La parola d'ordine per il futuro dei cereali sembra essere "incertezza". Più fattori contrapposti rendono complicato disegnare un quadro certo per il 2023, con la probabilità di mantenere elevata la spinta alla volatilità dei mercati a livello mondiale.

 

I corridoi del grano

Molto dipenderà dalla situazione in Ucraina. Il rinnovo dell'accordo di un corridoio commerciale internazionale sotto la sorveglianza dell'Onu frena, almeno in parte, i timori di una carestia globale, in particolare per i Paesi più poveri. In quest'ottica, la vitalità dell'export di frumento dell'Unione Europea (+7,19% nei primi dieci mesi del 2022 su base tendenziale, con Algeria, Marocco, Egitto e Nigeria a rappresentare i primi Paesi di destinazione) ha contribuito a evitare forti tensioni sociali, come già capitato nel corso delle cosiddette Primavere Arabe del 2008-2009.

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Il ruolo della Cina

Un altro elemento chiave riguarderà la Cina: è il primo importatore mondiale, con oltre 51 milioni di tonnellate ritirate nei primi dieci mesi di quest'anno. Una cifra inferiore del 16,8% rispetto allo stesso periodo del 2021. Come si comporterà nei prossimi mesi? La politica di Pechino rappresenterà una variabile non indifferente (anche se non l'unica) per gli scenari dei prezzi.

 

Secondo le previsioni del Dipartimento di Agricoltura degli Stati Uniti gli stock cinesi per il 2023 dovrebbero rafforzarsi solamente nel comparto del grano, mentre per soia e mais dovrebbero leggermente alleggerirsi, pur restando su volumi particolarmente ingenti.

 

L'evoluzione dell'economia cinese, dopo il difficile cambio di rotta che ha portato all'abolizione della linea zero-Covid, avrà riflessi sull'import di materie prime agricole?

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L'incognita del clima

Un'altra variabile a cui prestare molta attenzione è quella climatica. Il 2022, in particolare, ha colpito in maniera differente le aree del Globo, comportando in qualche caso un aumento delle produzioni (su tutte: la Russia, fors'anche col sospetto di essersi illecitamente approvvigionata di grano ucraino), mentre in altre situazioni provocando un calo dei raccolti. Il -23,6% registrato dalle rese di mais in Unione Europea è alquanto emblematico.

 

Ora si attendono i raccolti invernali nell'Emisfero Sud, con l'Australia, terzo Paese esportatore di grano tenero, che dovrebbe - grazie al clima benevolo - assicurare una resa record. Così anche le produzioni di soia in Argentina dovrebbero garantire una forte iniezione all'export. Con quali riflessi sui listini?

 

Secondo alcuni analisti il rallentamento dei prezzi vissuto nelle ultime settimane dovrebbe rappresentare una parentesi e comunque, nonostante le difficoltà legate ai costi di produzioni, all'approvvigionamento di fertilizzanti (con relativo boom di spesa), ha rappresentato un'iniezione di fiducia per gli agricoltori, almeno quelli statunitensi, fortemente vocati all'export, grazie alle quantità ingenti prodotte.

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Forse un po' meno ottimisti i produttori europei, pressati da una guerra vicino ai propri confini orientali, all'incognita di una nuova riforma Pac in vigore fra pochi giorni, e con costi di produzione elevati, legati al costo dell'energia. E così, mentre la competizione con i biofuel dovrebbe probabilmente rinvigorire i listini di cereali e semi oleosi negli Stati Uniti, con proiezioni di ulteriori ricavi, per l'Unione Europea, importatore netto di mais e soia, e con costi energetici particolarmente elevati (per tutte le catene di approvvigionamento) le prospettive sono forse meno rosee.

 

Per l'Ue-27 le superfici a cereali dovrebbero aumentare di circa l'1,2%, con una flessione del mais e un aumento del grano tenero, grazie alla deroga concessa dalla Commissione Europea - anche per il 2023 - della rotazione annuale obbligatoria dei seminativi prevista dalla nuova Pac e alla possibilità di coltivare i terreni a riposo (4% della superficie per le aziende con più di 10 ettari di Sau, Ndr), deroga non prevista però per mais e soia.