L'Echa, Agenzia europea per le sostanze chimiche, tramite il proprio Risk Assessment Commitee (Rac) ha condotto un processo di revisione indipendente su glifosate e dopo aver analizzato la consistente quantità di dati disponibili, inclusi quelli scartati dallo Iarc, ha concluso che glifosate non va considerato cancerogeno, né mutageno, né tossico per la riproduzione, né genotossico.
Gli esperti degli Stati membri, gli stakeholder e i cittadini hanno avuto l’opportunità di partecipare alla valutazione in alcuni momenti del processo, come in occasione della consultazione pubblica svoltasi a Bruxelles nella primavera del 2016.
 
Richard Garnett, presidente della European Glyphosate Task Force (Gtf) ha affermato al proposito: ”Le conclusioni raggiunte dal Rac rafforzano i risultati di altre valutazioni su glifosate condotte dalle autorità di regolamentazione nel mondo. Le prove scientifiche a supporto del rinnovo del glifosate sono evidenti. Sulla base della solida valutazione scientifica del Rac, non ci sono ostacoli al rinnovo del glifosate in Europa da parte degli Stati membri”.
 
Il prossimo passo di Echa sarà presentare la propria proposta di classificazione armonizzata di glifosate alla Commissione Europea per l’adozione finale.
 

Via alla polemiche

Perfino Greenpeace in qualche modo glielo riconosce, seppur con pesanti riserve: l’Echa opera in modo trasparente e indipendente, basando il proprio lavoro esclusivamente su solide evidenze scientifiche e collaborando solo con esperti avulsi da conflitti di interessi, sia in prima persona, sia a livello familiare.
Una garanzia talvolta contraddittoria, visto che i massimi esperti di una molecola sono spesso proprio quelli che su di essa hanno lavorato molto, anche in collaborazione con l’industria che la produce. Ciò nonostante, anche se fosse stato il caso in questione, questo non pare essere un problema parlando di Echa, la quale risulta al di sopra di ogni sospetto, più o meno malizioso, anche su tale argomento.
Non a caso, la Corte europea degli auditors ha considerato le policy e le procedure seguite da Echa in linea con le loro raccomandazioni in termini di conflitti di interessi. In altre parole, Echa opererebbe pienamente nell’ambito delle migliori pratiche stabilite a livello internazionale.
 
Un punto, questo, trattato nelle due risposte sequenziali date da Echa proprio a Greenpeace, la quale ha sollevato e reiterato infatti una questione sul fatto che alcuni membri dello staff di Echa avessero un background industriale, ovvero il chairman, Tim Bowmer, e due membri del gruppo specifico di lavoro. Due, è bene dirlo, su 53 scienziati che hanno prodotto il giudizio positivo su glifosate.

La colpa di Tim Bowmer sarebbe quella di aver lavorato per un’organizzazione di ricerca non-profit di proprietà governativa la quale dà supporto alle società del settore in tema di usi sicuri degli agrofarmaci. Stessa cosa per i due membri dello staff, i quali operano per istituti nazionali di consulenza dei rispettivi governi. Come se ciò fosse un disvalore anziché un plus in termini di competenza.
 
Di più: a Greenpeace pare non essere andato giù il fatto che Echa abbia tenuto conto anche di studi non pubblicati, ovvero quelli prodotti da Monsanto e altre entità private nel corso dei processi di autorizzazione e difesa della molecola a livello Regulatory, globale ed europeo. Nessuna polemica invece sulla valutazione di Echa in termini sanitari e ambientali, ove glifosate viene considerato pericoloso in relazione a possibili danni oculari e possibile causa di effetti dannosi di lungo termine sulla fauna acquatica. Quando cioè si dice ciò che a Greenpeace piace sentirsi dire, di polemiche pare non ce ne siano affatto, anche quando gli studi siano fatti magari da Monsanto.
 
Un disappunto, quello degli ecologisti, che appare però comprensibile, perché spesso dietro la maschera di “scienziati indipendenti”, cioè quelli tanto cari a loro, si celano soggetti che pare operino più che altro per dimostrare tesi precostituite a tavolino per poi pubblicarle su qualche rivista "scientifica", magari con un impact factor men che mediocre.
 
Di certo, quando si parla di scienza appare molto più dannosa e sospetta la colpevole incompetenza dei molti demagoghi che si schierano contro Ogm e agrofarmaci a prescindere, vuoi per interessi personali, vuoi associativi, vuoi politici. Tutti conflitti di interessi, questi, che sarà sempre tardi quando verranno finalmente valutati per ciò che realmente sono.
 
E forse proprio qui sta il punto: quando non si hanno argomenti solidi e scientificamente inoppugnabili in mano – e si basano le proprie crociate su qualche studio funzionale alle proprie finalità associative – l’unica cosa che resta da fare è gettare accuse e sospetti sull’integrità di chi invece quelle prove e quelle evidenze scientifiche si è dimostrato in grado di produrle. Tentare furbescamente di eliminare dal dibattito le voci scomode, soprattutto se hanno ragione, resta infatti uno dei cavalli di battaglia preferiti degli ambientalisti, Greenpeace inclusa.
 
Ai Verdi operanti su scala globale, così attenti ai presunti conflitti altrui, deve però essere sfuggito che un membro del Gruppo Iarc che ha collaborato alla stesura della famigerata monografia su glifosate, certo Christopher Portier, sarebbe stato un funzionario della Ong ecologista anti-pesticidi americana Edf, acronimo di Environmental defense. Dall’inchiesta di Agrarian Science, emergerebbe infatti come nel 2014 Portier sarebbe divenuto “presidente del comitato consultivo di esperti dello Iarc sulla scelta delle priorità da perseguire per il futuro e tra queste vi è stato compreso il glyphosate. Lo Iarc in questa occasione ha tenuto nascosto che il Portier era stato in paga dell’Edf di cui sopra”.
Nel 2015 sarebbe stato “il solo rappresentante esterno del gruppo di lavoro dello Iarc sul gliphosate con le funzioni di consigliere tecnico, quando contemporaneamente è ancora nel libro paga della predetta Ong anti-pesticidi ed era stato autore di molti articoli contro la Monsanto”.
Il tutto, senza considerare il fatto che Portier fosse “un esperto senza cognizioni di tossicologia”.
 
Un conflitto di interessi il quale pare si sia fatto di tutto per nasconderlo e farlo passare come lecito, spostando invece l’attenzione sui presunti e mai dimostrati conflitti di interessi dei membri dello staff di Echa.
 
Perché puntare il dito alla Luna è il miglior modo per distrarre chi guarda da ciò che intanto fa l’altra mano. Quella di cui forse - e finalmente - la gente comincia a capirne la funzione e le furbesche attività.