L'olio d'oliva è uno dei simboli dell'agroalimentare europeo e, soprattutto, mediterraneo. Si tratta di un prodotto ad alto valore economico, con una filiera lunga, vulnerabile alle frodi e con aspettative elevate da parte dei consumatori. Un prodotto che ha anche una valenza culturale e salutistica.

 

Per queste ragioni la Corte dei Conti Europea ha pubblicato un Report in cui fotografa luci e ombre dei sistemi di controllo: molte regole ci sono, ma non sempre vengono applicate in modo pieno e uniforme. E in alcuni punti (in particolare sull'olio importato da Paesi extra Ue) emergono lacune che rischiano di mettere in discussione qualità, sicurezza e tracciabilità.

 

In questo scenario l'Italia ha un ruolo centrale: insieme a Spagna, Grecia e Portogallo concentra il 99% della produzione Ue e da sola pesa per il 17% (contro il 60% della Spagna).

 

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Controlli lungo la filiera e attenzione alle frodi

Nel quadro descritto dalla Corte, l'Italia viene citata tra gli Stati membri che effettuano controlli lungo tutta la catena di approvvigionamento, includendo industria e retail, ma anche importazioni, esportazioni e vendite online. Su questo fronte l'Italia è citata come una best practice: la vendita via ecommerce è uno dei canali più sensibili quando si parla di etichette, origini e categorie merceologiche. Nel Report si legge che in Italia le autorità danno priorità alla prevenzione delle frodi alimentari sulle piattaforme di commercio elettronico.

 

Sul fronte delle sanzioni, la Corte segnala una buona pratica condivisa da Italia e Spagna (Andalusia): le sanzioni tengono conto dei quantitativi e dei proventi dell'attività illecita, quindi sono più aderenti al danno economico e potenzialmente più dissuasive. E c'è un altro elemento che gioca a favore dell'efficacia: in Italia le sanzioni vengono decise in tempi brevi, entro uno-due mesi, mentre in altri Paesi le procedure si allungano (fino a quattordici mesi nel caso greco), ritardando il ritiro dei prodotti dal mercato.

 

Media quinquennale 2019-2024

Media quinquennale 2019-2024

(Fonte foto: Corte dei Conti Europea)

 

Etichette e scadenze dell'olio

La Corte dei Conti Europea osserva che in Italia è pratica comune indicare per il "da consumarsi preferibilmente entro" una data dodici-diciotto mesi dopo l'imbottigliamento anziché dopo la spremitura, con il rischio di confondere il consumatore sul reale invecchiamento dell'olio. Proprio per porre rimedio, nel 2016 l'Italia ha introdotto l'obbligo di indicare in etichetta l'anno di raccolta quando il 100% dell'olio proviene dalla stessa campagna (per vergine ed extravergine di origine italiana venduti in Italia).

 

Questo passaggio è importante perché aggancia uno dei punti chiave del Report: molte non conformità emergono ai controlli organolettici e sono collegate alla degradazione nel tempo, che può essere aggravata anche da informazioni temporali poco significative o troppo ottimistiche in etichetta.

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Il punto debole: l'olio importato da Paesi extra Ue

Se l'olio prodotto in Ue è inserito in un sistema di controlli relativamente strutturato (soprattutto per i residui di antiparassitari), il Report segnala con chiarezza che sull'olio importato da Paesi non Ue non si controlla sistematicamente la presenza di antiparassitari e altri contaminanti.

 

Qui l'Italia finisce direttamente sotto la lente. Nel suo Report la Corte scrive che il piano di controllo sulle importazioni non tiene conto di fattori di rischio pertinenti (come categorie e origine dei prodotti importati) e che i controlli ai posti di controllo frontalieri risultano, nella pratica, insufficienti.

 

Per la Corte, in Italia non è stato rispettato il piano che prevedeva il campionamento di una partita all'anno per ciascun posto di controllo frontaliero e nel 2023 e nel 2024 non è stata controllata alcuna partita presso i principali punti di ingresso per l'olio d'oliva.

 

Che cosa bisogna controllare?

Oltre alla tracciabilità dell'olio e alla correttezza dell'etichetta, i controlli vengono svolti per determinare la sicurezza del prodotto. A tal proposito la Corte distingue tra due mondi. Per i residui di antiparassitari esiste un quadro giuridico chiaro e un numero minimo di campioni e gli Stati membri fanno controlli basati sul rischio e trovano pochi casi di non conformità.

 

Per gli altri contaminanti (diossina, micotossine, metalli pesanti, eccetera) il sistema è meno sviluppato: non sempre ci sono limiti massimi fissati a livello Ue, non esiste un numero minimo obbligatorio di controlli e le analisi dei rischi nazionali non sempre sono documentate. Nei dati 2018-2023, i casi sopra il massimo legale per contaminanti diversi dagli antiparassitari sono pochi, ma c'è anche un caso in Italia (oltre a uno in Spagna e due in Belgio).

 

Risultati dell'esercizio di tracciabilità, secondo l'origine dell'olio di oliva, per i ventiquattro diversi oli di oliva che dovevano riportare in etichetta il luogo di origine

Risultati dell'esercizio di tracciabilità, secondo l'origine dell'olio di oliva, per i ventiquattro diversi oli di oliva che dovevano riportare in etichetta il luogo di origine

(Fonte foto: Corte dei Conti Europea)

 

Gli altri Stati: bene la Spagna, meno la Grecia

Nel suo Report la Corte ha analizzato i tre maggiori produttori di olio d'oliva in Europa (Spagna, Italia e Grecia) e il Belgio, che sebbene non produca olio è un hub importante per l'import e l'export di questo prodotto.

 

La Spagna è spesso accostata all'Italia per capacità di controllo lungo filiera e strumenti di tracciabilità. Tuttavia, sul tema importazioni la Corte nota che le valutazioni del rischio ai posti di controllo frontalieri sono partite "solo dal 2023" e che manca un piano specifico per l'olio d'oliva importato.

 

La Grecia include l'olio d'oliva nei piani di controllo ma, almeno per alcuni ambiti, viene citata l'assenza di un'analisi dei rischi documentata. Inoltre, i controlli ai posti di controllo frontalieri risultano introdotti solo nel 2024.

 

Il Belgio ha un'impostazione diversa: in generale i controlli sui contaminanti poggiano su analisi del rischio, ma per l'olio d'oliva importato la Corte osserva che non prevede controlli ai posti di controllo frontalieri.

 

Infine c'è la questione tracciabilità oltreconfine, che riguarda tutti: per un campione di ventiquattro oli extravergini o vergini, la Corte non è riuscita a confermare l'origine indicata in etichetta per quattro prodotti con origini miste (più Stati membri o mix Ue/non Ue), segnalando che seguire l'olio "oltre i confini nazionali" è ancora difficile e che la cooperazione tra Stati membri non sempre funziona.

 

Le raccomandazioni della Corte

Nelle conclusioni del suo Report, la Corte dei Conti Europea chiede prima di tutto di rafforzare la supervisione della Commissione sui controlli nazionali: più informazioni comparabili su analisi del rischio, ispezioni e sanzioni, con verifiche più strutturate e interventi quando i sistemi risultano carenti (entro il 2027-2028).

 

Secondo punto: serve chiarezza normativa sulla miscelazione (oli di campagne e/o categorie diverse), perché le interpretazioni nazionali divergenti possono avere ricadute sulla qualità e sulla corretta applicazione delle regole (entro il 2026).

 

Terzo: migliorare orientamenti e requisiti sui controlli dei contaminanti, imponendo che l'olio importato da Paesi extra Ue entri esplicitamente nelle analisi del rischio e nei piani di campionamento, per evitare controlli sporadici (entro il 2026).

 

Quarto: definire meglio come e quando verificare la tracciabilità, soprattutto per miscele e flussi transfrontalieri, così da rendere i controlli più omogenei e i risultati più confrontabili tra Stati membri (entro il 2027).