Fatta la capitale del vino italiano, ora bisogna fare i vini italiani

Con Vinitaly Special Edition Verona si è confermata la capitale del vino made in Italy ed è pronta ad accogliere tutte le altre manifestazioni del settore. Ma è importante ripensare il mondo del made in Italy vinicolo

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La missione del vino italiano è quella di 'francesizzarsi' (Foto di archivio)
Fonte foto: © Angelov - Adobe Stock

Verona è la capitale del vino italiano. Un punto che era già stato ampiamente ribadito nel 2016 (50esima edizione di Vinitaly in pompa magna), con l'ingresso di Verona - unica città italiana - nella rete delle Grandi capitali del vino. La Vinitaly Special Edition ha messo la parola fine alle velleità di altre manifestazioni.

Vinitaly Special Edition incorona in via definitiva la Verona del vino, proprio in una manifestazione che non ha i grandi numeri del Vinitaly di aprile, ma ha l'entusiasmo degli operatori e la qualità di un business elevato, efficiente, preparato, export oriented. Ci verrebbe da dire davvero Special one, se non si corresse il rischio di evocare il genio un po' stinto di José Mourinho.


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Ora la palla passa al mondo del vino e alle istituzioni: basta ambiguità, si scelga Verona come unica piazza di riferimento e, magari, si abbia il coraggio di portare tutte le manifestazioni italiane dedicate al mondo del vino a Verona. Abbiamo visto che la formula con gli stand "democratici e personalizzabili" ha funzionato alla grande, a sentire gli operatori, per cui magari si studi - con il pieno appoggio delle istituzioni - la formula per convogliare a Verona tutte le manifestazioni di settore oggi esistenti, che - se si eccettua il grande Vinitaly di primavera (unico, irrinunciabile, inimitabile) - sono sparse in Italia e sono microcosmi polverizzati. Mantengano pure le loro identità, qualora lo ritenessero imprescindibile, ma convergano tutte su VeronaFiere, che ha dimostrato di essere regista all'altezza di un grande evento in tempo di covid-19 e, in tutta sincerità, non aveva bisogno di dimostrare nulla ad alcuno.

Fatta Verona capitale del vino italiano, bisogna fare i vini italiani. È vero che la filiera del vino, secondo l'analisi e il super indice Agri4index messo a punto da Nomisma e Unicredit, è al primo posto della classifica sull'agroalimentare per strategicità, valore della produzione e proiezione sui mercati, sintetizzati nelle variabili "struttura, produzione, mercato e performance economico-finanziarie".

In una comparazione europea - riporta lo studio - la filiera vitivinicola italiana pesa di più rispetto a quelle francese e spagnola in merito al valore espresso sia nella fase della produzione agricola (17% contro il 15% della Francia) che in quella industriale (8% contro 7%). Ma qui, molto probabilmente, pesa la quantità prodotta, che colloca l'Italia al primo posto in Europa.

Al contrario, se si prende in esame il tema dell'export - che pure ha ripreso a crescere, nonostante lo stop del 2020 figlio della pandemia, della chiusura dell'Horeca in molte parti del mondo, con i dati dei primi sette mesi del 2021 che fotografano una crescita del 14,5% su base tendenziale e del 10,7% sullo stesso periodo del 2019, per un valore che ha raggiunto i 4 miliardi di euro -, la Francia (21% l'incidenza del vino sulle vendite oltre frontiera di prodotti alimentari trasformati) si pone davanti all'Italia, con un'incidenza del vino sulle vendite oltre frontiera di prodotti alimentari trasformati del 21% contro il 18% di casa nostra.

D'altronde, se guardiamo l'epoca moderna, la vocazione all'export della Francia ha radici molto solide: fin dal Settecento commerciava i propri vini bordolesi con l'Inghilterra, accrescendone la fama fra i nobili e l'alta società britannica. L'Italia, al contrario, operava per lo più scambi fin dal Medioevo fra monasteri e abbazie, importava con la Serenissima di Venezia vini di tipo Malvasia dalle isole greche sotto il proprio dominio e per consolidare rapporti commerciali internazionali promettenti dovette attendere gli inglesi che tra la fine del Settecento e i primi dell'Ottocento, portarono in madrepatria e negli Stati Uniti il Marsala dalla Sicilia.

Torniamo all'oggi. Per vedere che la missione del vino italiano è quella di "francesizzarsi", nel senso di migliorare il proprio valore medio a bottiglia, che per i vini d'Oltralpe è ben più elevato.

Uno studio del neonato Osservatorio di Unione italiana vini (Uiv), realizzato in collaborazione con Vinitaly, è molto chiaro sui limiti del vino italiano, che pure ha dei punti di forza notevoli e ha saputo incrementare le vendite all'estero del 60% dal 2000 al 2020.
Solo il 5% delle bottiglie di vino fermo italiano destinate all'export esce dalle cantine a più di 9 euro al litro - recita il report dell'Osservatorio di Uiv realizzato in collaborazione con Vinitaly -, mentre il 75% non supera la soglia dei 6 euro. Un posizionamento più basso non solo rispetto a competitor come Nuova Zelanda, Francia e Australia, ma anche sulla media mondiale degli scambi. Significa che la strada da percorrere è ancora lunga.

Complessivamente, secondo l'analisi, è il segmento popular (3-6 euro/litro) a essere il più presidiato dal vino tricolore nel mondo con quasi la metà dei volumi, seguito dal basic (fino a 3 euro) con il 28%, dal premium (6-9 euro) con il 20% e dal super premium (oltre i 9 euro).
Come fare? Le strategie di internazionalizzazione necessitano forse di maggiore coordinamento? Serve una cabina di regia per massimizzare i fondi messi a disposizione dall'Ocm Vino?

In base ai dati elaborati dall'Osservatorio Vinitaly-Nomisma Wine Monitor (Fonte: Agenzia delle Dogane), sui primi otto mesi del 2021 registrano una crescita in cinque dei principali mercati di destinazione (Cina +49,2%, Regno Unito +4,3%, Canada +13%, Giappone +1,5%, Russia +13%) su otto mercati presi in esame.
Inoltre, fra gennaio e agosto gli acquisti cumulati di vino italiano negli Usa hanno raggiunto 1,3 miliardi di euro contro 1,1 miliardi di due anni fa; in Svizzera i valori hanno toccato i 267 milioni contro i 225 milioni del 2019; in Corea del Sud la crescita è addirittura del +123%.

Altre caselle restano da completare. La sfida ai cambiamenti climatici, ad esempio, che impongono attenzione nell'operatività nel vigneto e nel controllo della cantina (ma più in campo), e una buona dose di innovazione tecnologica, nel monitoraggio, nell'adozione di pratiche idonee, di sensori ed elementi utili per massimizzare la qualità con precisione chirurgica. Anche nell'utilizzo dell'acqua. Ma la ricerca dovrà farsi strada anche per adeguare i vitigni ai cambiamenti climatici in atto, senza compromettere la biodiversità quale elemento caratterizzante la viticoltura italiana.

Altre battaglie? Naturalmente. Il mondo del vino si lamenta da tempo immemore del peso della burocrazia. Da respingere con fermezza, a questo punto, le velleità di introdurre etichette fuorvianti e inutili, che farebbero perdere ingiustamente appeal a una bevanda che non per niente è conosciuta come il nettare degli dei. Non ha senso indicare le calorie su una bottiglia di vino. Piuttosto, ricordarsi sempre di bere con moderazione. La vita è troppo breve per bere vini mediocri, frase attribuita variamente a più personaggi, non necessariamente dell'enomondo. Non indaghiamo su chi l'ha effettivamente pronunciata, ma la sottoscriviamo.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

Autore: Redazione Agronotizie

Tag: vino import/export mercati vinitaly vitivinicoltura filiera

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