Il 27 febbraio 2024 il Parlamento Europeo ha approvato il Regolamento sul Ripristino della Natura, concordato con i governi dell'Ue, con 329 voti favorevoli, 275 contrari e 24 astensioni. Il Regolamento mira a garantire il ripristino degli ecosistemi degradati in tutti i Paesi dell'Ue, contribuire al raggiungimento degli obiettivi europei in materia di clima e biodiversità e migliorare la sicurezza alimentare. La nuova legge fissa l'obiettivo di ripristinare almeno il 20% delle zone terrestri e marine dell'Ue entro il 2030 e tutti gli ecosistemi entro il 2050. Una volta approvato anche dal Consiglio Europeo, il Regolamento sarà pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell'Ue ed entrerà in vigore 20 giorni dopo.

 

Per conseguire gli obiettivi fissati dall'Ue, entro il 2030 gli Stati membri dovranno ripristinare il buono stato di salute di almeno il 30% degli habitat contemplati dalla nuova legge: foreste, praterie e zone umide, fiumi, laghi e barriere coralline. Questa percentuale aumenterà poi al 60% entro il 2040 e al 90% entro il 2050. In linea con la posizione del Parlamento, fino al 2030 la priorità andrà accordata alle zone Natura 2000. I Paesi dell'Unione Europea dovranno garantire che le zone ripristinate non tornino a deteriorarsi in modo significativo. Inoltre, dovranno adottare piani nazionali di ripristino che indichino nel dettaglio in che modo intendono raggiungere gli obiettivi.

 

Il nuovo Regolamento è molto temuto dalle organizzazioni agricole per le possibili ricadute negative sul settore primario e l'Italia ne ha già chiesto la modifica nel documento strategico che sarà presentato al Consiglio Ue del 20 e 21 marzo 2024. Ma ora ecco quali possono essere gli impatti reali sul settore primario derivanti dall'applicazione del regolamento sul ripristino della natura.

 

Ripristino degli ecosistemi agricoli

Sugli ecosistemi agricoli esiste un apposito capitolo nel Regolamento, anche se, come si vedrà, non è il solo che pesa sull'attività del settore primario. Per migliorare la biodiversità negli ecosistemi agricoli, i Paesi dell'Ue dovranno registrare progressi in due di questi tre indicatori:

  • indice delle farfalle comuni
  • percentuale di superficie agricola con elementi caratteristici del paesaggio con elevata diversità; 
  • stock di carbonio organico nei terreni minerali coltivati.

I primi due riguardano molto da vicino il nostro Paese. Politiche per il ripristino di elementi di paesaggio agrario - lì dove necessario - quali filari di alberi e siepi, potrebbero, a fronte di una riduzione minima della Sau, produrre vantaggi significativi per la ripresa dei lepidotteri.

 

Tuttavia, il Regolamento prevede un freno di emergenza che, in circostanze eccezionali, consentirà di sospendere gli obiettivi relativi agli ecosistemi agricoli qualora questi riducano la superficie coltivata al punto da compromettere la produzione alimentare e renderla inadeguata ai consumi dell'Ue.
Gli Stati membri dovranno anche adottare misure per migliorare l'indice dell'avifauna comune, dato che gli uccelli sono un buon indicatore dello stato di salute generale della biodiversità.

 

L'ultimo indicatore obbligatorio - l'aumento dello stock di carbonio organico nei terreni minerali coltivati - è invece poco rilevante per l'Italia, perché le torbiere sono relativamente rare (circa 100mila ettari di territorio) e si trovano soprattutto nelle valli alpine chiuse, dove l'acqua meteorica non ha la possibilità di defluire in tempi rapidi, e in prossimità di bacini naturali, delta fluviali e pianure costiere depresse. Molte delle torbiere italiane non sono più sfruttate da tempo e insistono già all'interno di aree protette montane e costiere.

 

Poiché le torbiere sono una delle soluzioni più economiche per ridurre le emissioni nel settore agricolo, i Paesi dell'Ue dovranno ripristinare almeno il 30% delle torbiere drenate entro il 2030 (almeno un quarto dovrà essere riumidificato), il 40% entro il 2040 e il 50% entro il 2050 (con almeno un terzo riumidificato). La riumidificazione continuerà a essere volontaria per agricoltori e proprietari terrieri privati.

 

Ecosistemi forestali

La legge impone anche di registrare una tendenza positiva in diversi indicatori che riguardano gli ecosistemi forestali e di piantare tre miliardi di nuovi alberi. Questo aspetto - per l'Italia - potrebbe essere neutro: negli ultimi dieci anni il progressivo abbandono delle aree coltivate delle zone interne degli Appennini e delle Alpi ha di fatto già contribuito a ridurre la Sau.

 

Infatti, la superficie boschiva nazionale è aumentata in dieci anni (dal 2010 al 2020) di circa 587mila ettari fino a complessivi 11 milioni di ettari. La biomassa forestale è cresciuta del 18,4%, comportando un balzo di ben 290 milioni di tonnellate dell'anidride carbonica assorbita dai boschi italiani. I dati sono quelli dell'Inventario Nazionale delle Foreste e dei Serbatoi forestali di Carbonio, realizzato dall'Arma dei Carabinieri con il supporto scientifico del Crea e pubblicato nel 2021.

 

Peraltro, la presenza di aree agricole degradate in montagna e collina - classificate nell'inventario come altre aree boscate - impone rischi di natura idrogeologica che potrebbero compromettere non solo la vita in quota, ma anche nel fondovalle. Pertanto, una buona coltivazione a bosco o una riforestazione delle aree agricole degradate in Italia finirebbe per avere effetti positivi non solo sull'ambiente, ma anche sulla produzione agricola, senza intaccare ulteriormente la Sau.

 

Impollinatori, una norma in bianco

Altro capitolo del Regolamento è la protezione degli impollinatori: in questo caso le conseguenze non sono stimabili. Gli Stati membri, mettendo in atto tempestivamente misure efficaci e appropriate, dovranno migliorare la biodiversità degli impollinatori e invertirne la diminuzione delle popolazioni al più tardi entro il 2030 e dovranno conseguire successivamente una tendenza all'aumento di queste popolazioni, misurata almeno ogni sei anni a decorrere dal 2030, fino al raggiungimento di livelli soddisfacenti.

 

Sul come, il Regolamento resta sul vago: la Commissione dovrà adottare specifici atti delegati per individuare intanto un metodo scientifico per stimare la variazione della biodiversità tra gli impollinatori e il relativo andamento delle popolazioni, mentre toccherà agli Stati membri utilizzarli e individuare le misure efficaci per contrastarne il declino.

 

Inoltre, la Commissione e le pertinenti agenzie dell'Unione, in particolare l'Aea - Agenzia Europea dell'ambiente, l'Efsa - Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare, e l'Echa - Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche, coordinano, conformemente ai rispettivi mandati, le loro attività relative agli impollinatori e forniscono informazioni agli Stati membri, su richiesta, per sostenerli nell'adempimento dei rispettivi obblighi. A tal fine la Commissione istituisce, tra l'altro, un'apposita unità operativa e diffonde le informazioni e le competenze pertinenti agli Stati membri in modo coordinato.

 

Fiumi, tornano le paludi?

Gli Stati membri inoltre dovranno inoltre ripristinare almeno 25mila chilometri di fiumi, trasformandoli in corsi d'acqua a scorrimento libero: con il rischio in molte aree di ripristinare paludi ed acquitrini, sottraendo Sau al settore agricolo. Sui fiumi già esiste un altro problema non da poco, quello del deflusso ecologico, imposto della Direttiva Acque e di difficile applicazione, perché incide sull'irrigazione. In questo caso invece l'abbattimento degli argini senza la costruzione di casse di espansione, non potrà che avere effetti negativi sul settore agricolo.

 

Del resto, l'obiettivo dell'Unione Europea è quello di ripristinare le pianure alluvionali e tutti i loro servizi ecosistemici. Cosa che allarma molto un Paese come l'Italia, pressoché privo di grandi pianure - eccezion fatta per quella Padana - e dove il ripristino delle pianure alluvionali dei fiumi, che spesso corrono paralleli a pochi chilometri l'uno dall'altro, ha quasi il sapore di uno scherzo di cattivo gusto: in molte aree del Paese il Regolamento è nei fatti inapplicabile, poiché diventerebbe impossibile difendere tanto le aree coltivate quanto i centri urbani.