Luppolo: una coltura interessante, tutta da esplorare

Da qualche anno il nostro paese ne ha scoperto l'interesse e la filiera sembra promettente. Ma nonostante il contributo delle istituzioni, sono ancora numerose le criticità incontrate da chi vuole intraprendere questa strada

Barbara Righini di Barbara Righini

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Luppolo fresco, c'è futuro per la filiera made in Italy?
Fonte foto: © mysikrysa - Fotolia

Da anni ormai il settore brassicolo in Italia è in crescita, la birra sta acquisendo sempre più estimatori, ma le materie prime con le quali i birrifici producono la bevanda sono quasi sempre d'importazione, ciò significa che, potenzialmente, potrebbe esserci spazio per la produzione di orzo distico e anche per la produzione di luppolo in modo da avere un'occasione per diversificare le colture e provare ad agganciare un mercato che, sulla carta, è molto promettente.

Il consumo pro capite di birra in Italia nel 2019 è stato di 34,6 litri in crescita costante, secondo l'ultimo European beer trends report dell'associazione Brewers of Europe, dal 2012. Lo scorso anno abbiamo consumato, come paese, circa 20 milioni di ettolitri (dato Assobirra), ancora nulla se paragonati agli oltre 84 milioni di ettolitri della Germania ma comunque un dato che cresce di anno in anno. Parallelamente, sulla spinta anche del successo dei microbirrifici, cresce la produzione. Secondo sempre Assobirra (rapporto 2020), nel 2019 l'Italia ha prodotto circa 17 milioni di ettolitri. Siamo al nono posto come produttore in Europa, volano le esportazioni mentre le importazioni sono più o meno stabili dal 2015 attorno ai 7 milioni di ettolitri.

Per anni il numero di microbirrifici è cresciuto, un boom che sembrava non conoscere fine. Negli ultimi tre anni il loro numero è più o meno stabile, secondo Microbirrifici.org (punto di riferimento del settore) a fine 2018 i birrifici e i brew pub attivi ammontavano in totale a 893. Per avere una birra italiana che possa vantare materie prime made in Italy però servono orzo e luppolo italiani.

Concentrandosi proprio sul luppolo, coltura nuova per il nostro paese e che sembra promettente, le importazioni sono in costante crescita dal 2014 (dati Ice/EuroStat), in valore l'Italia è passata dai 3 milioni 713mila euro del 2014 a 11 milioni 115mila dell'anno scorso. Secondo Assobirra nel 2019 l'Italia ha importato 3.754 tonnellate contro le 3.320 del 2018.


I produttori di luppolo

La coltivazione di luppolo nel mondo, secondo i dati Faostat (2019), si aggira attorno ai 91.700 ettari per un totale di circa 149mila tonnellate (dato 2019). Germania e Stati Uniti rappresentano, da soli, oltre i due terzi della produzione mondiale. L'Italia ha scoperto da pochi anni l'interesse per il luppolo.

Nell'ambito del progetto 'Luppolo.It', finanziato dal Mipaaf e coordinato dal Crea, sono stati censiti i luppoleti impiantati in Italia: "I nostri dati - ha raccontato Katya Carbone, ricercatrice del Crea - si fermano a fine 2018. Sono dati verificati, per oltre la metà delle aziende censite, di persona, non solo al telefono. A quella data risultavano 88 aziende, considerando solo quelle con più di mille metri quadrati di coltivazione, per poco meno di 100 ettari". Oltre il 70% dei luppoleti impiantati in Italia si riferisce al periodo fra il 2015 e il 2018 mentre la dimensione media si aggira attorno ai 6mila metri quadrati. Per quanto riguarda le varietà coltivate, sono tutte estere (le più diffuse sono Cascade, Centennial, Chinook, Nugget) anche perché, ad oggi, le uniche tre varietà italiane derivano da un progetto di ricerca dell'Università di Parma che ha individuato, fra i luppoli selvatici italiani, tre particolarmente adatti alla filiera brassicola.

Le tre varietà sono oggi coltivate da Italian hops company, società di Modena partita nel 2014 con 2,5 ettari e che oggi ha impiantato in totale 18 ettari di luppolo.
 
 


Il contributo delle istituzioni

Che la filiera sia promettente ne è convinto anche il Mipaaf, tanto che poco più di un anno fa, anche a seguito della conclusione del progetto Crea 'Luppolo.It', ha deciso di istituire un Tavolo tecnico di settore cui partecipano quarantadue membri fra istituzioni, organizzazioni di settore, enti di ricerca e università. Il Tavolo si è poi organizzato in gruppi di lavoro proprio per cercare di strutturare una filiera che è ai primi vagiti e che ha moltissime criticità da risolvere.
 


Le criticità di una filiera tutta da costruire

La mancanza di principi attivi autorizzati per la coltura del luppolo, in modo da poter affrontare avversità biotiche e abiotiche, è solo uno dei problemi che gli agricoltori devono mettere in conto quando decidono di investire in un impianto di luppolo. "Per questa stagione 2020 - ha raccontato Tommaso Ganino dell’Università di Parma - abbiamo fatto autorizzare per uso emergenziale zolfo (Thiopron) e rame (Poltiglia Disperss). Quando non ci sono principi attivi a disposizione i rischi di perdita di produzione aumentano. Il rame può essere usato contro una pericolosa malattia fungina, Pseudoperonospora humuli, mentre lo zolfo contro l'oidio che tendenzialmente fa danni sulle foglie e debilita la pianta. Il punto è che sono ancora pochi gli ettari coltivati e l'iter di registrazione, per le aziende produttrici di fitofarmaci, è complesso e richiede investimenti". Oltre a zolfo e rame, è autorizzato il Lepinox Plus, insetticida biologico contro la piralide.
 
Le altre criticità per chi decide di coltivare luppolo non sono di minore importanza: "Dal punto di vista istituzionale - ha spiegato Katya Carbone, ricercatrice del Crea - c'è ancora molto da fare: bisogna lavorare a un piano di settore. Inoltre, al momento, manca un registro varietale per l'iscrizione di nuove varietà di luppolo sviluppate in Italia. La filiera è tutta da costruire. La maggior parte dei luppoleti italiani è nata dalla voglia di fare impresa, sull'onda dell'entusiasmo ma mancano tecnici specializzati per seguire le produzioni, è necessario investire in formazione".

"Il post-raccolta per esempio - ha continuato - è delicatissimo. Per i mastri birrai l'aroma è fondamentale e se si raccoglie in campo a 80-82% di umidità, poi, con un processo di essiccazione che richiede competenze specifiche, devo essere in grado di stabilizzare il prodotto entro tre, qauttro ore al massimo dalla raccolta, portando l'umidità a non più del 10%. C'è poi, ad oggi, in Italia, un solo vivaio specializzato in produzione di piante di luppolo e quando si impianta un luppoleto è fondamentale che il materiale sia di qualità. Molto lavoro è da fare anche dal punto di vista commerciale, serve organizzazione. Un grande scoglio per i produttori è superare la diffidenza dei mastri birrai, quasi sempre i microbirrifici italiani si rivolgono all'estero per l'acquisto del luppolo. Bisogna poter garantire loro qualità costante e stabilità nell'offerta".

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E' ancora una coltura di nicchia e tutta da esplorare, ma sembra essere molto interessante.
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Fonte: Agronotizie

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Tag: import/export mercati video filiera consumi birra

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