendo ampiamente superata da altre coltivazioni passate sotto traccia. E fra queste ci sono pure le piante da fibra fa cui il cotone, per esempio. Lei ha mai visto un comitato "No-mutande"?"

Decisamente mai, tranne forse sulle spiagge per nudisti…
"Per forza, perché verrebbe da ridere a tutti all'idea di boicottare asciugamani e capi di cotone vari all'idea che provengano dalle ex foreste pluviali. Manca l'appeal, manca il senso della devastazione. E poi mancano gli aspetti sanitari da cavalcare. Senza di quelli mica si va lontani. Se ci ha fatto caso, parlando di olio di palma, se si sta discutendo di aspetti ambientali dicono subito che quelli importanti sono i sanitari. Se si discute di aspetti sanitari dicono invece che quelli importanti sono quelli ambientali. Non le sembra che il giochino dell'anguilla abbia un po' stancato?"

Sembra, sembra. Ma dal punto di vista produttivo, ha qualcosa da dire?
"Eccome se ce l'ho! La palma da olio ha una resa media che sfiora le quattro tonnellate per ettaro. Ciò significherebbe, a spanne, 4-5 volte il colza e 6-7 volte il girasole e la soia. Implica che se sostituiste tutto l’olio di palma che adesso consumate con uno dei grassi succitati, perché tanto sempre di grassi avete pur bisogno, aumenterebbe proporzionalmente il fabbisogno di terre coltivabili. In sostanza, dovreste deforestare molto di più di quanto avete fatto con me".

Beh, guardi, io mica ho deforestato alcunché…
"Ma non faccia l'ipocrita, suvvia! Crede che il milione e passa di ettari di ulivi che avete in Italia fosse lì da sempre? Anche voi avete falciato boschi per collocarvi colture alimentari, fra cui appunto quelle da olio. Quindi avete fatto danni pure voi. Solo che lo avete fatto impiegando secoli, generazioni. In Indonesia lo hanno fatto in pochi decenni, per giunta dando fuoco alle foreste - il modo più folle di ricavare superfici perché non dà scampo agli animali che ci vivono - e in un'epoca in cui le notizie fanno il giro del mondo in trenta secondi. Mica c'era Greenpeace ai tempi di Tiberio o di Costantino… Voi, al posto degli Indonesiani, avreste fatto lo stesso, ne stia certo. Quindi abbiate il pudore almeno di non ergervi oggi a garanti dell'ambiente e del Pianeta dopo che voi per primi lo avete abbondantemente impattato!".

In effetti, ha ragione. Di foreste ne abbiamo sbarbate tante anche noi e non solo per l'olio...
"Appunto. Vogliamo parlare del caffè, con più di 11 milioni di ettari globali (8 milioni solo nei primi 10 Paesi produttori), cioè poco meno dell'intera superficie agricola italiana? Cosa crede, che il Creatore abbia piazzato le piante di caffè direttamente nelle piantagioni brasiliane prima di riposarsi il settimo giorno? Un bell'accidente: ce le avete messe voi… Oppure parliamo del cacao, con 11,7 milioni di ettari? O vogliamo discutere dei quasi 26 milioni di ettari di canna da zucchero, derivata anch'essa da deforestazione? Io alla fin fine ne colleziono poco più di 21,3 milioni di ettari. Quindi come mai non contestate zucchero di canna, caffè o cacao che messi insieme fanno più del doppio della mia superficie? Glielo dico io perché: perché siete degli ipocriti che non volete rinunciare alla tradizionale 'tazzuliella' di caffè, magari con lo zucchero. Che poi se questo è di canna, magari grezzo, allora sì che vi sentite moderni, up-to-date ed ecologisti... Né peraltro volete rinunciare a mangiare una buona crema spalmabile o un biscotto al cacao. Basta che non ci sia di mezzo io, altrimenti scoppia una guerra! Ma fatemi il piacere!".

Sì, anche a me fanno sorridere quelli che si illudono di essere avanguardia culturale, ambientale e salutista, se usano zucchero grezzo di canna invece che raffinato da barbabietola. Mi sa che una delle prossime interviste sarà proprio al saccarosio. Perché anche lui di cose da dire deve averne parecchie. Però, tornando a Lei, non tutti hanno seguito l'onda mediatica, sposando il bando per ingraziarsi la clientela.
"No, per fortuna: la Ferrero per esempio ha tenuto botta. Ha organizzato convegni scientifici per approfondire i temi legati a salute e ambiente e ha proseguito a utilizzarmi. Se la immagina la Nutella con l'olio di soia?"

No, grazie, preferisco non immaginarmela. Magari poca, ma buona.
"Appunto. In più, ormai ci sono gestioni agronomiche integrate e moderne pure per i palmizi. Le industrie serie si approvvigionano solo da coltivazioni certificate. Capisce quanto sia fuorviante e disonesto il fotomontaggio dell'orango morto bruciato inserito su una fetta di pane e Nutella?"

Eccome se lo ricordo. Un'immagine agghiacciante…
"Esatto. Agghiacciante, perché quella povera bestia è stata uccisa in modo orribile e per giunta ottuso, senza dargli possibilità di scampo. Ma anche disonesta, perché ritornando alle percentuali esposte sopra ci sono maggiori probabilità che quell'orango sia morto per dare ortaggi alla popolazione locale oppure lenzuola di cotone alle popolazioni occidentali, ecologisti inclusi. Ecco, magari sarebbe interessante vedere se l'autore di quel fotomontaggio dormirebbe sereno se quell'immagine venisse stampata sulle federe dei suoi cuscini…".

No, vi è da pensare che i suoi sonni non sarebbero del tutto sereni. Lasciamo quindi l'olio di palma alle sue ambasce e iniziamo a cercare in rubrica il numero del glutine, del lattosio e del saccarosio. Perché il "Marketing del Senza" mi ha suggerito anche loro...

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: olio ambiente fake news

Temi caldi: Le interviste impossibili

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