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Actinidia, che fine ha fatto la batteriosi?

Il tempo ha dimostrato che con lo Pseudomonas syringae pv actinidiae si può convivere, grazie a prevenzione e buone pratiche. Ma il freddo e le gelate di questo inverno potranno cambiare le carte in tavola

Lorenzo Cricca di Lorenzo Cricca

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Kiwi, si attende la ripresa vegetativa per capire se la batteriosi sarà di nuovo un problema
Fonte foto: © megastocker - Fotolia

Il 2008 è stato l’annus horribilis dell’actinidia, con lo Pseudomonas syringae pv actinidiae che faceva la sua comparsa in Italia. Nove anni che hanno segnato la coltivazione del kiwi e che hanno reso necessario un cambiamento del sistema produttivo e della filiera.

Da allora tante cose sono cambiate: maggiore conoscenza del problema, l'attuazione di una strategia di difesa e la riduzione dell'infezione primaria della malattia. La paura iniziale è quindi passata, ma siamo veramente fuori dall'emergenza? Che fine ha fatto questo flagello?
Di sicuro possiamo dire che con la batteriosi ci si può convivere. C'è un però. In base agli ultimi dati raccolti in campo dai tecnici i sintomi invernali sono aumentati, rispetto all'andamento degli ultimi anni. Questo è preoccupante, in vista della ripresa vegetativa. La malattia stà forse per colpire nuovamente?

"La batteriosi dell'actinidia - spiega Marco Scortichini, direttore del Cra - Unità di ricerca per la frutticoltura di Caserta e noto batteriologo vegetale è oramai endemica in Italia. Rispetto però alla paura iniziale la situazione è decisamente migliorata.
Grazie infatti ad una maggiore conoscenza abbiamo capito che per combatterla la parola chiave è prevenzione. Il tutto però deve essere fatto in modo corretto e tempestivo. C'è da segnalare che il freddo e le gelate di quest'inverno hanno, con tutta probabilità, 'scompigliato' le carte in tavola: da un lato aprono vie d'accesso, dall'altra lo rendono più aggressivo. Questo ha comportato ad un aumento degli essudati invernali, che lasciano pensare ad una possibile recrudescenza della malattia".

 
essudati invernali su pianta di Actinidia
(Fonte Foto: © Atlas of Plant Pathogenic Bacteria)

"Per combatterla - continua Scortichini - è necessario effettuare un continuo monitoraggio dello stato di salute degli impianti con eventuali interventi di taglio, asportazione e bruciatura delle parti infette o delle intere piante. Poi bisogna effettuare una continua protezione in alcuni momenti chiave: nelle prime fasi vegetative primaverili, in fioritura, durante l'allegagione, subito dopo la raccolta dei frutti e durante la fase di caduta foglie. Tutte per disinfettare qualsiasi ferita o apertura naturale che possa far penetrare il batterio all’interno della pianta. Durante la fase invernale è poi necessario trattare attraverso prodotti filmanti per creare uno schermo protettivo.

Qual è la situazione in Emilia Romagna?
"Quest'anno l'allerta è più alta rispetto agli ultimi due anni - spiega Loredana Antoniacci, del Servizio fitosanitario dell'Emilia-Romagna -. Abbiamo infatti notato una maggiore presenza di essudati invernali. L'inverno più freddo e le gelate hanno sicuramente influenzato direttamente ed indirettamente la malattia, causandone una maggiore presenza.
Probabilmente però alcuni agricoltori, negli ultimi anni, hanno abbassato progressivamente la guardia, pensando che oramai questa malattia fosse già nel passato. Chi invece ha continuato ad agire in modo corretto ha impianti con meno sintomi. Tutto dovrà però essere rivisto alla ripresa vegetativa.

Dobbiamo pensare che la batteriosi è oramai endemica nel nostro territorio e con essa dovremo conviverci per ancora molto tempo. E' quindi necessario continuare a prevenire e controllare

Dal 2010 ad oggi sono stati estirpati circa 210 ettari di actinidia in Emilia-Romagna. Il picco è stato nel 2013 con circa 100 ettari, mentre nel 2014 sono stati poco più di 50 ettari. Oggi non eseguiamo più l'estirpo, allora c'erà una situazione di gravità, ma diamo indicazioni comportamentali: distribuire rame in previsione delle pioggie e 'pulire' bene l'impianto. Interessante è l'uso del Bion® 50WG, a base di Acibenzolar-s-Methyl, come induttore di autodifesa della pianta: per quest'anno però la deroga non è ancora stata rilasciata anche se attendiamo a breve la risposta dal ministero della Salute che crediamo essere positiva".

 
Sintomi di batteriosi su frutti di kiwi
(Fonte foto: © Regione Lazio)

Allerta per il Piemonte
"Quest'anno la batteriosi si è presentata con maggiore inasprimento - spiega Graziano Vittone, tecnico dell'Agrion di Cuneo -. Negli ultimi anni infatti c'era stato un calo. Questo cosa comporterà nel prossimo futuro? Non lo so. Per comprendere meglio la situazione reale è necessario l'evoluzione dell'infezione nel corso della stagione vegetativa.

Dal 2011 al 2013, periodo di massima emergenza in Piemonte, abbiamo estirpato ufficialmente 1030 ettari di actinidia. Da allora estirpi non ne sono stati fatti. Perche? L'emergenza si è ridotta sia grazie all'andamento climatico invernale più mite del passato, sia grazie alle misure preventive di profilassi consigliate in questi ultimi anni.

Le nostre linee guide oggi sono: continuo controllo ed eliminazione delle parti o delle piante infette, buone pratiche agronomiche, profilassi con rame, uso di prodotti a base di Acibenzolar-s-Methy, nei periodi in cui viene concessa la deroga per l'utilizzo. Su quest'ultimo però c'è da dire che risulta utile nei casi di malati acuti e cronici, quando il malato è terminale, l'aiuto non c'è.

L'actinidia è una cultivar strategica per il Piemonte sia per l'economia delle aziende agricole sia per creare una zona cuscinetto. Dobbiamo preservarla al massimo".

 
Sintomi di Psa su foglie di actinidia
(Fonte foto: © Sinigalia Comunicazione)

C'è un nesso tra Psa e Post-raccolta?
I danni della batteriosi all'interno dei frutteti sono noti. Meno conosciuti i danni che può provocare ai frutti durante la conservazione. Nel marzo 2016 l'Università di Torino pubblica sulla rivista Postharvest Biology and Technology uno studio che dimostra come il temibile batterio influisca sulla qualità dei frutti nel post raccolta.

"La ricerca - spiega Davide Spadaro, docente dell'Università di Torino -, ripetuta per due anni di seguito, prevedeva l'analisi su campioni di kiwi sani e su campioni infettati da Psa, della varietà Hayward, dopo 90 giorni di conservazione e durante la vendita commerciale.
I parametri considerati sono stati: durezza della polpa, contenuto in solidi solubili, contenuto in sostanza secca e quantitativo di calcio. Inoltre è stata valuta l'incidenza della marcescenza causata dalla muffa grigia. I dati ci danno un quadro molto chiaro: la qualità del frutto è influenzata così come la capacità di conservarsi. Sui frutti provenienti da actinidieti colpiti da Psa si osserva, in generale, un più veloce decadimento della durezza ed un aumento degli zuccheri solubili, accompagnato da un minore livello di acidità titolabile. Inoltre i parametri, possono favorire una maggiore incidenza alla muffa grigia. Diversi fattori risultano essere coinvolti. Non è facile stabilire, con precisione, salvo nei casi più evidenti, lo stato fitosanitario reale della pianta".


Grazie a questo studio è comunque possibile fornire agli agricoltori ed ai commercianti alcuni interessanti suggerimenti per gestire al meglio il prodotto in post raccolta.

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