Bando alle tristezze: fra epidemie, guerre e crisi di tutti i generi bisognerà poi cercar un qualche conforto. La buona notizia questa settimana la siamo andati a cercare nel rapporto che la Sace dedica annualmente all'export agroalimentare italiano. Un settore che continua a crescere.

 

L'anno scorso abbiamo esportato per 52 miliardi di euro guadagnando negli ultimi 10 anni circa 11 miliardi e una posizione nella top ten mondiale (oggi siamo al nono posto).

 

Per il 2022 - alla faccia di guerre e carestie - è prevista una ulteriore crescita: più che un auspicio se si considera il +19,5% registrato da gennaio a marzo rispetto allo stesso periodo lo scorso anno. Si può poi far di meglio: un obiettivo suggerito da tempo - e da molti - è quota 100 miliardi.

 

I prodotti cardine dell'export agroalimentare italiano si confermano vino, olio e pasta: questi insieme rappresentano il 22,4% dell'esportazione totale e sono i tre pilastri della cucina italiana, la cucina più conosciuta, diffusa (a livello di ristorazione) e apprezzata del mondo assieme (ma non seconda) alla cinese.

 

L'export italiano deve continuare a puntare sulle piazze più ricche ed esigenti con attenzione sia ai mercati consolidati (Usa, Germania…) come a quelli in cui l'affluenza è un fatto più recente (Cina, India…). Secondo la Sace sarà importante puntare sempre di più alla sostenibilità e al digitale, ben allineandosi alla strategia Ue del Farm to Fork e magari ricercando fondi fra quelli resi disponibili dal Pnrr.

 

Sostenibilità e digitale sono in effetti obiettivi imprescindibili: si pensi al packaging (la Francia tanto per fare une esempio ha vietato gli imballaggi in plastica per frutta e verdura, lo sapevate?), alla diversificazione energetica o ancora alla agricoltura 4.0.

A questi due obiettivi noi ne aggiungeremmo un terzo, ovvero la miglior integrazione fra agricoltura e industria - che vuol dire accordi di filiera ma anche saper far parlare i territori: chi vende ai ricchi deve saper vendere delle emozioni.