Dita incrociate per vedere come andrà a finire la trattativa sugli aiuti accoppiati e un mezzo sospiro di sollievo per le quotazioni del riso da risotto e parboiled, che con la diminuzione delle superfici coltivate e – nelle prossime settimane – con la diminuzione delle scorte, dovrebbe migliorare le quotazioni di mercato.

È quanto emerge da un’intervista al presidente dell’Ente Nazionale Risi, Paolo Carrà, che auspica una politica più sinergica a livello macroregionale nei prossimi Programmi di sviluppo rurale delle due regioni leader per produzione, Lombardia e Piemonte. Una richiesta peraltro sostenuta dai due assessori all’Agricoltura, Gianni Fava (Lombardia) e Claudio Sacchetto (Piemonte).
Serve tuttavia per il settore una maggiore integrazione di filiera, anche per promuovere la grande qualità del riso made in Italy. Coi produttori “costretti” a migrare nel padiglione organizzato da Federalimentare, all’Expo di Milano del 2015, per i costi eccessivi della manifestazione.

Di seguito l’intervista al numero uno dell’Ente Nazionale Risi, Paolo Carrà.

Presidente Carrà, come sta andando il mercato del riso e quali sono le prospettive per i prossimi mesi?
“Ad inizio maggio abbiamo collocato il 74% della produzione nazionale, che rispetto allo scorso anno significa un trend in diminuzione dell’8 per cento. Il comparto dei risi lunghi B, gli indica long grain, è oggi il più penalizzato sia in termini di venduto che di quotazione.
Completamente opposta la situazione per il riso da risotto e da parboiled, che invece stanno segnando quotazioni molto interessanti, complice la minor superficie investita nella scorsa campagna. Per i prossimi mesi non penso che assisteremo a variazioni per i lunghi B, mentre con l'avvicinarsi di fine campagna e con la diminuzione delle scorte le varietà da interno avranno ancora interessanti performance”.


Quali sono le vostre richieste con riferimento alla Pac e al Psr?
“Il riso, grazie alla coesione della filiera, è stato riconosciuto dalla Ue come coltura "greening conforme" per la profonda interazione con il territorio e l'ambiente. Adesso siamo in attesa di vedere come andrà il negoziato con le Regioni per la questione aiuto accoppiato.
Lo scorso febbraio, alla presenza di Giuseppe Blasi, responsabile del Dipartimento per il coordinamento delle politiche europee e internazionali e dello sviluppo rurale al Mipaaf, abbiamo organizzato un confronto con le Regioni e le associazioni di categoria. In quell’occasione gli assessori all’Agricoltura della Lombardia, Gianni Fava, e del Piemonte, Claudio Sacchetto, hanno ribadito che il riso è coltura strategica che deve essere destinataria di un aiuto accoppiato. Ora la discussione è entrata nel vivo e si stanno aprendo nuovi scenari politici. Vedremo quale sarà la conclusione.
Inoltre, sempre a febbraio abbiamo invitato le Regioni Piemonte e Lombardia, che detengono il 92% della produzione risicola nazionale, a sedersi intorno ad un tavolo per dialogare circa le misure della nuova Programmazione di sviluppo rurale. Sono contento che questo sia avvenuto grazie anche al sostegno delle organizzazioni di rappresentanza agricola”.


Quali interventi servirebbero per avere maggiore uniformità fra i principali territori risicoli italiani?
“Mi piace pensare ad un unico territorio risicolo italiano, costituito da 220.230 ettari all'interno del quale esistono realtà diverse, ma tutte tra loro collegate. Bisogna puntare su uniformare il sistema mercato. Una prima iniziativa in tal senso viene dalle Camere di commercio di Vercelli, Novara e Pavia che hanno redatto, grazie alla collaborazione tra parte agricola ed industriale, il nuovo contratto tipo per il riso. A questo dovrebbe seguire l'informatizzazione dei listini, per una maggiore trasparenza e per una fotografia in tempo reale della situazione del mercato. Penso che l’aver chiesto alle Regioni Piemonte e Lombardia di costruire un Psr basato su misure omogenee con importi ad ettaro simili possa ulteriormente avvicinare i territori. Manca, purtroppo, un vero progetto di filiera”.

Qual è la principale minaccia per il settore?
“Tema di attualità sono le importazioni di riso lavorato dai Paesi meno avvantaggiati (Pma). Le nostre stime ci dicono che, se il trend non diminuirà, a fine campagna arriveremo a 260.000 tonnellate, il che significa 70.000 tonnellate (+37%) in più rispetto al dato record della scorsa campagna.
Il lavoro congiunto Mise e Mipaaf, con la creazione del dossier per la richiesta della clausola di salvaguardia, sarà pronto per fine maggio. Anche l’Ente Nazionale Risi sta collaborando alla redazione di tale dossier. Però non dimentichiamoci che siamo in un mercato sempre più globale e per affrontarlo dobbiamo credere fino in fondo a un sistema di filiera. In questo senso Ente Risi a luglio 2013 aveva organizzato una tavola rotonda con gli amministratori delegati di Granarolo e Conserve Italia come esempio di integrazione tra parte produttiva ed industriale”.


Quali azioni possono essere messe in campo per premiare la qualità del riso made in Italy?
“Il riso italiano è un prodotto di qualità. Qualità che parte dal campo e attraverso il processo di trasformazione arriva sulle tavole dei consumatori. L’etichettatura trasparente è un primo passo, ma quello che serve è un efficacie lavoro di promozione, perché il riso italiano non è conosciuto. Purtroppo è poco conosciuto anche in Italia. L’Unione europea ha varato un piano ambizioso sulla promozione dei prodotti agricoli e la filiera deve investire. L'Ente, in questo ambito, ha risorse limitate per ragioni legate al patto di stabilità. Inoltre stiamo cercando di essere inclusi tra i soggetti che possono beneficiare del nuovo regolamento Ue sulla promozione”.

Per quale motivo avete deciso di non partecipare al cluster del riso all’Expo di Milano, ma di aderire al “Padiglione Italia”?
“Chi ha pensato al cluster del riso, non ha pensato di dare il giusto risalto alla risicoltura italiana. Il partner scientifico scelto è stata l’Università Bicocca. Abbiamo chiesto se era possibile apportare modifiche al progetto cluster riso, ma ci è stato risposto che non era possibile. Avremmo volentieri accettato la sfida di confrontarci con i paesi che oggi minano alla nostra risicoltura, se ci fosse stata data l'opportunità di farlo. In realtà il bando di partecipazione era molto chiaro. Gestire il cluster senza togliere visibilità ai Paesi ospiti. Forse sarebbe stato meglio costruire insieme agli organizzatori questo spazio.
Piccolo ma non trascurabile dettaglio: il costo di partecipazione ammontava a qualche milione di euro, a cui andavano aggiunti i costi per l’allestimento e la gestione del cluster per sei mesi. Noi non avevamo e non abbiamo la forza economica per tale iniziativa. Saremo presenti all'interno del padiglione Federalimentare con importanti marchi e filiere che contribuiscono al riconoscimento del made in Italy agroalimentare, ma nei sei mesi vogliamo organizzare eventi per dare giusto risalto al riso italiano e ai territori di produzione.
Abbiamo però bisogno di una mano per produrre il materiale divulgativo e le iniziative collaterali ed è per questo che abbiamo chiesto alle Camere di Commercio dei luoghi di produzione di contribuire alla manifestazione. Vedremo la risposta”.


Cosa vi attendete da Expo 2015?
“Sarà una vetrina importante e forse l'unica possibilità di dare una svolta al nostro settore. Per farlo però è necessario che la realtà produttiva e industriale ci credano e costruiscano un percorso. Daremo la possibilità alle aziende di incontrare buyer internazionali, di promuovere il territorio. Inoltre vorrei condividere con le altre filiere presenti iniziative comuni promozionali in modo da illustrare ai visitatori la ricchezza  della realtà agroalimentare italiana”.