Protagonista di dibattiti dove puntualmente si dimostra che sostanze che assumiamo giornalmente sono più pericolose di molti fitofarmaci, la caffeina entra ufficialmente in campo per concorrere essa stessa per un posto da insetticida, per la precisione da sostanza di base.

A parte le battute, dopo essere stata valutata dall’Efsa come alimento, il nostro stimolante preferito è stato esaminato anche come possibile mezzo tecnico per il controllo degli insetti di patata, cavoli e bosso (chissà perché proprio il bosso? Sicuramente è la pianta dove hanno provato a spruzzare la caffeina per la prima volta) e dei molluschi di tutte le colture eduli e ornamentali.
La procedura è quella che consente alla Commissione Ue di approvare sostanze non espressamente concepite come fitofarmaci ma di una qualche comprovata utilità in fitoiatria, a patto che non costituiscano un rischio inaccettabile per l’uomo e l’ambiente. La sostanza di base ideale è un prodotto già utilizzato come additivo o ingrediente alimentare, sperando che le dosi alle quali si dimostra essere efficace contro i fitofagi non siano così enormi da causare problemi ambientali.

La valutazione condotta dall’Efsa sulla sicurezza della caffeina come alimento ha notevolmente facilitato l’esame di questa domanda come insetticida/molluschicida di base, fissando i limiti di esposizione per l’uomo, che non deve assumere più di 3 mg di caffeina per chilo di peso corporeo. Poiché una tazzina di espresso contiene tra i 50 e gli 80 mg di caffeina, una persona di 70 chili non dovrebbe oltrepassare le tre tazzine al giorno. Facendo la valutazione del rischio della caffeina usata come insetticida o molluschicida, seppure sulla base di documentazione molto carente (è quasi sempre così con le sostanze di base: nessuno conduce studi ad hoc per ottenere l’autorizzazione come sostanza di base), si osserva che l’esposizione degli operatori che effettuano trattamenti con la caffeina sarebbe inferiore al limite massimo a patto che usino i guanti, mentre non è stato possibile valutare il rischio dei consumatori che mangiano i cavoli o le patate trattate con questo prodotto.

I rappresentanti degli Stati membri che hanno partecipato alla consultazione hanno anche provato a completare la documentazione del notificante, che non conteneva informazioni sull’impatto ambientale della caffeina usata in questo modo. Da questo autorevole contributo apprendiamo che il limite massimo di 0,1 microgrammi/litro fissato per le acque sotterranee sarebbe facilmente superato, mentre nulla è dato sapere sull’impatto del trattamento con l’espresso sulle acque superficiali e gli organismi che le abitano.
D’altra parte le dosi d’impiego sono molto elevate (3-6 kg/ha di caffeina contro gli insetti e 1,6-4 contro i molluschi), per cui non sorprende che le probabilità che la caffeina esca dal bar per difendere l’orto sono remote.
Se avete la pazienza di leggervi la documentazione e l’expertise dedicata a esaminare questo argomento vi renderete conto come molti addetti alla filiera chiedano l’eliminazione di questa categoria di prodotti che, nata con nobili intenti, quali consentire l’utilizzo in modo legale di sostanze di una qualche utilità in fitoiatria, è stata sempre più stiracchiata in una direzione e nell’altra, creando spesso problemi ai notificanti che avevano deciso di investire seriamente nella preparazione di un dossier di prodotto fitosanitario e si sono visti bypassare da prodotti simili approvati come sostanze di base con pochissimi dati. Per tornare alla caffeina, non tutto è perduto per il notificante: finché non sarà pubblicato il provvedimento di non approvazione non sarà detta l’ultima parola. Al limite proverà col decaffeinato.
 

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