Le malattie crittogamiche, come oidio, peronospora e botrite, sono tra le sfide più temute dai viticoltori. La pressione di questi patogeni è inoltre favorita da condizioni climatiche instabili, legate alla crisi climatica. 

La viticoltura professionale ha due strade per affrontare il problema: sviluppare nuove viti tramite Tecniche di Evoluzione Assistita (Tea), individuando nuove fonti di resistenza nei genomi, oppure coltivare varietà Piwi (acronimo di Pilzwiderstandsfähig, cioè "resistente ai funghi" o "varietà resistenti alle malattie fungine"), naturalmente tolleranti alle malattie crittogamiche e ottenute per incrocio.

 

I produttori, specialmente nelle aree fortemente vocate, stanno guardando con crescente interesse alle Piwi per i loro caratteri agronomici vantaggiosi. Ne è un esempio il Consorzio Viticoltori Alto Appennino Emiliano (Bo), una realtà formata da quattro giovani imprenditori che hanno deciso di portare i vitigni resistenti in quota. 

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AgroNotizie® ha intervistato Stefano Zanini, tecnico del Consorzio, per capire qual è nella pratica la gestione agronomica di queste varietà resistenti e se ci sono delle differenze con i vitigni tradizionali.

Scelta delle Piwi: impatto e organizzazione aziendale

Innanzitutto, Stefano Zanini spiega da dove arriva la scelta delle Piwi: "Principalmente per una questione di basso impatto sull'ambiente in cui operiamo".
E oltre all'etica c'è anche una questione pratica: "Siamo molto impegnati nella stagione estiva con la produzione di sementi, che è l'attività principale. I pochi trattamenti in vigneto ci consentono di aumentare la compatibilità con questo lavoro".

 

In questo modo il Consorzio Viticoltori Alto Appennino Emiliano ha la possibilità di diversificare la produzione agricola durante l'estate, senza intensificare il carico di lavoro per gli operatori.

 

Coltivano solamente varietà resistenti su circa quattro ettari, distribuiti a diverse altitudini ed esposizioni. "Le parcelle sono inserite in un mosaico di prati stabili e boschi cedui. La scelta delle Piwi ci permette di coltivare in terreni difficilmente fruibili per altre produzioni, mantenendo basso l'impatto. Nella nostra zona non esiste una viticoltura tradizionale con cui poterci confrontare, visto che coltiviamo tra i 500 e i 900 metri sul livello del mare. Grazie alle varietà resistenti stiamo cercando proprio di creare un nuovo areale per la coltivazione della vite".

 

Attualmente la varietà su cui il Consorzio sta puntando di più è Solaris, un vitigno a bacca bianca."È una varietà a maturazione precoce con una buona acidità e un profilo aromatico che si sviluppa particolarmente bene in clima montano. Coltiviamo anche altre varietà, ma al momento, non sono ammesse in Emilia Romagna e le stiamo valutando" entra nel dettaglio Zanini.

 

Solaris è un incrocio fra Merzling e Gm 6493, entrambi ibridi. La pianta è altamente resistente a oidio, peronospora e botrite; inoltre, ben si adatta ai climi freddi e ad esposizioni poco soleggiate. I vini prodotti sono caratterizzati da un interessante profilo aromatico in cui si percepiscono, in genere, note di frutta tropicale assieme a sentori agrumati e floreali. Hanno anche un'acidità bilanciata e una consistenza corposa.

Come gestire un vigneto resistente

Una buona vendemmia parte da buone radici. La scelta del portainnesto (o ipobionte) è quindi centrale, anche per chi coltiva vitigni resistenti.

 

"Nelle nostre aree il terreno che coltiviamo è molto tenace ed argilloso. In questo caso la scelta del portainnesto è indipendente dalla varietà Piwi che si sceglie".

 

Il sesto d'impianto prevede un basso numero di piante per ettaro, perché le Piwi tendono ad essere abbastanza vigorose in quanto piante ibride. Questo consente, secondo Zanini, di avere più spazio tra le fila per lavorare in maniera scrupolosa sulle ramificazioni delle branche.

 

Per il controllo delle malattie fungine gran parte del lavoro è svolta dalla genetica del vitigno. I trattamenti anticrittogamici non sono esclusi, ma vengono calibrati in funzione dell'ambiente di coltivazione.

"La difesa fitosanitaria è stata impostata all'inverso: siamo partiti da zero, arrivando a un massimo di quattro trattamenti totali. Ad alte quote la pressione dei patogeni è minore, quindi lavoriamo praticamente solo in prevenzione".

 

Queste caratteristiche rendono i vitigni resistenti compatibili anche con i principi dell'agricoltura non convenzionale. "I soci del Consorzio provengono più o meno tutti da attività di agricoltura biologica di piccole dimensioni".

 

La concimazione delle piante avviene solamente con il sovescio. Mentre per l'irrigazione Zanini dice: "Le viti avendo bisogno di minori interventi anticrittogamici non ci obbligano a fare ripetuti passaggi con i macchinari. Questo si traduce in una migliore gestione del suolo, per esempio, durante la maturazione dei grappoli facciamo minime lavorazioni per prevenire gli stress idrici causati eventualmente dalla siccità e dalla formazione della crosta superficiale del suolo".

 

In annate critiche con prolungata siccità e/o piogge intense le varietà resistenti esprimono al meglio il loro potenziale. Essendo meno suscettibili alla peronospora e all'oidio sono meno soggette a cali di produzione, ma in ogni caso è bene sottolineare che sono immuni a tutte le problematiche di coltivazione.

 

La gestione della chioma viene svolta in maniera molto simile a quella delle varietà tradizionali. La stessa cosa si applica anche per il diradamento, il controllo delle gemme e della maturazione in modo da ottenere uve sane e di buona qualità.

 

Teoricamente rispetto alle varietà tradizionali le Piwi "perdonano" un eccessivo affastellamento, cioè un accumulo di vegetazione, che può essere causato da una scarsa potatura verde.

 

"Lavorando su piccola scala e in maniera totalmente manuale la gestione della pianta si svolge in modo scrupoloso" conclude Zanini.

 

Insomma, una viticoltura eroica e non intensiva che consente comunque di ottenere vini di ottima qualità, con una ben precisa identità territoriale, senza influenzare negativamente l'ambiente circostante, ma bensì cercare di essere parte integrante dello stesso.

Resistenze multiple: come nascono le Piwi

Una varietà Piwi nasce dall'incrocio fra una vite europea da vino e specie americane o asiatiche meno suscettibili ai fungi patogeni. In pratica, in un'unica barbatella si uniscono performance agronomiche ed elevata qualità enologica. Si usano protocolli di miglioramento genetico tradizionale, ovvero si incrociano genitori con caratteri utili e si selezionano le progenie più performanti da portare avanti negli step successivi.

 

Questo procedimento consente di ottenere materiale vegetale esente da Ogm, però ha tempistiche molto lunghe. Per accelerarlo il breeder può usare specifici marcatori molecolari per capire già nella fase giovanile quali sono i genotipi resistenti, senza dover aspettare anni che le piante arrivino alla fase adulta.

 

Le barbatelle finali così hanno nel loro genoma caratteri di resistenza multipli, stabili nel tempo, senza la manipolazione di geni target in laboratorio.

 

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