Ics di Vignola, tutte le ultime tendenze della cerasicoltura

Convegno, visite in campo e presentazione dei risultati delle ricerche scientifiche: il punto sulla coltivazione del ciliegio tra nuove varietà, meccanismi di difesa e sistemi d'allevamento

Barbara Righini di Barbara Righini

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L'evento è stato organizzato dall'Università di Bologna in collaborazione con il Consorzio della ciliegia di Vignola Igp e con l'Accademia nazionale di agricoltura
Fonte foto: © Claudio Divizia - Fotolia

I maggiori esperti mondiali di cerasicoltura si sono riuniti a Vignola (Mo), il 22 e il 23 maggio scorsi, per il terzo Simposio della ciliegia. Questa volta, a differenza delle precedenti, il convegno, seguito da diverse visite in campo, ha avuto carattere internazionale, sono infatti stati presentati i risultati di anni di ricerche scientifiche con esperti provenienti da ogni parte del mondo.

L'evento, organizzato dall'Università di Bologna in collaborazione con il Consorzio della ciliegia di Vignola Igp e con l'Accademia nazionale di agricoltura, ha visto punte di partecipazione che hanno superato i 500 presenti, fra tecnici, ricercatori, produttori e stakeholder, per la parte convegnistica. Le visite di campo invece si sono svolte fra Vignola, Ferrara e il veronese, con un'adesione totale che ha sfiorato le 300 persone.

Durante il convegno, la coltivazione del ciliegio è stata affrontata da molteplici punti di vista. Le novità illustrate hanno toccato i campi della fisiologia della pianta, dei sistemi d'allevamento, delle nuove varietà fino ai meccanismi di difesa da cracking e Drosophila suzukii, gli spauracchi dei cerasicoltori.

Secondo quanto relazionato da Roberto Della Casa (Unibo), il più grande produttore di ciliegie ad oggi è la Turchia, con oltre 600mila tonnellate. L'Italia è in sesta posizione, anche se, a livello europeo, resta il più grande produttore, seguita dalla Spagna. Nel 2018 in Italia sono state prodotte 114.789 tonnellate di ciliegie, a guidare è la Puglia con 42.643 tonnellate.

"Sicuramente - ha raccontato Brunella Morandi, ricercatrice Unibo e componente del Comitato scientifico del Simposio, al microfono di AgroNotizie - andiamo verso un'intensificazione della coltura. La densità d'impianto tende ad aumentare, con alberi più piccoli e meno vigorosi, grazie all'utilizzo di portinnesti nanizzanti, per una gestione che vuole essere sempre più pedonale. Questi impianti hanno una superficie fogliare sufficiente a portare a elevate produzioni con la massima qualità possibile ma necessitano di una gestione colturale sempre più precisa. I portinnesti nanizzanti tendono infatti ad avere un apparato radicale di piccole dimensioni, che necessita di irrigazione e nutrizione molto attente. Purtroppo questi sistemi mal si adattano ai climi più esigenti, come quelli delle regioni del Sud, dove le richieste evapotraspirative sono molto elevate e i portinnesti nanizzanti non rappresentano la soluzione ottimale".
 

Il compito di focalizzare sui sistemi d'allevamento è stato dato a Gregory A. Lang, dell'Università del Michigan, che ha spiegato come sia importante, in fase di progettazione, migliorare l'efficienza degli impianti.
Durante la sessione pomeridiana del convegno sono state presentate tutte le maggiori novità per quanto riguarda il breeding e i nuovi portinnesti: "Il breeding lavora su ciò che il mercato richiede. La pezzatura è importante, il consumatore poi richiede durezza e conservabilità. Un altro carattere importantissimo è la resistenza al cracking e in questo campo si sono fatti passi avanti enormi, oggi esistono varietà tolleranti al cracking anche se, con le piovosità registrate quest'anno, anche le varietà tolleranti ne hanno risentito. E' un problema reale e di grande impatto, infatti con gli eventi estremi legati al cambiamento climatico possiamo avere primavere molto piovose. La relazione di Moritz Knoche, tra i maggiori studiosi mondiali di questo problema, ha spiegato la ragione fisiologica del cracking e ora questa conoscenza ci dà gli strumenti per valutare ciò che può o non può funzionare contro questo problema".

Sempre in tema di difesa, c'è grande preoccupazione per il contenimento di Drosophila suzukii, fitofago ormai insediato nel nostro paese. Nicola Mori (Università di Padova) ha esposto una relazione dettagliata sui metodi di contenimento dell'insetto, originario dell'Estremo Oriente e individuato in Italia per la prima volta nel 2009. La difesa non può che essere integrata, le reti e la chimica infatti non bastano, bisogna agire con tecniche colturali che includono una corretta gestione della fila e dell'interfila, sfalci frequenti, che riducano l'umidità relativa, catture massali, lancio di parassitoidi, eliminazione dei residui di frutti non raccolti.

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