Carbonchio in Slovacchia?

Sospettata la presenza del Bacillus anthracis in alcune preparazioni a base di carne destinate a Germania e Olanda. E in Italia si chiede a gran voce un'etichetta trasparente che informi il consumatore sulla provenienza

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

Questo articolo è stato pubblicato oltre 5 anni fa

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Esistono vaccini efficaci per difendersi dal Carbonchio
Fonte foto: Isafmedia

Agli inizi del secolo scorso era ancora fra le più temibili malattie di bovini e ovini. Quando il Carbonchio ematico si presentava lasciava dietro di sé stalle vuote e campi impraticabili per la presenza delle sue spore, tanto da meritarsi il nome di “campi maledetti”. E i rischi non finivano con gli animali morti, ma continuavano nell'uomo che dagli animali ammalati poteva contrarre una malattia analoga, l'antrace. Ma già il Pasteur aveva messo a punto i primi vaccini, via via perfezionati sino a mettere sotto controllo la malattia. In Italia il vaccino è oggi prodotto dall'Istituto Zooprofilattico di Foggia, centro di referenza nazionale per il carbonchio ematico, e presto sarà pronto un nuovo presidio immunizzante, il vaccino “Sterne”.

Un etichetta per le carni
Le “armi” contro il carbonchio ci sono, ma l'attenzione va tenuta alta. Per questo ha destato preoccupazione la nota diffusa nei giorni scorsi da parte del Sistema europeo di allerta rapida sulla sicurezza alimentare (rassf) sulla presunta presenza di Bacillus anthracis in alcune partite di prodotti a base di carne distribuite in Germania e Olanda provenienti dalla Polonia e preparate con materie prime della Slovacchia, in una “triangolazione” che ormai è prassi nei commerci europei. Nessun allarmismo, ma il sospetto della presenza del Carbonchio ha fornito il “destro” al presidente di Unicave e di Italia Zootecnica, Fabiano Barbisan, per evidenziare la distanza fra la produzione di carne in Italia, più costosa anche per i numerosi controlli sanitari, e quella di importazione. “Troviamo difficile - afferma Barbisan - spiegare perché il costo della carne polacca all'ingrosso sia inferiore di oltre 70 centesimi rispetto a quella prodotta e commercializzata in italia”. Una differenza che se rapportata ai 400 chilogrammi di peso di un vitellone porta ad un divario di ben 280 euro. Un motivo in più per chiedere a gran voce che le carni italiane possano fregiarsi di un segno distintivo. “Spero - ha continuato Barbisan - che il sistema di qualità zootecnia nazionale venga sdoganato al piu' presto per poter comunicare al consumatore, in modo inequivocabile e immediato, con un marchio istituzionale, le nostre produzioni.”

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Fonte: Agronotizie

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Tag: allevamento carne bovini etichettatura veterinaria

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