La prima birra prodotta 100% con luppoli a genetica italiana è realtà

Ha debuttato quest'anno ed è stata chiamata Hop Tony, Hop! Ma come si è arrivati al prodotto finale?

Barbara Righini di Barbara Righini

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La ricerca dell'Università di Parma in collaborazione con Italian hops company
Fonte foto: Barbara Righini - Agronotizie

Il 2020 segna il debutto della prima birra prodotta con 100% luppoli autoctoni italiani: si tratta di 'Hop Tony, Hop!', presentata dal birrificio comasco Birrificio italiano.

Da qualche anno infatti gli agricoltori italiani, in particolare gli agricoltori collegati a Italian hops company di Modena, hanno a disposizione tre varietà di luppolo derivanti da un progetto di ricerca dell'Università di Parma, in collaborazione proprio con Italian hops company. Le tre varietà, M/P Futura, M/P Æmilia, ed M/P Mòdna, sono figlie di una selezione massale iniziata nel 2012 a Marano sul Panaro (Mo) e che ha comportato la ricerca del germoplasma in diverse regioni italiane.

I ricercatori, coordinati dal professor Tommaso Ganino, cercavano luppoli da aroma e allo stesso tempo che potessero garantire una buona produttività e che fossero tolleranti a peronospora e oidio, fra le maggiori avversità per la coltivazione del luppolo: "Le tre varietà - ha raccontato proprio Ganino - hanno bouquet aromatici diversi. Il più semplice è Futura, ha un bouquet bilanciato, né troppo floreale né troppo agrumato, è adatto a una birra beverina. Poi passiamo a individui più aromatici, con intensità a salire da Æmilia a Mòdna. Mòdna in particolare si adatta a stili americani, molto speziato, molto floreale con qualche nota agrumata".

Poi Ganino ha spiegato come il processo di selezione abbia tenuto conto delle esigenze dell'industria: "I nostri tre genotipi sono stati sottoposti a un processo di birrificazione sperimentale prima di essere messi in produzione, abbiamo collaborato proprio con Birrificio italiano per valutarne gli aromi una volta trasformati".

Oggi il luppolo utilizzato per 'Hop Tony, Hop!' è prodotto nell'azienda agricola Ludovico Lucchi, a Campogalliano (Mo), il luppoleto è al terzo anno ed è entrato quindi proprio nel 2020 in piena produzione.

Contemporaneamente alla ricerca genetica per ottenere luppoli italiani, l'Università di Parma sta andando avanti nel progetto di ricerca e sta valutando l'influenza del terroir sulle varietà internazionali di luppolo maggiormente utilizzate. "In campo collezione - ha raccontato ancora Ganino - abbiamo undici varietà internazionali, sono provenienti sia da Europa sia dagli States. Quello che abbiamo visto fino ad ora è che le varietà coltivate note acquisiscono il terroir italiano, subiscono l'influenza di suolo, clima e delle variabili di campo. Questa interazione porta a luppoli con un bouquet aromatico diverso, a volte più floreale e fresco, si riduce poi il potere amaricante di alcuni luppoli. Per esempio abbiamo valutato la varietà Cascade nei luoghi di provenienza, negli States, in entrambe le coste. La stessa varietà l'abbiamo valutata in Germania, in Slovenia e poi in diverse località italiane. In generale in Italia acquisisce una maggiore componente floreale a seconda di dove viene coltivato. In alcuni casi vengono poi modificati anche gli alpha e beta acidi".

Fra i contributi che la ricerca può dare alla coltivazione di luppolo in Italia, che ancora è allo stadio embrionale, c'è quello di mettere a punto dei protocolli di coltivazione. In questa direzione va un'altra sperimentazione che Tommaso Ganino e il gruppo di ricerca dell'Università di Parma stanno portando avanti, quella sulle forme d'allevamento e sul sesto ottimale d'impianto.

Ancora Ganino: "Stiamo lavorando da tre anni puntando ad abbassare l'allevamento in altezza, oggi si coltiva in Italia a 6 metri, noi vogliamo abbassare il luppoleto a 2 metri-2 metri e mezzo per poter meccanizzare il più possibile la coltura. Stiamo provando con quattro varietà americane. Vogliamo poi restringere la distanza fra le piante sulla fila e andare dai 30 centimetri a un metro e mezzo massimo mentre fra i filari non è possibile scendere, diminuire troppo le distanze per via delle lavorazioni a macchina. Stiamo aspettando che il luppoleto entri in piena produzione per poter avere risultati consolidati in termini di produttività e qualità".

E' ancora una coltura di nicchia e tutta da esplorare, ma sembra essere molto interessante.
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Fonte: Agronotizie

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Tag: ricerca made in italy birra università

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