Per l'82% degli italiani l’agricoltura è un asset strategico per tornare a crescere, la metà la considera una fonte di ricchezza e di occupazione e il 31% ritiene che possa essere il nostro valore aggiunto in termini di competitività. Questi, in estrema sintesi i risultati della ricerca Censis realizzata per la Cia (Confederazione italiana agricoltori) e presentata a Roma dal presidente della Cia Dino Scanavino e dal direttore generale del Censis, Giuseppe Roma durante l'incontro "Un futuro per l’Italia: perché ripartire dall’agricoltura".

“I risultati del rapporto ci danno una conferma del ruolo strategico del mondo agricolo e agroalimentare. Se per anni il settore è stato visto come marginale rispetto ad altri, oggi questo pregiudizio è tramontato”. Così il ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina“Ecco perché dobbiamo puntare sempre di più sul nostro agroalimentare che vanta già numeri di tutto rispetto, visto che nel suo complesso vale circa il 17% del Pil nazionale, e che può offrire ancora molto se riusciamo a sviluppare ulteriormente il grande potenziale che ha. Stiamo costruendo – ha aggiunto Martina - un progetto complessivo per creare un percorso nuovo per il settore da qui ai prossimi anni. In questa prospettiva rientra anche il decreto ‘Campolibero’, che presenteremo a breve in Consiglio dei ministri, dove abbiamo previsto misure attese dal settore, mirate a dare maggiore competitività alle nostre aziende, semplificare il carico burocratico che pesa sugli imprenditori, sostenere i giovani che fanno il loro ingresso nel settore, favorendo così anche il ricambio generazionale che è prioritario”.

Da qualche anno il comparto agricolo sta vivendo un radicale processo di ristrutturazione interna all’insegna del consolidamento strutturale. Tra il 2000 e il 2010 la dimensione media delle imprese agricole è cresciuta da 5,5 a 7,9 ettari. In termini occupazionali, tra il 2010 e il 2012 è aumentato il numero delle imprese più grandi: +18,4% quelle con 10-19 addetti, +37% quelle con 20-49 addetti, +60,9% quelle con più di 50 addetti.
Dai dati presentati emerge come l'agricoltura continui ad attrarre iniziative imprenditoriali e, nonostante il bilancio tra attività aperte e chiuse rimanga negativo, si mantenga nonostante la crisi un settore vivace. Lo dimostrano 117mila nuove aziende sorte dal 2010 a oggi, 106mila delle quali squisitamente agricole e 11mila nel settore agroalimentare.


Giuseppe Roma, presidente Censis

Giovani e start up
I settori agricolo e agroalimentare hanno rappresentato l’ambito di attività prescelto dal 10,1% degli imprenditori che hanno avviato un’impresa negli ultimi tre anni. 17mila gli under 30 che hanno avviato un’impresa agricola a partire dal 2010: su 100 start up, 15 sono state create da giovanissimi. Nell’agroalimentare il loro contributo sale al 18,3%.
Con il ringiovanimento sale il livello di scolarizzazione del settore: tra gli imprenditori agricoli con più di 40 anni il 43,5% ha al massimo la licenza elementare e il 31,2% la licenza media, tra quelli 25-40enni il 45,3% è in possesso di un diploma di scuola superiore e l’11,2% ha una laurea, tra quelli con meno di 25 anni il 65,3% è diplomato e il 5,2% è laureato.

Successo dell’agricoltura anche nei percorsi formativi
Tra il 2009 e il 2013, mentre è diminuito del 13,8% il numero complessivo degli immatricolati nelle università italiane, sono aumentati gli iscritti alle Facoltà collegate al mondo agricolo: +43,1% per scienze zootecniche e tecnologie delle produzioni animali, +22,9% per scienze e tecnologie alimentari, +18,6% per scienze e tecnologie agrarie e forestali.

Successi in rosa
Il settore agricolo si dimostra terreno fertile per l’imprenditoria femminile. Il 9% delle imprenditrici opera in questo comparto, a fronte di una percentuale che tra gli uomini si ferma al 6,6%. Le donne rappresentano il 31,2% del totale degli imprenditori del settore. E la produzione media dell’impresa agricola condotta da una donna risulta superiore a quella facente capo a un uomo: in media 28.500 euro contro 24.800 euro. 

Fenomeno “bio”
Il biologico è diventato un vero e proprio fenomeno di mercato. Tra il 2011 e il 2012 la crescita più forte del commercio di prodotti bio si è registrata, nei discount (+25,5%), poi nei supermercati (+5,5%), a parziale conferma del cambiamento in corso nelle catene di discount che, dopo un periodo di acquisizione e fidelizzazione della clientela, tendono ad allargare l’orizonte dell’offerta e a evolversi in supermercati.
Nel 2013 il bio ha registrato una dinamica dei prezzi inferiore (+0,3%) rispetto ai prodotti convenzionali (+4,4%). Tra le aziende bio, solo il 15,4% ha un fatturato annuo inferiore agli 8mila euro (contro il 62,8% del totale delle aziende agricole), mentre il 19,2% (rispetto al 5,5% del totale) vanta un volume economico superiore ai 100mila euro.
Più aperte al rapporto diretto con il mercato, ma anche più in rete: a fronte di una media dell’1,8% delle aziende che ha un proprio sito web, tra quelle bio la percentuale sale al 10,7%. Se sull’onda del trend il biologico si dimostra una scelta economicamente vantaggiosa, la sua diffusione desta preoccupazione: “In un momento in cui le superfici coltivate a biologico hanno superato le altre, ritengo che il fenomeno debba essere considerato negativamente – ha commentato il presidente della Cia, spiegando che nella sua attuale concezione il biologico non è altro che una coltivazione fatta con metodologie ipertradizionaliste alla quale si “appiccica l’etichetta Bio”, e che di fatto frena l’innovazione nel settore.

Convenienza e flessibilità per i piccoli negozi
Se il supermercato resta di gran lunga il luogo prediletto dalle famiglie italiane per fare la spesa alimentare (per il 52%), il 9% si rivolge ai mercati rionali o ai piccoli negozi, mentre il 39% divide la spesa equamente tra supermercati e mercati rionali.
In crescita gli acquisti presso botteghe e negozi gestiti da stranieri: il 23% degli italiani vi acquista generi alimentari, frutta e verdura. Per il 62% i prezzi sono più convenienti, per il 34% conta la particolarità dei prodotti offerti, per il 22% gli orari più flessibili rispetto ai negozi tradizionali.

Cresce l’export
Non si ferma l’export agricolo e agroalimentare, che anche nel 2013 ha continuato a crescere se non in volumi, in valore (+4,8%), a fronte di un sostanziale stallo delle esportazioni italiane complessive (-0,1%). Nel 2013 i prodotti agroalimentari hanno pesato per circa 33,5 miliardi di euro sulla bilancia commerciale. Con un valore aggiunto superiore a 30 miliardi di euro, l’Italia è la seconda economia agricola europea dopo la Francia, con un peso sul valore totale dell’Ue pari al 15,2%.
Per volumi delle esportazioni l’Italia si colloca però solo al sesto posto,  preceduta da Paesi Bassi (63 miliardi), Germania (61), Francia (55), Spagna (33) e Belgio (31).

“Il dato più importante – ha commentato Scanavino chiudendo i lavori – è che il grande pubblico ha finalmente iniziato a considerare l’agricoltura non solo per il suo ruolo di tutela paesaggistica e territoriale, ma anche come settore economico fondamentale. Il settore si conferma vitale, nonostante permangano diversi problemi, a partire da quello della marginalità del reddito. Dobbiamo iniziare a puntare seriamente agli strumenti dell’aggregazione se vogliamo rafforzare il ruolo dei produttori nella filiera”.