Vino comune, le rese verso le 30 tonnellate d'uva per ettaro

La norma che aggiorna il Testo unico della vite e del vino è contenuta nel Decreto rilancio. Canta vittoria la Cia Sicilia Occidentale che l'estate scorsa aveva proposto la modifica

Mimmo Pelagalli di Mimmo Pelagalli

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L'eccessiva produzione di vino comune nel Nord Italia nel 2019 aveva depresso i prezzi in tutto il Paese (Foto di archivio)
Fonte foto: © Morenovel-Fotolia

Nel decreto legge 19 maggio 2020, n. 34, meglio noto come Decreto rilancio, al terzo comma dell’articolo 224 Misure in favore della filiera agroalimentare” c’è una importante novità per i produttori di uva da vino comune: la sostanziale riduzione delle rese massime per ettaro dei vigneti da 50 a 30 tonnellate, seppure con la possibilità di alcune deroghe regionali, che non potranno comunque superare le 40 tonnellate.

“In meno di un anno abbiamo raggiunto un risultato importante per il settore vitivinicolo siciliano e italiano, che crea più equilibrio ed uguali opportunità per tutti i produttori di vino da tavola. Speriamo porti anche maggiore stabilità nei prezzi”. E’ il comento di Nino Cossentino, presidente della Cia Sicilia Occidentale, alla notizia che la riduzione della resa massima di uva per ettaro per la produzione di vini comuni è contenuta nel decreto legge in corso di conversione in Parlamento.

Verrà così aggiornato il Testo unico della vite e del vino (legge 238/2016) - che prevedeva una resa massima di 500 quintali di uva per ettaro (tra i 350 e i 400 ettolitri di vino). La nuova norma impone dal primo gennaio 2021 ad ogni produttore una resa massima di 30 tonnellate ad ettaro, con alcune deroghe fino a 40 tonnellate, per alcuni territori dove si è avuta tale produzione, ma negli ultimi 5 anni.

In pratica, entro 120 giorni dalla data di entrata in vigore della modifica normativa, il ministro alle Politiche agricole, sentita la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, definisce con proprio decreto le aree vitate dove è ammessa una resa massima di uva a ettaro fino a 40 tonnellate, tenendo conto dei dati degli ultimi cinque anni come risultante dalle dichiarazioni di produzione. In tutti gli altri territori vigerà il limite di 30 tonnellate.

Era stata proprio la Cia Sicilia Occidentale, dallo scorso mese di giugno, a sollevare la questione, denunciando un drastico calo dei pezzi dei vini comuni che con i 15-20 centesimi al litro non riuscivano nemmeno a ripagare i costi di produzione. Prezzi decisi dalle grandi giacenze registrate in alcune regioni, come Veneto ed Emilia Romagna, dove si sono registrate negli ultimi anni produzioni sopra la media.

E il rischio che il fenomeno possa ripetersi c’è ancora, atteso che il 14 maggio, secondo il report Cantina Italia del ministero per le Politiche agricole a cura dell’Istituto centrale per la tutela della qualità e la repressione frodi, in Italia vi sono in giacenza qualcosa come oltre 10,1 milioni di ettolitri di vino comune, e per quasi 5,9 milioni si trovano nelle cantine delle regioni del Nord Italia.

Ai primi di luglio, a Petrosino, in provincia di Trapani, la Cia Sicilia Occidentale era riuscita a riunire oltre 500 produttori per un confronto con la Regione Siciliana e con alcuni deputati nazionali sullo stato di crisi, avviando il percorso che ha portato a questa nuova normativa contenuta tra le misure del decreto Rilancio.

“Siamo grati alla Cia Sicilia regionale e alla sua presidente, Rosa Giovanna Castagna, e alle forze politiche che ci hanno appoggiato in questa battaglia. Adesso – dice ancora Cossentino – speriamo che il comparto vitivinicolo, un’eccellenza italiana, resti sostenuta dall’azione del governo in questo particolare momento che ha causato l’azzeramento, o quasi, delle vendite per la pandemia. La nuova vendemmia potrebbe causare un ulteriore intasamento delle giacenze dei vini prodotti nell’annata precedente. Chiediamo un intervento shock per un settore strategico che rischia di crollare”.

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