In questi giorni la pasta è al centro dell'attenzione di associazioni di consumatori e agricoltori. Il motivo è presto detto: a marzo la pasta di semola di grano duro è aumentata del 17,5% anno su anno, mentre il frumento è quotato alla Borsa merci di Foggia 340 euro alla tonnellata, il 37% in meno rispetto ad un anno prima (quando era a 540 euro).

 

L'idea che molti si sono fatti è che qualcuno ci stia guadagnando indebitamente, tenendo i prezzi alti, in misura doppia rispetto all'inflazione (pari all'8,4%), per fare cassa. Ma è davvero così? Per capire le ragioni di una parte e dell'altra bisogna guardare ai numeri.

 

Il prezzo della pasta, aumenti a doppia cifra

Partiamo dal prezzo della pasta. Secondo il garante per la Sorveglianza dei Prezzi, il cosiddetto mister prezzi, Benedetto Mineo, che ha convocato una Commissione di allerta rapida per analizzare la dinamica del prezzo della pasta, in un anno il prodotto ha avuto un aumento del 17,5%.

 

Per evitare di prendere granchi è necessario andare a guardare i dati forniti da Istat. Oggi un pacco di pasta da 1 chilogrammo costa 2,15 euro e ha subìto un aumento del 16,5% se si confrontano i prezzi di aprile 2023 con quelli del 2022 e del 17,5% se si guarda a marzo su marzo.

 

Interessanti sono anche i numeri di Assoutenti. Secondo l'Associazione dei Consumatori il prezzo medio della pasta in Italia è pari a circa 2,13 euro al chilogrammo. Ci sono però importanti differenze tra i territori, le marche e le insegne della Grande Distribuzione Organizzata (Gdo) a cui ci si rivolge.

 

Ad esempio ad Ancona il prezzo medio è di 2,44 euro al chilo, mentre a Cosenza si ferma a 1,48 euro. Sono dati che parlano dunque di un aumento generalizzato dei prezzi, ma fotografano anche una disomogeneità su base territoriale.

 

In calo il prezzo del grano duro

Posto che il prezzo della pasta è salito, quello del grano invece sta scendendo. Basta guardare la Borsa merci di Foggia per avere una idea. Un anno fa 1 tonnellata di grano duro veniva pagata circa 540 euro, pari a 0,54 euro al chilogrammo. Oggi invece siamo a 340 euro, con un calo del 37%.

 

E infatti le associazioni degli agricoltori lanciano l'allarme, affermando che in queste condizioni mantenere i conti delle aziende agricole in positivo è praticamente impossibile.

 

Ma come mai il prezzo del grano duro è sceso? Come abbiamo spiegato in questo articolo le ragioni sono differenti. Prima di tutto il 2022 è stato un anno relativamente buono per le produzioni, nulla a che vedere con il 2021, quando il Canada (primo produttore al mondo di duro) ha avuto un tracollo.

 

Il secondo motivo è che la guerra in Ucraina non sembra aver determinato un blocco dell'export di grano. Anzi, la decisione dell'Ue di eliminare i dazi per aiutare Kiev ha fatto arrivare in Europa frumento a buon mercato (anche se principalmente tenero).

 

A questo si deve aggiungere la percezione del mercato rispetto all'anno in corso. Le semine di grano duro in Italia e nel Nord America sembrano essere buone e a meno di un meteo avverso in Canada, che affossi le produzioni, le quotazioni dovrebbero lentamente tornare in linea con quelle del periodo pre pandemia (a maggio 2019 si viaggiava intorno ai 250 euro a tonnellata).

 

Cala il grano, aumenta la pasta. Chi ha ragione?

Per completare il quadro bisogna poi tenere in considerazione altri due fattori: il prezzo della pasta all'origine e il ritardo di aggiustamento dei prezzi.

 

Come sottolineato da Unione Italiana Food, l'Associazione al cui interno sono rappresentati anche i pastai, il prezzo della pasta all'origine, quindi comprata in fabbrica, è aumentato dell'8,4% in un anno (dati Istat, marzo 2023 su marzo 2022). Circa la metà del rincaro percepito dal consumatore. Il motivo? Gli industriali puntano il dito verso la Gdo, che avrebbe aumentato i prezzi più dei costi.

 

Accuse respinte dalle catene della grande distribuzione, che lamentano un aumento dei costi (energia, logistica, personale, eccetera) a fronte di una inflazione che sta mettendo in difficoltà il consumatore e una guerra di prezzo tra i supermercati.

 

Il secondo motivo portato dai pastai riguarda il fatto che la pasta venduta oggi è stata fatta con il grano acquistato mesi fa, quando le quotazioni del frumento erano molto più elevate. Ma non solo, perché anche il costo dell'energia, importante voce di bilancio per l'industria, era alle stelle. Ecco dunque che man mano che verranno smaltite le scorte della pasta fatta con il grano a 550 euro, scenderanno anche i prezzi. E in effetti, in un mese, si sono abbassati dell'1%.

 

Consumatori e agricoltori penalizzati

A guardare i dati di Istat i consumatori sono la vera categoria penalizzata. L'agroalimentare ha visto infatti un aumento dei prezzi inflattivo pari al 15% e la pasta si attesta al 16,5%, con un prezzo medio del pacchetto da 1 chilogrammo pari a 2,15 euro. A fronte di questi rincari, i salari, invece, sono stabili e dunque per le famiglie italiane si assiste ad una contrazione del potere d'acquisto.

 

Anche se poi la pasta non è certo l'alimento che "pesa" di più sul carrello della spesa. Con un consumo anno pro capite di circa 20 chili di pasta all'anno, l'impatto per una famiglia di quattro persone è di 30-40 euro.

 

Rischiano di essere ben più penalizzati invece gli agricoltori, che nell'attuale campagna cerealicola hanno affrontato una serie di spese che potrebbero essere non ripagate dalle future quotazioni della granella.

 

Basti pensare che le lavorazioni del terreno sono state fatte lo scorso autunno, quando il gasolio agricolo era ben più costoso di oggi. E anche il seme, allineato al listino della granella, è stato pagato molto più caro che nelle annate precedenti. E lo stesso vale per gli altri input, come i fertilizzanti e i diserbi, che solo recentemente stano tornando a prezzi normali.

 

Ecco allora che se le quotazioni internazionali del grano duro, determinate in sostanza dalle produzioni canadesi, non saranno elevate, molte aziende agricole potrebbero vedere crollare la redditività dei campi. Sfortunatamente, anche in questo caso, la mancanza di potere di contrattazione degli agricoltori penalizza prima di tutto il settore primario.