La riscoperta del noce

Complice la mancanza di aggregazione, il prodotto italiano fatica a tenere il ritmo dettato dai principali paesi produttori. Oggi però un passo avanti arriva da Areté che scende in campo con il più grande noceto made in Italy

Giulia Romualdi di Giulia Romualdi

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Per soddisfare la domanda interna la penisola si affida principalmente all'import (Foto di archivio)
Fonte foto: © Bits and Splits - Fotolia

4mila ettari di superficie coltivata per una produzione di circa 12mila tonnellate. Secondo i dati 2018 dell'International nut & dried fruit council (Inc) sono questi i numeri del noce da frutto in Italia, con un consumo interno che si attesta sulle 50mila tonnellate, di cui 36.825 di noci in guscio e 7.341 di sgusciato (gherigli). Le circa 6mila tonnellate che mancano all'appello sono considerate scarto, ovvero il guscio del conteggio del prodotto sgusciato.

Di conseguenza, per soddisfare la domanda interna il Belpaese si affida prevalentemente all'import, anche perché "la coltivazione del noce da frutto in Italia è stata trascurata per molti anni" afferma Bruno Marangoni, professore Alma mater e collaboratore del professore Moreno Toselli del dipartimento di Scienze e tecnologie agroalimentari dell'Università di Bologna e membro del direttivo dell'Accademia nazionale di agricoltura. "L'importazione è risultata la via più semplice per soddisfare i consumi nazionali, per cui la coltivazione è rimasta, fino alla fine del secolo scorso, di tipo familiare".

L'import nel 2018 ha rappresentato oltre l'80% della disponibilità nazionale sulla base dei dati di Un comtrade elaborati da Areté, società di ricerca e consulenza economica specializzata nell'agro-food. Nello specifico, nel 2017, i principali paesi fornitori di noci in guscio sono stati gli Stati Uniti (49%), la Francia (19%), il Cile (17%) e l'Australia (7%). Per le noci sgusciate, invece, al primo posto si sono collocati gli Usa con il 43% e il Cile con il 41%, seguiti dalla Germania (14%) e dalla Moldavia (13%).
"La nocicoltura italiana è stata sottoposta ad una criticità innovativa - continua Marangoni - che si è sbloccata negli ultimi decenni, grazie anche al miglioramento genetico e alle tecniche colturali adottate in altri paesi e principalmente in California". Tant'è che negli ultimi quattro anni la penisola ha esportato 1.700 tonnellate di prodotto made in Italy diviso tra noci in guscio e sgusciate, diretto prevalentemente verso Belgio e Inghilterra (elaborazioni di Areté sulla base dei dati Un comtrade).

Nella situazione attuale di mercato e considerando dalle elaborazioni Ismea su dati Istat che gli acquisti delle famiglie evidenziano un trend di crescita dei consumi, determinato principalmente dal valore salutistico riconosciuto al prodotto, "oggi esiste un buon margine per l'espansione degli impianti e la collocazione del prodotto sul mercato nazionale" specifica Marangoni. "Le regioni maggiormente interessate sono la Campania, il Veneto, l'Emilia Romagna e il Piemonte. Occorre organizzare il sistema produttivo e commerciale che attualmente è frazionato e diviso".

Bruno Marangoni infatti si augura che i produttori italiani trovino "una loro unica associazione" sull'esempio di quanto fatto dai maggiori paesi produttori (California, Australia e Cile) dove "prima di programmare lo sviluppo della coltura i produttori si sono costituiti in associazioni, influendo sulla commercializzazione e sull'innovazione tecnologica e affermandosi così nel mercato nazionale ed internazionale". "Inoltre - continua - non sono stati attuati programmi di ricerca di miglioramento genetico, eccetto per la noce di Sorrento, per migliorare il patrimonio varietale nazionale, selezionando anche cultivar a maturazione precoce per sfuggire alle piogge autunnali durante la raccolta".

Per Bruno Marangoni oggi c'è però spazio per nuovi impianti e quindi per uno sviluppo del settore.

Un esempio arriva da Areté che con un investimento effettuato attraverso una società di scopo, Agro noce Srl, ha deciso di scendere in campo con il più grande noceto italiano. Agro noce Srl è stata costituita appositamente ed è 100% di Idea agro, fondo tematico dedicato ad investimenti in aziende della filiera agricola, gestito da Dea capital alternative funds Sgr.


Areté, come far diventare grande la nocicoltura made in Italy

170 ettari per un investimento di circa 10 milioni di euro. Questi i numeri di quello che ad oggi sarà il più grande noceto moderno in corpo unico italiano. L'impianto è in fase di attuazione a Santa Barbara di Bondeno in provincia di Ferrara perché questo luogo "offriva la possibilità di individuare un lotto di terreno in corpo unico delle dimensioni desiderate, con le caratteristiche agronomiche richieste e con il prezzo di acquisto che rientrava nel budget previsto" afferma Ludovico Gruppioni, senior consultant di Areté.

"Ottenuto il finanziamento dal Gruppo Intesa Sanpaolo" e individuato il luogo ideale, sono stati fatti studi specifici e ricerche. "Abbiamo fatto delle analisi approfondite agronomiche e delle analisi del suolo con degli scavi e dei campionamenti, allo scopo di verificare la fattibilità della coltivazione" specifica Gruppioni. Analisi che hanno riguardato anche il clima della zona, anche perché come puntualizza Ludovico i cambiamenti climatici sono "un tema con cui l'agricoltura moderna si dovrà sempre confrontare".

Il tutto è stato effettuato in collaborazione con Bruno Marangoni dell'Università di Bologna e del team di Gilmo Vianello del dipartimento di Scienze e tecnologie agroalimentari dell'Università di Bologna. "Dopo la scelta dell'area e la definizione pedologica - racconta Marangoni - il terreno è stato preparato tramite rippatura, poi è stato eseguito il drenaggio e si è proceduto nell'inverno 2019-2020 alla messa a dimora degli astoni con macchina piantatrice guidata tramite laser e Gps sulla metà dell'azienda; l'altra metà verrà impiantata nell'annata 2020-2021".

Il noceto ospiterà le più avanzate tecniche di coltivazione: "sarà moderno con il sesto d'impianto 7x5, il lotto di terreno è completamente drenato, ed è in corso di installazione un impianto di irrigazione moderno. Verranno utilizzate le più recenti ed avanzate tecniche di raccolta e potatura" specifica il senior consultant di Areté.

Chandler e Lara sono le varietà di noci che saranno coltivate in quanto la società crede che siano il giusto mix per il mercato di destinazione, che sarà prevalentemente quello nazionale. "Lara - afferma Ludovico Gruppioni - è particolarmente apprezzata dal mercato italiano. Inoltre le due varietà hanno tempi e fasi di raccolta leggermente diversi che ottimizzano l'utilizzo del parco macchine".

Dal terzo anno il noce inizia a produrre il frutto, per cui "già dal terzo e quarto anno sono previsti dei flussi positivi e tendenzialmente tra gli otto e dieci anni dovremmo rientrare negli investimenti" auspica Gruppioni. Ma oltre ai ritorni economici "ci aspettiamo di consolidare la strada degli investimenti dei soggetti finanziari in agricoltura, perché investire in agricoltura con rendimenti è possibile se i progetti vengono costruiti, dimensionati e gestiti bene" conclude.

Le operazioni di livellatura dei terreni a Bondeno
Le operazioni di livellatura dei terreni a Bondeno
(Fonte foto: Areté)


Un po' di storia: la California fa scuola

Grazie agli studi, all'esperienza e alle ricerche di Bruno Marangoni dell'Università Bologna e del suo collega Dave Ramos dell'Università di California Davis, nonché del suo manuale Walnut production manuals - Uc Davis pubblicato nel 1997, è stato possibile ripercorrere la storia della nocicoltura e fare una panoramica sulla situazione del comparto nei principali paesi produttori.

Il noce inglese (Juglans regia) è stato portato dai frati francescani intorno al 1770 nelle Americhe. Verso la fine dell'Ottocento in California è iniziata una prima selezione effettuata dall'agricoltore-genetista Luther Burbank e il primo impianto industriale di noci è stato effettuato vicino a Santa Barbara. Quasi contemporaneamente George Payne, un agricoltore di Campbell, ha individuato e selezionato una cultivar che presentava le gemme laterali dei rami fertili, a differenza delle altre cultivar che davano frutti solo dalla gemma apicale.

Nel 1914 è stata fondata la California walnut growers association, che negli anni successivi ha iniziato una collaborazione fra privati (produttori, vivaisti) che è sfociata in un programma di miglioramento genetico. Da quest'ultimo sono state create una decina di cultivar, tra le quali Serr, Chico, Tehama, Vina e Giustine che, avendo rami con le gemme laterali in parte fertili e produttive, portarono un forte incremento produttivo degli alberi.

E' iniziata così la coltura industriale del noce. Successivamente la coltura si è espansa portando alla nascita del California walnut board per il controllo della qualità del prodotto, il marketing e l'indirizzo delle linee tecniche, colturali, di ricerca e sperimentazione della nocicoltura californiana. Il lavoro di miglioramento genetico, l'innovazione tecnologica nella gestione del noceto è poi continuato, con risultati che oggi costituiscono la base della nocicoltura mondiale.


Nocicoltura: il giro del mondo

In Australia la coltura del noce è stata introdotta più recentemente e negli anni '90 è stata fondata la Australian walnut industry association (Awia) per incrementare la produzione, al fine di soddisfare i consumi interni ed avere un prodotto da esportare in contro stagione. Da Awia è stato creato un programma di sviluppo sul modello californiano, adattandolo al sistema agricolo australiano e alle loro condizioni ambientali e climatiche. Tuttora sono in corso programmi di ricerca e sviluppo, con particolare attenzione alle tecniche di coltivazione e all'ottenimento di nuove cultivar e portinnesti idonei alle loro condizioni di clima e suolo e sono in aumento i nuovi impianti, nonché l'azione di esportare nei mercati internazionali.

Analoga situazione si è verificata in Cile anche grazie alla Chilean walnut commission, ad Asoex (Associazione esportatori di frutta cilena), alla sperimentazione e ricerca degli enti preposti.
Secondo i dati 2018 della Chilean walnut commission sono stati impiantati circa 40mila ettari con una produzione di 65mila tonnellate (in aumento per l'entrata in produzione dei nuovi impianti). Gran parte del prodotto viene commercializzato sgusciato in Europa e in Italia in particolare.

Sulla base del modello cileno gli impianti sono in aumento anche in Argentina.

La produzione europea di noci ha sempre fatto riferimento alla Francia. Qui gli istituti di ricerca hanno creato loro varietà come Franquette, Fernette, Parisienne e Lara. Accanto alla produzione è stata sviluppata un'attività vivaistica ben organizzata, in grado di esportare validi astoni che vengono utilizzati anche negli impianti italiani. Inoltre i produttori francesi di noci si sono riuniti in un'associazione per lo sviluppo tecnico e la promozione del loro prodotto.

La Spagna ha sviluppato la nocicoltura nell'ultimo trentennio, con una valida programmazione che ha utilizzato bene i fondi europei sul noce da frutto e da legno. I nuovi impianti sono stati effettuali seguendo il modello californiano e la varietà Chandler è preponderante. Accanto alla produzione si è sviluppata una buona attività vivaistica che ha considerato anche la micropropagazione del noce. La produzione spagnola, secondo i dati dell'International nut & dried fruit council si aggira intorno alle 16mila tonnellate.

La Romania invece, sulla base dei dati dell'Ukrainian walnut association, ha una produzione di circa 40mila tonnellate che deriva in gran parte da piante che crescono spontaneamente nei boschi.

Non sono da trascurare le produzioni di noci da piante spontanee anche nei boschi di Bulgaria, Ucraina, Moldavia e Turchia che influenzano anche il mercato europeo. Solo negli ultimi anni, in questi paesi, sono stati effettuati impianti razionali seguendo i modelli della moderna coltivazione del noce.


E l'Italia che ruolo gioca?

Come anticipato, per troppi anni questo tipo di coltivazione è stato messo da parte.

Seguendo l'esempio di altri paesi un primo passo potrebbe essere quello di associarsi. "Gli operatori del settore devono trovare il modo di parlarsi e capirsi lungo tutta la filiera produttiva e commerciale - auspica Bruno Marangoni - ed avere una sola voce comune nei confronti del mercato e delle istituzioni che tracciano le politiche di sviluppo agricolo a livello europeo, nazionale e regionale".

"Dovrebbero difendere meglio il prodotto nazionale" perché quest'ultimo "ha possibilità di essere valorizzato e richiesto dai consumatori italiani purché vi sia garanzia e costanza della qualità. Questa azione può essere intrapresa solo quando la produzione italiana sarà in grado di soddisfare gran parte del prodotto noce e derivati, consumato in Italia" conclude Marangoni.

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