La viticoltura è uno dei pilastri su cui si basa l'agroalimentare italiano, eppure una delle grandi sfide sul tavolo oggi è la sostenibilità di questo comparto. Le viti infatti sono soggette agli attacchi di numerosi patogeni fungini, peronospora e oidio tra i principali, che i viticoltori combattono essenzialmente con l'aiuto degli agrofarmaci.

Secondo dati Istat nel 2016 nel nostro Paese sono stati impiegati 60 milioni di chilogrammi di principi attivi, con un consumo medio per ettaro intorno ai 5 chilogrammi. Il 61% di questi era costituito da prodotti fungicidi, di cui oltre il 25% è stato impiegato in viticoltura.

consumatori e l'Unione europea chiedono che la quantità di prodotti fitosanitari utilizzati in vigna cali drasticamente. E visto che la vite, per diverse ragioni, è oggetto di un limitato miglioramento genetico in chiave di resistenza antifungina, la ricerca si sta focalizzando su strumenti quali l'agricoltura 4.0, la gestione agronomica del vigneto e l'impiego di induttori di resistenza.
 
Proprio su questo fronte si è focalizzato Life green grapes, un progetto finanziato dal programma Life 2014-2020 e coordinato dal Centro Crea di viticoltura ed enologia, e che ha visto la partecipazione dell'Università degli studi di Firenze, della Cyprus University of technology e di diverse aziende del comparto vitivinicolo.

"L'obiettivo del progetto è stato quello di mettere a punto dei protocolli di difesa che fossero in grado di assicurare produzioni di uve, di qualità e quantità costante, pur con una riduzione complessiva dell'impiego di agrofarmaci, sia in viticoltura biologica che in difesa integrata”, spiega Paolo Storchi, primo ricercatore del Centro Crea di viticoltura ed enologia di Arezzo.

Quali sono gli strumenti che avete utilizzato per limitare l'uso di agrofarmaci di origine sintetica?
"Ci siamo basati principalmente sull'impiego di Dss, i Sistemi di supporto alle decisioni. Inoltre abbiamo fatto ricorso ad induttori di resistenza e per aumentare la biodiversità in campo e migliorare la vitalità generale del suolo siamo ricorsi all'inerbimento e al sovescio".

Partiamo dai Dss, come sono stati utilizzati?
"Esistono sul mercato diversi Sistemi di supporto alle decisioni in grado di valutare il livello di rischio in vigneto. Ovvero quanto le viti possono essere soggette allo sviluppo di malattie come la peronospora e l'oidio. Sulla base di queste indicazioni l'agricoltore è in grado di decidere se intervenire con un trattamento oppure se questo non è necessario. L'obiettivo rimane comunque portare in cantina uve sane".

L'impiego di questi strumenti quali vantaggi ha portato in termini di riduzione degli agrofarmaci di sintesi utilizzati?
"In regime di biologico e in condizioni ambientali non critiche abbiamo ottenuto una riduzione del 50% dell'impiego di rame, se si calcolano complessivamente i minori trattamenti e le minori dosi impiegate proprio in seguito ad una valutazione sulla pressione del patogeno sulla coltura. A livello di difesa integrata non è stato possibile fare questo tipo di quantificazione, ma certamente c'è stata una riduzione del ricorso a prodotti fitosanitari".

Che cosa ci può dire invece sull'impiego degli induttori di resistenza?
"Si tratta di prodotti di origine naturale che aiutano la pianta a difendersi dagli attacchi dei microrganismi patogeni. Il loro uso ha permesso un minor ricorso ad agrofarmaci, che ora stiamo quantificando. Dobbiamo però dire che nelle annate critiche dal punto di vista della difesa questi prodotti hanno dimostrato i loro limiti".

Nella riduzione di fitofarmaci pesa di più l'utilizzo dei Dss o degli induttori di resistenza?
"Certamente i Sistemi di supporto alle decisioni hanno un impatto molto più rilevante in quanto è possibile valutare concretamente il rischio fitosanitario e a fine anno, di norma, si contano alcuni trattamenti in meno. Gli induttori di resistenza invece possono essere impiegati quando la pressione del patogeno è bassa. Il loro ruolo non è tanto quello di rimpiazzare il rame o gli agrofarmaci utilizzati in convenzionale quanto di ottimizzarne l'impiego".

In che senso?
"Ad esempio è possibile impiegare questi prodotti per ridurre le dosi di rame impiegate in un determinato trattamento. Oppure prolungare la difesa in un momento di bassa pressione del patogeno per poi intervenire con l'agrofarmaco nel momento di maggior bisogno".

Qual è stato invece l'obiettivo di inerbire l'interfila e di utilizzare la tecnica del sovescio?
"L'obiettivo è stato quello di verificare se le viti, crescendo in un ambiente biodiverso e in un terreno vitale, fossero in grado di resistere meglio ai patogeni. Su questo fronte stiamo ancora analizzando i dati e avremo informazioni più puntuali alla fine del progetto".

Quali tipologie di aziende sono state coinvolte?
"Si tratta di aziende in biologico oppure in difesa integrata con già un buon livello di consapevolezza in termini di sostenibilità e di riduzione del ricorso agli agrofarmaci di sintesi. Le aziende erano sia di uva da vino che da tavola e in un'ottica di filiera abbiamo coinvolto anche i vivai, soprattutto dal punto di vista del trattamento delle barbatelle per la prevenzione dello sviluppo del mal dell'esca".

Perché dunque un viticoltore dovrebbe adottare Protocolli di difesa green grapes?
"Le motivazioni sono diverse. Prima di tutto perché otterrebbe un risparmio sia a livello economico, in quanto effettuerebbe minori trattamenti, che di tempo, trascorrendo meno ore sul trattore. Inoltre raggiungerebbe un più alto livello di sostenibilità, impiegando meno agrofarmaci e meno carburante e tutelando al contempo la biodiversità in campo. Infine si allineerebbe alle richieste, anche normative, che arrivano dall'opinione pubblica e dall'Unione europea, ad esempio sui livelli massimi di rame applicabili in campo".