Agroalimentare, bene l'export ma si può fare di meglio

Siamo dietro alla Germania, che non vanta le nostre tradizioni. E Bruxelles ci nega gli strumenti per organizzare la produzione delle nostre eccellenze

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

Questo articolo è stato pubblicato oltre 7 anni fa

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I prodotti Dop, e fra questi i prosciutti, speravano che il “pacchetto qualità” lasciasse spazio alla programmazione delle produzioni. Così non sarà.
Fonte foto: the pink peppercom

Meno auto e più cibo e vino. Sono i numeri delle nostre esportazioni, che vedono, e non da oggi, il settore dell'auto sorpassato da quello agroalimentare. Merito delle buone performance del settore, che stando ai dati di Coldiretti ha visto il cibo made in Italy sempre più proiettato verso i mercati internazionali (+18% rispetto a un lustro addietro). Purtroppo il sorpasso è anche merito (si fa per dire) del crollo delle esportazioni di auto (- 14%). Dunque non c'è poi troppo da gioire. Certo, l'export agroalimentare italiano “tira” e i numeri sono di tutto rispetto. Lo dimostrano i 15,2 miliardi di esportazioni che il comparto ha registrato nei primi sei mesi del 2012. E per fine anno, stando alle proiezioni di Federalimentare, il livello delle esportazioni dovrebbe aggirarsi intorno ai 25 miliardi, il 38% in più rispetto all'anno precedente.

 

Dietro a Francia e Germania

Numeri importanti, ma tutto sommato in linea con quanto ci si può attendere da un Paese, l'Italia, che vanta il maggior numero di prodotti a marchio d'origine (Dop e Igp) e le cui eccellenze in campo alimentare sono note in tutto il mondo, tanto che ce le copiano ovunque, purtroppo. Eppure ci facciamo superare da altri Paesi. Mentre noi ci fermiamo a 130 miliardi (è il fatturato del settore) i “cugini” francesi ci battono con 160 miliardi. Un confronto che “fa male”, ma va riconosciuto al competitore, la Francia, una presenza nell'agroalimentare di tutto rispetto. Meno comprensibile è l'essere in coda alla Germania. Le sue eccellenze eno-gastronomiche non sono molte o perlomeno altrettanto note, ma con i suoi 153 miliardi di fatturato ci supera di molte lunghezze. “Brucia” ancor più sapere che il distacco non è solo sul fatturato, ma persino nell'export. Carne, latte e cioccolata “made in Germany” viene venduta oltre frontiera per quasi un terzo (27,5%), noi ci fermiamo ad un quinto (19%). Per raggiungere la Germania, dice un recente studio di Intesa Sanpaolo, le nostre esportazioni di cibo e bevande dovrebbero fare un balzo in avanti di 10 miliardi. Un miraggio, almeno per il momento.

 

Bruxelles e le sue “stravaganze”

In questa competizione sul fronte dell'export agroalimentare si può trovare la chiave di lettura di alcune decisioni comunitarie, altrimenti “stravaganti”. E' quanto accaduto con il “pacchetto latte”, con il quale Bruxelles he previsto la programmazione delle produzioni casearie Dop. Decisione contraria arriva invece dal “pacchetto qualità” che nega la programmazioni agli altri prodotti Dop. Poi l'Europarlamento che quando discute di sicurezza del consumatore vota contro le etichette volontarie della carne bovina e fa slittare avanti di cinque anni l'identificazione elettronica dei bovini. Stravaganze, ma solo all'apparenza, che piacciono ai nostri competitori sui mercati internazionali, che preferiscono mantenere lo “status quo” e i loro primati. E così i consorzi di tutela dei nostri Dop, come il prosciutto di Parma o il San Daniele, ma altri se ne potrebbero citare, vedono sfumare il disegno, lungamente accarezzato, di programmare le produzioni. Eppure questa sarebbe la strada maestra per evitare che ciclicamente la produzione del suino pesante entri in crisi per eccesso di offerta. In compenso gli europarlamentari nell'approvare il pacchetto qualità hanno dimezzato i tempi per la registrazione delle nuove Dop. E hanno aperto ai marchi d'area e alle Dop per il cioccolato. Decisioni tutte che attendono l'approvazione definitiva da parte del Consiglio nelle prossime settimane. E vedremo chi per primo ne beneficerà. Le scommesse sono aperte.

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