Riso, il mercato cinese è aperto

Buone notizie per il settore a seguito del via libera ad esportare nel Paese orientale. Ora si auspica un aumento delle superifici: il punto con l'Ente nazionale risi e l'Associazione industrie risiere italiane

Barbara Righini di Barbara Righini

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Il mondo della risicoltura ha chiuso il 2020 positivamente e il 2021 è partito sotto buoni auspici (Foto di archivio)
Fonte foto: © sommai - Fotolia

Potrebbe non passare molto tempo prima di vedere partire il primo carico di riso italiano alla volta della Cina. Sono diciassette le riserie italiane che hanno appena ricevuto l'ok a esportare nel Paese orientale. Si tratta di un ulteriore passo verso l'effettiva operatività di un protocollo siglato più di un anno fa con Pechino che stabiliva che l'Italia poteva esportare in Cina le sue varietà da risotto (Arborio, Carnaroli, Roma ecc …).

Perché il sì teorico si trasformasse in un vero via libera per le riserie è servito appunto un altro anno di lavoro. "La burocrazia cinese è imbattibile" ha raccontato Roberto Magnaghi, direttore generale dell'Ente nazionale risi. "Gli incaricati cinesi hanno fatto molte verifiche. Hanno chiesto la creazione di una pest free area e l'adozione di garanzie che prevedono l'assenza di patogeni, operazioni di disinfestazione in partenza perché il riso non contenga contaminazioni. Erano preoccupati soprattutto del Trogoderma granarium".
 
L'ultimo via libera apre prospettive interessanti per le riserie e, guardando ancora più avanti, anche per i risicoltori. Basti dire che, secondo l'ultima stima dell'Usda, nel 2021 i cinesi consumeranno 147,5 milioni di tonnellate di riso. Si tratta ovviamente di riso di tipo diverso rispetto alle varietà italiane. "Siamo all'inizio" ha aggiunto ancora Magnaghi. "Abbiamo sottoscritto questo protocollo dopo moltissimi anni di trattative, una decina. Il percorso è quello di far conoscere il risotto e, sviluppando la cultura, certamente potremo aumentare le vendite e quindi anche i risicoltori potranno aumentare la produzione a causa dell'aumento della domanda". "Sappiamo che la high class è composta da circa 60 milioni di persone" gli fa eco a distanza Mario Francese, presidente di Airi, Associazione delle industrie risiere italiane che, assieme ai soggetti pubblici ha avuto un ruolo chiave nel portare a casa il protocollo Italia-Cina per l'esportazione di riso italiano da risotti nel Paese. "Abbiamo un potenziale mercato grande quanto il mercato italiano, se fossimo in grado di proporci a questa platea, faremmo un gol importante, e questa è la platea cui ci rivolgiamo, almeno in un primo momento".

Intanto il mondo della risicoltura ha chiuso un anno, il 2020, che è stato positivo e il 2021 è partito sotto buoni auspici. "È andata bene - ha detto ancora Magnaghi - nel periodo d'emergenza il riso ha avuto una grande richiesta, vendite in grande aumento, non sappiamo se per consumo o scorta. I trasferimenti di risone sono stati molto intensi, abbiamo venduto più di 1 milione e 500mila tonnellate. Abbiamo inoltre importato, in Europa, 1 milione e 600mila tonnellate di riso lavorato, un record assoluto. Il Covid ha portato effetti positivi nel consumo di riso. Per quanto riguarda il 2021 è iniziato con lo stesso trend di vendite fino al mese di febbraio, ora stanno rallentando e andando su valori tradizionali. Il traffico delle vendite ha raggiunto ormai il 70% delle disponibilità, abbiamo quindi trasferito dall'agricoltore all'industria il 70% del prodotto raccolto". "Speriamo che l'aumento dei consumi - ha detto ancora Mario Francese di Airi - convinca i risicoltori ad aumentare le superfici. Da anni come Airi chiediamo che si arrivi a 245mila ettari e l'auspicio è che grazie anche all'apertura del mercato cinese a questo punto si possa supportare la nostra visione strategica, vorremmo una risicoltura ancora più importante".

Le previsioni di semina per la nuova campagna, fornite dall'Ente nazionale risi sulla base del consueto sondaggio, indicano in 229.300 gli ettari di riso, con un più 2mila rispetto al 2020. Lo scorso anno si è chiuso con un altro segno di speranza, l'accordo raggiunto con la Gran Bretagna, che ora è Paese extra Ue e che rappresenta per l'Italia esportazioni per circa 67mila tonnellate di riso, base lavorato. L'accordo di libero scambio con la Gran Bretagna garantisce di poter ancora esportare nel Paese senza dover pagare dazio. "Abbiamo fatto un buon lavoro di squadra" ha commentato Magnaghi. "Abbiamo chiesto e ottenuto che l'accordo di libero scambio valga per prodotti originari, il nostro prodotto può andare in Gran Bretagna senza pagare dazio, ma il riso che entra in Gran Bretagna da Paesi terzi, se poi entra in Europa dovrà pagare dazio. Il rischio era che la Gran Bretagna diventasse importatore di riso dall'Estremo Oriente ed esportasse poi verso l'Ue".

Restano invece questioni da risolvere che preoccupano sia l'Ente nazionale risi, sia l'Airi, si tratta delle clausole di salvaguardia per i Paesi meno sviluppati e che presto scadranno. A breve poi ci sarà da rivedere il regolamento che regola a livello europeo le Spg, il Sistema di preferenze generalizzate. Di recente l'Unione europea ha bloccato le esportazioni di undici esponenti birmani, dopo il colpo di stato in Myanmar. Fra gli esponenti ci sono anche due entità che risultano fra i maggiori esportatori di riso. Al di là di questo evento incidentale, sia l'Ente nazionale risi, sia le riserie guardano con attenzione al 2022 e al 31 dicembre 2023, prima scadranno le clausole di salvaguardia attualmente in vigore per il riso Indica (Myanmar, Cambogia) e poi ci sarà da rivedere il regolamento 978/2012, quello che riguarda il Sistema delle preferenze generalizzate e le importazioni a dazio zero da Paesi Eba (Everything but arms).

"Temiamo - ha detto ancora Roberto Magnaghi - che appena sarà tolta la clausola di salvaguardia per Cambogia e Myanmar possano tornare i flussi di prodotto in Ue e nuovamente sconquassare il mercato. Per il futuro, in vista della scadenza del regolamento, noi chiediamo che la clausola di salvaguardia sia applicata anche quando il danno sia per la produzione agricola perché al momento le garanzie riguardano l'industria. In più non dovrebbe essere sempre il settore a sollecitare un intervento di Bruxelles, le clausole di salvaguardia dovrebbero scattare, diciamo così, automaticamente quando ci sia un danno per il settore agricolo interno all'Unione. La prima volta abbiamo chiesto la clausola di salvaguardia nel 2014 ed è stata applicata nel 2019. I tempi di verifica sono molto lunghi".

"Stiamo lavorando con gli altri stakeholder - ha aggiunto Francese di Airi - perché, con la revisione del regolamento 978 del 2012 si arrivi a meccanismi automatici per fare scattare la clausola di salvaguardia. La clausola di salvaguardia per il riso Indica sicuramente ha funzionato, ha contribuito a determinare un equilibrio di mercato con prezzi interni più elevati per i produttori. Ciò ha invertito la tendenza per quanto riguarda l'attitudine alle semine che stanno aumentando. L'auspicio è che anche l'apertura di nuovi mercati, magari, in futuro anche quello dell'India, possa permetterci di arrivare a 245mila ettari".

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Fonte: Agronotizie

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Tag: import/export mercati unione europea accordo consumi

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