L'olivicoltura toscana è indubbiamente uno dei settori centrali dell'agricoltura regionale, per la sua valenza produttiva, vivaistica, enogastronomica e anche tradizionale e paesaggistica.

 

Un settore che vanta realtà come il polo vivaistico olivicolo di Pescia, riconosciuto a livello internazionale, e ben 4 Dop locali e una Igp regionale apprezzate in tutto il mondo.

 

Eppure, nonostante questo, rimane per molti aspetti un settore con molte fragilità, soprattutto dal punto di vista della produzione olearia, che a volte non è in grado di garantire una redditività adeguata o deve scontrarsi con problematiche tecniche e burocratiche, con il rischio di andare sempre più in contro a situazioni di abbandono degli oliveti.

 

Un rischio che è stato sottolineato anche da Francesco Colpizzi presidente della Confagricoltura fiorentina , che abbiamo intervistato per fare una riflessione generale sull'olivicoltura regionale.

  

Signor Colpizzi, come sta oggi l'olivicoltura toscana? 

“L'olivicoltura toscana oggi non vive i suoi momenti migliori. Prova ne è che la maggior parte delle realtà olivicole della Regione, soprattutto quelle delle colline dell'entroterra, se non sono proprio in stato di abbandono, non godono di certo di un'adeguata cura colturale. Questo ovviamente con le dovute eccezioni, che confermano la regola. Al di là di certe zone costiere, o di alcune zone della provincia di Firenze e di Siena dove ci sono impianti razionali e tendenzialmente remunerativi, nel complesso possiamo dire che un 70% delle olivete collinari non sono coltivate in modo agronomicamente corretto.

 

Ovviamente queste olivete hanno anche una funzione paesaggistica e ambientale importantissima, ma per quanto ancora? Se la coltivazione non è remunerativa, il destino è l'abbandono e una oliveta abbandonata è bruttissima dal punto di vista del paesaggio, oltre a costituire un rischio maggiore per gli incendi e un rifugio per i selvatici, in particolare per gli ungulati, che a loro volta rappresentano un altro grave problema agricolo e ambientale.

 

Si consideri infine che in termini di determinazione del carbon foot print, un oliveta  assorbe tanta più CO2  quanto più è ben coltivata!".

 

Quali sono le problematiche principali dell'olivicoltura toscana?

"Quella che abbiamo oggi per lo più è un'olivicoltura tradizionale, per non dir arcaica, che negli ultimi quarant'anni - diversamente da altre colture, come la vite - non ha avuto uno sviluppo razionale e diffuso: è pressoché la stessa olivicoltura che caratterizzava il territorio toscano alla metà degli anni '80. Dopo la gelata del 1985, che distrusse gran parte del patrimonio olivicolo regionale, è stata persa l'occasione per ripartire da zero e ripensare gli impianti con criteri più razionali. Quel passaggio che c'è stato in viticoltura da una situazione tradizionale ad una moderna, in olivicoltura non c'è stato. E se ne sente la mancanza.

 

Poi ci sono altre problematiche importanti a livello politico organizzativo. Ad esempio il Decreto Ministeriale n.617 del 2018 non ha permesso il riconoscimento come organizzazione di produttori dell'Associazione Produttori Olivicoli di Firenze e Prato, perché non commercializza direttamente il prodotto olive od olio dei soci, pur avendo prodotto un numero tale di fatture di vendite dirette dei soci ampiamente sufficiente per rispettare i parametri europei. E questo ha impedito all'Associazione di svolgere una serie di attività, tra le quali l'ammodernamento delle olivete stabilito dall'ultimo programma varato dal governo".

 

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Francesco Colpizzi, presidente dell'Unione Agricoltori di Firenze

(Fonte: Unione Agricoltori di Firenze)

 

Spesso in Toscana la produzione di olio è una parte dell'attività aziendale, magari trainata dalla viticoltura o dai seminativi. Ma l'olivicoltura riesce a dare un reddito adeguato? 

"Se gli olivi venissero coltivati in maniera razionale e agronomicamente appropriata, nella maggior parte dei casi sì, l'olivicoltura in Toscana avrebbe una sua redditività economica.

 

Ma spesso, come diceva lei, l'olivicoltura è considerata una attività marginale a cui si dedica il tempo che avanza in azienda. E questo non fa altro che instaurare un circolo vizioso che drena risorse: non si coltiva il terreno, non si pota e non si concima perché non rende, ma non rende anche perché non si coltiva, non si pota e non si concima. E in questo modo, anche il poco lavoro che ci si dedica rischia di diventare quasi lavoro sprecato.

 

L'olivicoltura deve tornare a riprendere i suoi spazi nell'agricoltura Toscana a partire anche dalla organizzazione del lavoro aziendale".

 

Dal punto di vista commerciale quale è la situazione?

"Abbiamo notoriamente una produzione di nicchia, apprezzata a livello internazionale, ma abbiamo anche una competizione fortissima di prodotti esteri. E il fatto che oli extravergini di bassa o bassissima qualità possano fare concorrenza a prodotti di eccellenza è dovuto anche all'ignoranza che i consumatori hanno riguardo all'olio. Una ignoranza che va contrastata con la comunicazione e con la promozione. Promozione e comunicazione che devono coinvolgere anche realtà oltre a quella olivicola.

 

Per fare un esempio, la compagnia aerea spagnola Iberia offre periodicamente olio extravergine spagnolo in bottiglie di vetro ai suoi passeggeri, quelle italiane, spesso offrono dressing in bustine di plastica con oli già miscelati a generici aceti balsamici!

 

Anche la ristorazione potrebbe fare la sua parte: nei ristoranti non ci sono carte dell'olio. I clienti magari sono disposti a spendere 10 euro per uno spritz, ma non hanno nemmeno la possibilità di scegliere e di comprare una bottiglietta da 100 millilitri di olio extravergine per condire una bistecca, una zuppa o una insalata come si deve".

 

A maggior rischio di abbandono sono ovviamente gli oliveti collinari, che però sono anche fondamentali dal punto di vista paesaggistico, cosa si può fare per rilanciarli?

"Se le olivete hanno già una situazione adeguata a livello di sesto di impianto, di forme di allevamento e di condizioni pedoclimatiche, la normale e appropriata attività di coltivazione come si è detto è sufficiente a rendere l'attività economicamente valida e quindi a far sì che queste olivete possano diciamo così 'mantenersi da sole', magari prevedendo la realizzazione di un impianto di irrigazione a microportata, essenziale tanto più quanto aumenta la frequenza di periodi con assenza di precipitazioni meteoriche.

 

Dove ci sono situazioni più particolari e svantaggiate servono invece interventi mirati, semplici, diretti alle aziende agricole per la ristrutturazione dell'impianto, un po' come avviene attraverso i finanziamenti previsti dalla misura ristrutturazione e riconversione impianti contenuta nell'Ocm vino".

 

L'Ecoschema 3, che offre contributi per la salvaguardia degli oliveti di particolare pregio paesaggistico, si sta dimostrando utile?

"Gli ecoschemi sono frutto di una programmazione molto generalista, un po' calata dall'alto a livello europeo. A livello nazionale e regionale è stato fatto di tutto per adattarli il più possibile alle esigenze locali. Attualmente, nella provincia di Firenze non più del 60% delle aziende che fanno olivicoltura hanno aderito (per quanto non abbia ora a disposizione dati precisi sulle superfici interessate) e l'ho fatto anche io nella mia azienda. Ma secondo me gli impegni aggiuntivi previsti, come il divieto di bruciare i residui di potatura in loco, sono eccessivi e rischiano di rendere inutile o svantaggioso il contributo. C'è il rischio concreto che l'aumento dei costi di lavoro superi, dal punto di vista economico, il valore del contributo stesso".

 

Secondo lei una maggior diffusione di impianti intensivi o comunque specializzati e ben meccanizzabili potrebbe aiutare il settore, creando una massa di produzione che faccia da traino economico, o rischierebbe di rendere ancora più marginali gli impianti collinari?

"Come Unione Agricoltori, da sempre sostenitori di ogni forma di innovazione purché utile alle imprese e sostenibile per il territorio nel quale gli agricoltori (fino a prova contraria!) vivono e lavorano loro stessi, non abbiamo pregiudizi sulle forme di allevamento, quindi nemmeno sugli impianti con sesto più o meno intenso e neanche sulla scelta delle varietà da coltivare, anche se l'ottimo sarebbe una coltura il più possibile meccanizzabile con varietà il più possibile tradizionali.

 

Le varietà prestazionali sono e possono essere interessanti soprattutto per impianti con forma di allevamento in parete, anche se a volte il prodotto può perdere di identità territoriale. Perciò, tornando a fare un confronto con la viticoltura dove a fianco dei vitigni autoctoni si trovano anche quelli internazionali, ci deve essere spazio anche in olivicoltura ad altre forme di allevamento e all'uso di altri tipi varietà.

 

Anche dal punto di vista paesaggistico, sebbene le olivete a spalliera o altre forme di impianto più moderne non siano tradizionali, possono avere una loro valenza e sicuramente sono meglio di situazioni di abbandono. In fondo il paesaggio agrario è per sua natura in continua evoluzione, l'importante è che sia sempre curato e gestito e la prima condizione perché possa esserlo e che sia anche economicamente sostenibile".