I soldi degli agricoltori

L'ambiente calamiterà le maggiori risorse della Pac? Gli spiccioli della catena del valore. Si avvicina per l'olio la "tempesta perfetta". Stop al cibo anonimo. Le terre ai giovani. Valzer di poltrone al dicastero agricolo

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

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Una selezione degli argomenti pubblicati nella settimana dal 29 giugno al 5 luglio

La terra ai giovani

C'era tempo sino al 31 maggio per approfittare delle opportunità di acquisto dei terreni resi disponibili nella "Banca delle terre agricole" gestita da Ismea, un vantaggio riservato ai giovani di età compresa fra i 18 e 41 anni, non compiuti.
Una bella idea, pensata per favorire il ricambio generazionale in agricoltura, oltre che per mettere a reddito terreni altrimenti inutilizzati.

Com'è andata? Piuttosto bene, stando alle anticipazioni fornite da Federico Cenci che firma l'articolo pubblicato il 29 giugno su "Il Quotidiano del Sud", dove fornisce i "numeri" di questa iniziativa e più in generale sul rapporto fra giovani e agricoltura.
Per i 386 terreni che erano nelle disponibilità della Banca delle terre, sono state presentate ben 1709 domande.
Un segno tangibile dell'interesse dei giovani per l'imprenditoria agricola, che si conferma poi nella presenza di almeno 56mila giovani che sotto i 35 anni sono alla guida di imprese agricole.

Ai primi posti nel cammino dei giovani verso la terra, si legge ancora in questo articolo, è il Sud, dove spicca il primato della Sicilia, seguita a stretto giro dalla Campania.


Xylella, quanta confusione

Non è semplice esprimere un giudizio netto di condanna oppure di assoluzione su come è stata affrontata la lotta alla Xylella.
Troppi i protagonisti in campo e troppe le variabili sul terreno. Difficile tuttavia accettare supinamente che questo patogeno possa continuare la sua avanzata in Puglia.

Di quanto la situazione sia grave lo segnala "Avvenire" del 30 giugno, spiegando che solo nell'area infetta risultano contaminati in più di sei anni 183mila ettari e 21 milioni di alberi.
Un'enormità. Come pure è enorme il danno al patrimonio di ulivi, con oltre 11mila piante abbattute, perché ammalate.

Ora, prosegue l'articolo, la ministro per le Politiche agricole, Teresa Bellanova, ha messo sul tavolo 120 milioni di euro per gli interventi compensativi.
Il tutto stabilito in un decreto al quale la Regione Puglia dovrà dare piena attuazione attraverso la declamatoria di calamità naturale.

La stessa Regione, queste alcune delle proposte, dovrà favorire la diversificazione colturale, consentendo l'impianto di mandorli e ciliegi al posto degli ulivi.
Proposta che, vista dall'esterno, sembra quasi una resa incondizionata alla Xylella.


La catena del valore

Quante volte si sono letti articoli che denunciano le sproporzioni nella catena del valore della filiera agroalimentare, che finiscono con il penalizzare i produttori agricoli, lasciando loro solo gli spiccioli, mentre alla trasformazione e distribuzione va la fetta più grossa della torta.

Le cose non sono affatto cambiate, ma il dettaglio che su questo argomento ci fornisce "QN" del 30 giugno è a dir poco interessante.
Si parte da uno studio realizzato da The European Ambrosetti, per conto di varie sigle del mondo della distribuzione, elemento che invita ad avere un occhio critico sulle evidenze finali, che guarda caso "assolvono" la grande distribuzione organizzata.

Ma non è questo l'elemento più interessante. L'articolo, firmato da Achille Perego, snocciola una serie di dati dai quali si evince che fatto cento il valore di riferimento, solo il 5,1% (ovvero 5 euro e dieci centesimi sui 100 di partenza) finiscono nelle tasche di chi "lavora", ovvero trasformatori, distributori e agricoltori (a questi ultimi il 17,7% e alla distribuzione "solo" l'11,8%).

E il rimanente 94,9%, ovvero i 94 euro e 90 centesimi del nostro esempio?
Il conto è presto fatto: 32,8% per la logistica, il 31,6% per il personale, il 19,9% allo Stato (le tasse…), l'8,3% per i macchinari e infine l'1,2% per le banche e solo l'1,1% alle importazioni.
Insomma, un magazzino rende molto, ma molto di più di un terreno.
Peccato che lì dentro non si produca nulla.


Giostra ministeriale

E' solo una breve nota quella riportata da "Italia Oggi" del primo luglio, a proposito dei rapidi e numerosi avvicendamenti ai vertici del ministero per le Politiche agricole.

Il primo a uscire di scena, ricorda questo quotidiano, è stato Stefano Toschei, che ha ricoperto il ruolo di capo di Gabinetto del ministero da ottobre 2019 a gennaio 2020.
Al suo posto è giunto Raffaele Borriello, che a breve distanza è stato sostituito da Paolo Onelli. Il giro delle poltrone continua con il capo dell'ufficio legislativo del ministero per le Politiche agricole, Alessandro Tomasetti, che ha lasciato l'incarico a meno di un anno dal suo insediamento.

Quali siano le motivazioni di tanti cambiamenti di responsabilità apicali al ministero guidato da Teresa Bellanova, Italia Oggi non lo dice.
L'importante è che da tanti giri di poltrone le attività di questo ministero non abbiano a risentirne, cosa sulla quale è lecito nutrire qualche dubbio.


Chi guida il Grana Padano

In tema di cambiamenti ai vertici, ce n'è uno che riguarda da vicino il mondo della zootecnia ed è quello della nuova presidenza del Consorzio di tutela del Grana Padano.

Nicola Cesare Baldrighi, che del Grana Padano è stato presidente per oltre vent'anni, si è infatti presentato dimissionario all'ultima assemblea del Consorzio.
Lui stesso, peraltro, ha voluto introdurre nelle regole del Consorzio il limite di due soli mandati, convinto sostenitore che un ricambio ai vertici porti con sé effetti positivi.
Una lunga presidenza, la sua, costellata di successi per questo formaggio, al quale sono legate le sorti dei produttori di latte.

Ne ripercorre le tappe il quotidiano cremonese "La Provincia" del primo luglio, con una interessante intervista al presidente uscente, che al suo successore, Renato Zaghini, passa il testimone di un importante impegno, quello della coesione.
"È il valore più grande in un consorzio, e in questi anni - sottolinea Baldrighi - l'abbiamo perseguito."


I soldi della Pac che verrà

Era il 2018 quando l'allora commissario europeo all'Agricoltura, Phil Hogan, presentò la sua proposta per la Pac che sarebbe venuta dal 2020 in poi.
Proposta che prevedeva tagli importanti, fermando il budget a 365 miliardi di euro per il nuovo settennato, circa 15 miliardi in meno.

Quella proposta è del tutto rientrata e la prossima Pac potrà contare su 391,44 miliardi, con un aumento del 2,8% rispetto al budget attuale.
La conferma arriva da "Italia Oggi" del 2 luglio, che motiva questo cambiamento di rotta come una delle conseguenze dell'emergenza da Covid-19, che ha rivoluzionato gli equilibri del dibattito politico ed economico fra gli Stati membri.

La nuova Pac, e con essa l'aumento del budget, non scatterà da subito, ma solo dal 2023.
E' questo il contenuto del regolamento transitorio sul quale le istituzioni dell'Unione europea hanno raggiunto un'intesa nell'ambito del "Trilogo", tavolo al quale si siedono rappresentanti dell'Europarlamento, del Consiglio dei ministri e della Commissione.

"Ora - spiega Paolo De Castro intervistato da Italia Oggi - gli Stati membri potranno programmare per tempo l'avvio della futura Pac, e decidere i livelli di finanziamento."


Più soldi, ma per la biodiversità

I soldi per la Pac prossima ventura, dunque, ci sono. Ma come verranno spesi? Un interrogativo che è lecito porsi, tenendo conto dell'aumentata attenzione della politica comunitaria nei confronti della tutela ambientale.

E c'è chi sostiene che in passato la politica agricola comunitaria non abbia tenuto in sufficiente considerazione proprio questi aspetti e in particolare non abbia contribuito a mantenere e rafforzare la biodiversità.
È quanto afferma la Corte dei conti europea, la custode delle finanze dell'Unione europea, organismo comunitario che ha il compito di valutare se il denaro speso da Bruxelles sia andato a buon fine e se gli scopi sono stati raggiunti.

Un giudizio severo, messo in evidenza sulle pagine de "Il Manifesto" del 2 luglio, che "suona come un nuovo monito a riformulare una parte considerevole delle politiche agricole europee." Insomma, c'è poco da stare tranquilli.


Sull'olio la "tempesta perfetta"

In ballo c'è un valore di circa tre miliardi di euro di export fra formaggi, salumi, frutta e agrumi. Sono i prodotti che potrebbero essere coinvolti nella guerra commerciale fra le due sponde dell'Atlantico, combattuta a suon di dazi.
E ora il presidente statunitense, Donald Trump, che in una prima fase aveva "risparmiato" dalle ritorsioni commerciali olio e vino italiani, potrebbe tornare sui suoi passi in risposta alla decisione italiana di bloccare gli arrivi dei cittadini statunitensi nel Belpaese.

Il conto, spiega Annamaria Capparelli dalle pagine del "Quotidiano del Sud" del 3 luglio, è pesante, in particolare per il vino che sul mercato Usa vale 1,5 miliardi, ai quali si aggiungono i 420 milioni dell'olio e i 349 milioni della pasta.

"Per l'olio - si legge nell'articolo - tra dazi, effetti dell'emergenza Covid 19 e l'allargamento dei confini della Xylella, è in arrivo un cocktail micidiale".
Un altro elemento di forte criticità per questo settore - continua l'articolo - è poi rappresentato dai prezzi, che dopo essere crollati del 44% si sono portati ai livelli del lontano 2014.

La colpa è anche degli stock di olio spagnolo venduto a prezzi concorrenziali e a volte presentato come "italiano".
Le soluzioni? Sblocco delle risorse per l'ammodernamento degli impianti e sostegni, anche a fondo perduto, per le aziende che producono olio certificato.
Chissà se qualcuna di queste pur legittime richieste potrà trovare accoglienza.


Salumi, l'origine in etichetta

Nell'etichetta di salumi e insaccati sarà indicata la provenienza della materia prima, cioè della carne suina.
Il via libera è arrivato grazie alla regola del "silenzio assenso", dopo che Bruxelles ha lasciato trascorrere tre mesi senza dare seguito alla richiesta italiana.

Ora la norma resterà in vigore sino alla fine del 2021, perché si tratta, come spiega "Italia Oggi" del 4 luglio, di un provvedimento "sperimentale".
Che arriva al momento giusto, verrebbe da dire, tenuto conto della pesante crisi che ha colpito tutta la filiera delle carni suine, dai produttori ai trasformatori.

Il testo del decreto reca le firme dei ministri per le Politiche agricole (Teresa Bellanova), dello Sviluppo economico (Stefano Patuanelli) e della Salute (Roberto Speranza).
Le nuove regole sull'etichettatura dei salumi prevedono che i produttori indichino il paese di nascita degli animali, quello di allevamento e di macellazione.
Solo se in tutte e tre le situazioni figura l'Italia, potrà essere apposta l'indicazione "100% italiano".

La nuova norma non si applica, come intuibile, alle carni trasformate importate, che non saranno tenute ad indicare la provenienza.
L'assenza di questa informazione le renderà automaticamente riconoscibili come prodotto di provenienza estera.
Per i prodotti a marchio di origine, la cui provenienza italiana è già contenuta nel marchio stesso, la nuova norma non ha motivo di essere applicata.

Ora la parola passa ai consumatori, che avranno la possibilità, se correttamente informati, di dare la preferenza al prodotto nazionale, aiutando così la filiera suina ad uscire dal baratro nel quale è precipitata.


Stop al cibo anonimo

Si continua a parlare di etichette il 5 luglio, in questo caso su "Libero", dove si ricorda che sono oltre 20mila i prodotti alimentari che nella loro etichetta dichiarano la loro italianità.
Un patrimonio tricolore del valore di oltre 7 miliardi di euro, in crescita di oltre il 2% nonostante l'appiattimento dei consumi.

"A fotografare i numeri dell'italianità a tavola - continua Libero - è l'ultima edizione dell'Osservatorio Immagino, pubblicato da Gsl Italia, l'associazione dei codici a barre, in collaborazione con Nielsen".
Il simbolo più utilizzato per ricordare la provenienza italiana e il nostro tricolore, che però è utilizzato sovente anche da chi impiega materie prime importate.

Dunque, conclude l'articolo pubblicato da Libero, nel 25,4% dei cibi che richiamano l'italianità, ci sono pure quelli che usurpano l'origine nazionale.
Ben venga allora la campagna promossa a livello europeo per lo stop al cibo anonimo, progetto però osteggiato da alcuni paesi del Nord Europa che esportano in Italia le loro materie prime alimentari.
 
"Di cosa parlano i giornali quando scrivono di agricoltura?"

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