Il bio secondo Altroconsumo

L'associazione di consumatori ha svolto un'indagine comparativa su ortofrutta bio e non, concludendo che non vi sono differenze che giustifichino il delta di prezzi. E si apre l'ondata di polemiche

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

Questo articolo è stato pubblicato oltre 6 anni fa

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Inchiesta di Altroconsumo sull'ortofrutta biologica
Fonte foto: © larcobasso - Fotolia

Conta 370 mila soci ed è attiva da oltre 40 anni. È Altroconsumo, associazione di consumatori che tramite il proprio sito web informa e diffonde notizie sul mondo del cibo e dell'acquisto di beni e servizi.
In un articolo pubblicato l'11 settembre, data che già di per sé porta ricordi tristi e drammatici, al centro del mirino vi sarebbe il biologico.

L'Associazione si è infatti chiesta se abbia senso spendere più denaro per acquistare cibi bio rispetto a quelli convenzionali e la loro conclusione è che, no, non ne vale la pena. A tale finale tranciante Altroconsumo è arrivata tramite un'indagine svolta in diversi punti vendita in cui ha acquistato alcuni tipi di ortofrutta per poi analizzarli in laboratorio, ovvero fragole, mele, pomodorini e carote.
Cento i campioni analizzati dal punto di vista nutrizionale e residuale, traendo le conclusioni di cui sopra: fra le due tipologie non vi sarebbe alcuna differenza sostanziale.

Ovvie le contumelie che l'Associazione si è beccata da parte di chi, invece, nel bio ci crede o col bio ci campa. Come pure sono fioccate le prevedibili illazioni di operare al soldo delle solite lobby, mai meglio precisate, cui viene attribuita ogni posizione che non sia plaudente al mondo del biologico.

Che dire quindi di tale inchiesta? Certamente, Altroconsumo ha operato da associazione, ovvero con un approccio molto pratico: è andata nei punti vendita, ha preso campioni bio e non e li ha fatti analizzare. Ha cioè operato da consumatore posto di fronte a due cassette con la stessa merce, una bio e l'altra no.
Scientificamente, in effetti, non è che la ricerca sia a prova di bomba, poiché per esserlo avrebbero dovuto condurla su una tipologia di prodotti molto più vasta, curando anche nel dettaglio la provenienza e la varietà considerata. Analizzare una carota bio della varietà "x", con una non bio della varietà "y", ha infatti poco senso. Come del resto poco ne ha se il confronto avviene fra un pomodoro non bio coltivato a Latina e uno bio coltivato in Olanda. I risultati possono in tal caso essere differenti non tanto per l'appartenenza o meno al mondo bio, quanto per le differenze di tipo varietale e di origine dei prodotti.
Peccato che studi simili, ma di segno opposto, si trovino anche a favore del bio. Perché dal vizietto del "cherry picking", ovvero della scelta furbesca delle prove da esibire, non pare che il biologico sia del tutto esente. Ma lì, se si prova a sottolineare le medesime pecche sopra elencate, sono guai e fioccano le accuse di essere un venduto alle multinazionali. Ognuno, si sa, ha la sua croce da portare...

Sia come sia, ogni dato va preso per quello che dice. E la ricerca di Altroconsumo dice che nei cento campioni raccolti non vi sono differenze. Punto. Piaccia o meno. E a quanto pare non è piaciuto a molti.

Altro aspetto che non va trascurato è che anche sotto il punto di vista residuale l'Associazione ha potuto verificare come le tracce di agrofarmaci reperiti sui campioni fossero tutti molto al di sotto dei limiti di legge. Quindi del tutto sicuri. Sorpresona, i nitrati sarebbero stati invece reperiti nelle carote in quantità doppia nei campioni bio rispetto ai convenzionali. Altro dato che suscita qualche perplessità ripercorrendo le argomentazioni pro-bio che sostengono esattamente il contrario. Ma, come detto, una prova è una prova, con tutti i suoi valori e limiti.

Forse aiuterebbe quindi leggere il ponderoso tomo di tal Faidon Magkos(1), dalla cui analisi comparativa emergerebbe una conclusione analoga a quella tratta da Altroconsumo: analizzando un gran numero di ricerche Magkos ha infatti osservato come i risultati finiscano con l'appiattirsi. In altre parole, nel lungo periodo non esisterebbe un'alimentazione più sana e nutriente in base all'appartenenza o meno al mondo bio.

Non resta quindi che sperare che altre associazioni si prendano la briga di fare le proprie verifiche e di condividerne i risultati, il tutto a vantaggio dei propri associati e con buona pace di chi proprio non riesce ad accettare che il vento è cambiato e che il monopolio dell'informazione non giace più nelle sue mani.


(1) F. Magkos et Al (2006): "Organic Food: Buying More Safety or Just Peace of Mind? A Critical Review of the Literature". Critical Reviews in Food Science and Nutrition, 46;23-56

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Fonte: Agronotizie

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Tag: ortofrutta biologico cibo e alimentazione

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