L'undicesimo round negoziale sul Ttip appena iniziato a Miami sarà decisivo per capire se il trattato di libero scambio tra Ue e Usa andrà in porto.
Ora che il Tpp, l'analogo trattato tra Washington e undici Stati del Pacifico è stato firmato, i negoziatori si potranno dedicare a quello con l'Europa e sarà in questa occasione che si vedrà se c'è o meno la volontà politica di arrivare ad un accordo.

Al di là delle sigle, sul tavolo c'è una grande possibilità per il nostro settore agroalimentare. “Se si dovesse arrivare ad un accordo si aprirebbe per i prodotti italiani ed europei un mercato da 300 milioni di consumatori che amano il made in Italy”, spiega il presidente della Commissione Agricoltura al Parlamento europeo Paolo De Castro, intervistato da AgroNotizie in occasione della giornata conclusiva del dibattito scientifico promosso dall'Unione europea a Expo.
Il costo del non fare invece sarebbe altissimo, sia in termini economici sia di rilevanza internazionale” commenta De Castro, che è anche uno dei negoziatori del Ttip.

Ma che cosa prevede il Ttip? Il Transatlantic Trade and Investment Partnership prevede l'eliminazione di dazi tariffari e non tra le due sponde dell'Atlantico. Vuol dire che una mozzarella prodotta in Campania non sarà caricata di una tassa quando sbarcherà negli Usa. E un prosciutto di Parma non dovrà subire alcun tipo di controllo, perché ci sarà un riconoscimento reciproco degli standard. Niente più problemi con la listeria, insomma.

Uno degli ostacoli più grandi dal punto di vista agroalimentare è il riconoscimento da parte degli Stati uniti delle Indicazioni geografiche europee, le Dop e le Igp. Un gap culturale esiste, per cui un consumatore Usa ritiene che un aceto balsamico fatto in uno Stato americano possa chiamarsi di Modena. O che un Parmigiano Reggiano possa essere prodotto in Iowa seguendo processi diversi da quelli stabiliti dal Consorzio.

Per noi arrivare ad un accordo sulle Indicazioni geografiche è una condizione imprescindibile per la firma del Ttip”, spiega De Castro. “Dobbiamo evitare a tutti i costi che gli americani continuino a consumare prodotti spacciati come italiani e che invece di italiano non hanno nulla”.

Anche perché tra i consumatori statunitensi c'è una crescente voglia di made in Italy. Secondo una indagine di Nomisma su duemila responsabili d'acquisto americani di prodotti alimentari, l'origine italiana rappresenta una garanzia di qualità (lo pensa il 72% dei consumatori) e sicurezza alimentare (il 19%). Su prodotti come formaggi, pasta, olio d'oliva, sughi e vino, il marchio dell'italianità è imbattibile. Un mercato senza tariffe aggiuntive e controlli sarebbe una manna per la nostra industria.

Per De Castro ci sono le condizioni perché l'accordo possa chiudersi entro la fine del mandato di Obama (a novembre dell'anno prossimo). Ma non tutti la pensano così, visto che da Washington frenano. Ancora troppi punti in sospeso, dicono. La possibilità, concreta, è che sia il prossimo inquilino della Casa Bianca a firmare l'accordo.

Ma anche l'opinione pubblica europea è divisa. Accanto ai favorevoli c'è chi teme un abbassamento degli standard di qualità dei prodotti e una concorrenza sleale delle imprese a stelle e strisce. Anche su questo Parlamento e Commissione Ue rassicurano: non abbasseremo mai i nostri standard di sicurezza.
Ricordiamoci poi che gli Usa hanno controlli elevati”, afferma De Castro.

Un esempio su tutti è il "pollo al cloro". Negli allevamenti Usa si utilizza la clorina per sterilizzare gli animali dopo l'abbattimento. Una pratica "drastica" che però assicura la sterilizzazione, ma preoccupa le associazioni dei consumatori per i possibili effetti sulla salute umana. Dall'altro lato della barricata c'è però chi ricorda che l'Ue importa ogni anno milioni di tonnellate di polli (comprese ali e frattaglie) dal Vietnam.
 

Leggi l'intervista di AgroNotizie al commissario Ue all'Agricoltura Phil Hogan: Biologico, Phil Hogan: "Presto la svolta" e al commissario Ue alla Salute Vytenis Andriukaitis: Ue, presto misure contro lo spreco alimentare

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