Il settore ortofrutticolo italiano sembra essere caratterizzato da una competitività a “macchia di leopardo”, segnata da una conquista e perdita di quote dei mercati esteri che segue uno schema mutevole in maniera poco meno che caotica.

Questa istantanea del settore emerge dal II Rapporto Nomisma - Unaproa sulla Competitività del settore ortofrutticolo nazionale, presentato a Roma nel corso di un incontro a cui hanno partecipato: l‘europarlamentare Paolo De Castro, il viceministro delle Politiche agricole Andrea Olivero, il presidente di Unaproa Antonio Schiavelli, il direttore dell’area Agricoltura e industria di Nomisma Denis Pantini ed il professor Felice Adinolfi dell’Università di Bologna.

Diversi gli elementi tematici al centro della discussione:
 
Concorrenza e opportunità sui mercati
Con i suoi otto miliardi di euro l’ortofrutta rappresenta la prima voce di export dell’agroalimentare italiano e i dodici miliardi di euro di valore globale del settore alla produzione sono il frutto del lavoro di un agricoltore su tre nel panorama nazionale. Nonostante questi ragguardevoli numeri, il settore ortofrutticolo soffre, soprattutto in ambito internazionale, di pochi ‘alti’ e di molti ‘bassi’.

Nell’ultimo decennio sul commercio mondiale di ortofrutta fresca (pari a 156 miliardi di dollari), la quota dell’Italia è scesa dal 5,1% al 3,6%, mentre rispetto all’export di ortofrutta trasformata (56 miliardi di dollari) il peso dei nostri prodotti è diminuito dal 7,7% al 6,5%.
 
Diversi i motivi all’origine della debacle competitiva, tra i quali la pressione concorrenziale attuata da grandi player come Stati Uniti e Cina.
Non è mancato l’ingresso di nuovi competitor emergenti, come il Perù che nel commercio mondiale di uva da tavola è passato nell’ultimo decennio dall’1% al 7% di quota all’export o dell’Iran nel kiwi (da 0% a 5%), o ancora dell’Egitto negli agrumi (da 2% a 9%), della Georgia nelle nocciole (da 0% a 9%).

Va detto, tuttavia, che spesso i Paesi emergenti oltre che competitor divengono a loro volta mercati appetibili. La Cina, ad esempio, nel 2015 ha importato qualcosa come 8,6 miliardi di dollari di ortofrutta fresca, il 631% in più rispetto a dieci anni prima.
“Di questa apertura ne hanno beneficiato anche le nostre imprese” ha affermato Denis Pantini. “Oggi la Cina, con una quota del 5%, rappresenta il quinto mercato di esportazione del nostro kiwi, dopo Germania, Spagna, Francia e Stati Uniti, evidenziando come per le nostre produzioni a più lunga conservazione, il mercato d’oltremare sia quello con le prospettive di crescita più rilevanti”.
 
Nuovi volti del trading
Non è solo il campo della produzione a soffrire l’arrivo di nuovi concorrenti, gli fa buona compagnia quello del trading. Con l’embargo russo nuovi Paesi sono riusciti a sostituirsi ai fornitori europei storici. E' il caso della Bielorussia che dieci anni orsono non compariva nell’elenco degli esportatori e oggi pesa per il 5% sul commercio mondiale di mele grazie ad un export di oltre 500mila tonnellate verso la Russia.

Va detto che la concorrenza nel trading non ha necessariamente risvolti negativi per i Paesi produttori. Del mezzo milione di tonnellate di mele esportate in Russia, la Bielorussia ne produce solo 300mila, importando a sua volta la quota mancante e quella necessaria per il consumo interno da Paesi terzi.
E se da un lato una fetta della torta finisce in un piatto diverso dai soliti, la ricchezza proveniente dalla nuova attività di trading può significare lo sviluppo di un nuovo mercato.
 
Strategie di rilancio
Come sottolineato da Pantini, i cambiamenti nel posizionamento competitivo dei prodotti italiani e nello sviluppo di mercati sempre più distanti geograficamente dimostrano una volta di più come l’organizzazione rappresenti la principale leva concorrenziale per le nostre imprese ortofrutticole e per garantire sostenibilità economica al settore.
Un’organizzazione da non confondere con il dimensionamento delle aziende produttrici o delle Op stesse.

"Anche alla luce dei dati emersi dal rapporto - ha dichiarato Antonio Schiavelli - dobbiamo una volta di più ribadire l’importanza strategica dell’ortofrutta per l’economia del Paese. Il potenziamento delle Op è un rafforzamento organizzativo, culturale ed economico per l’intero sistema. L’Organizzazione dei produttori è strumento indispensabile per garantire reddito e reciprocità con il consumatore".
"Come produttori e come soggetti responsabili sul territorio - ha concluso Schiavelli - vogliamo ribadire anche in questa sede l’ambizione a uno stabile accordo e raccordo con il consumatore, nel nome di un interesse comune: garanzia del prodotto, qualità, salubrità, ambiente, paesaggio e, non ultimo, eticità".

Una migliore organizzazione delle Op è solo uno dei tre pilastri della strategia di rilancio che emerge dal rapporto.
Il secondo è quello dello sviluppo di strumenti per la gestione del rischio in grado di tutelare il reddito delle imprese. I mutamenti climatici e la maggior frequenza di eventi catastrofali, infatti,  influiscono in maniera particolare su un settore come quello ortofrutticolo, particolarmente esposto ai capricci del tempo.

A un’organizzazione dell’offerta più efficace e all’implementazione di nuovi strumenti a tutela del reddito, si deve affiancare il terzo elemento di rilancio: un miglior accesso al credito che consenta lo sviluppo di investimenti. Un elemento, quest’ultimo, da anni sempre più carente a causa delle difficoltà legate alla crisi globale, ma soprattutto legato al processo di ‘despecializzazione’ degli istituti di credito, ormai in massima parte incapaci di valutare in maniera corretta le peculiarità economico-finanziarie delle aziende agricole.
 
Le risposte della politica
"Come ampiamente dimostrato dallo studio presentato oggi, - ha dichiarato il viceministro Olivero - l’aggregazione e l’integrazione di filiera sono leve indispensabili per il rafforzamento della competitività dell’ortofrutta italiana, comparto fondamentale della nostra agricoltura per valori strutturali, economici e occupazionali".

"Nello scenario attuale - ha argomentato Olivero - occorre mettere a sistema azioni coerenti e di ampio respiro; la recente assegnazione di 200 milioni di euro per i contratti di filiera e di distretto si muove proprio in questa direzione e affianca gli strumenti volti a favorire la semplificazione, l’accesso al credito e l’internazionalizzazione. Lo sforzo corale è quello di puntare alla responsabilità della filiera nel suo complesso, dalla produzione alla distribuzione, al fine di assicurare la giusta redditività, tutelare il consumatore e promuovere la cultura della legalità"
 
De Castro, dal canto suo, si è dichiarato preoccupato circa le modifiche dei programmi operativi del settore ortofrutticolo attualmente in corso.
"Qualche anno fa siamo partiti con il piede sbagliato e abbiamo ideato un modello di Op ‘all’italiana’ - ha spiegato il coordinatore S&D Commissione Agricoltura e sviluppo rurale del Parlamento europeo - avremmo dovuto cambiarlo prima. Non è stato possibile e nel corso del tempo su quel modello abbiamo costruito un sistema che, per quanto perfettibile, funziona".

"Speriamo che l’Europa richieda delle modifiche senza rimettere in discussione il modello in quanto tale e che il sistema non diventi penalizzante per le nostre organizzazioni, proprio oggi che dovremmo puntare semmai a potenziarle" ha concluso De Castro.