Immigrati: per l’agricoltura sono una grande risorsa

Cia: 'In soli 15 anni il numero degli stranieri nei campi è quadruplicato'

Questo articolo è stato pubblicato oltre 8 anni fa

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L’agricoltura italiana è sempre più multietnica, rappresentando per gli stranieri una possibilità forte di integrazione nel Paese e per le imprese una risorsa importante di forza lavoro. E infatti in soli quindici anni il numero di immigrati occupati nel settore primario è quasi quadruplicato, passando dalle 52mila unità del 1995 alle 197mila unità del 2010. 

Si tratta di una 'fetta' rilevante del comparto, pari al 20% circa del totale, che dimostra e racconta il ruolo indispensabile assunto negli anni dagli extracomunitari in campagna e sui campi. Lo afferma la Cia, Confederazione italiana agricoltori, in occasione della diffusione del Dossier Caritas/Migrantes.

Poco più della metà degli immigrati (53,8%), ricorda la Cia, è impiegato nella raccolta della frutta e nella vendemmia; un terzo (29,9%) nella preparazione e raccolta di pomodoro, ortaggi e tabacco; il 10,6% nelle attività di allevamento; il 3,2% al florovivaismo e il restante 3,5% in altre attività come l’agriturismo o la vendita dei prodotti.

Per tunisini, indiani, marocchini, albanesi e pachistani il lavoro nei campi è ancora e soprattutto al Nord Italia, continua la Cia, in particolare in Trentino (27%), Emilia Romagna (12,7%) e Veneto (10%). Percentuali elevate si registrano comunque anche nel Sud, prima di tutto in Campania (10%), Puglia (9%) e Calabria (7,5%).

Purtroppo, ancora adesso la 'risorsa immigrazione' non è pienamente valorizzata: colpa di quei meccanismi istituzionali, legislativi e amministrativi, che rendono farraginoso il processo di inserimento degli stranieri nel mercato del lavoro italiano. 

I dati, elaborati dal ministero dell’Interno, parlano chiaro: nel 2010, su ben 103.473 domande di nulla osta presentate allo Sportello unico per l’immigrazione i nulla osta rilasciati sono stati soltanto 32.355. L’enorme divario tra domanda presentate e domande evase, sottolinea la Cia, è in gran parte addebitabile all’eccessiva lunghezza del procedimento amministrativo (dai 4  agli 8 mesi) che, molto di frequente, fa decadere l’interesse dell’azienda, oggettivamente impossibilitata a effettuare l’assunzione nel periodo stagionale necessario.

 

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