Da qualche settimana i prezzi dei suini sono in ripresa, ma la crisi che per tutto il 2018 e per questa prima parte del 2019 ha tenuto sotto scacco il settore è tutt'altro che risolta.

Le ultime rilevazioni sui listini della Cun (Commissione unica nazionale), poi confermati da Ismea (Istituto di servizi per il mercato agroalimentare), parlano di quotazioni aumentate quasi del 4% per i suini da macello leggeri e del 4,5% per i soggetti pesanti, destinati alla trasformazione salumiera, tutelata e non.

Recuperi che tuttavia non colmano la distanza con i prezzi che gli allevatori spuntavano nel 2017, quando le quotazioni medie si collocavano a 1,6 euro per chilo di peso vivo, contro gli appena 1,3 euro attuali.
Il calo è di oltre il 20%, difficile in questa situazione per gli allevatori far quadrare i conti.
 

Andamento dei prezzi dal 2017 al 2019
(Fonte: Ismea)


La crisi non è risolta

Il mercato sembra tuttavia aver imboccato la strada della ripresa, ma il percorso per colmare il divario con i prezzi passati è ancora lunga.
Molto dipenderà dalla "tenuta" di questa ripresa dei prezzi.
E' allora utile dare un'occhiata prima ai fattori che hanno innescato questa lunga stagione di crisi, per poi analizzare cosa ha consentito ai mercati di cambiare direzione.

Sulle origini della crisi molto ci dice una recente analisi della Bmti (Borsa merci telematica italiana), dalla quale si apprende che nel corso del 2018 si è registrata una crescita del 4,6% del numero di lattonzoli, che hanno raggiunto quota 1,8 milioni di capi, il più alto degli ultimi cinque anni.
La crescita dei suinetti si è riverberata sul numero dei suini pesanti, che si è collocato oltre i due milioni di capi, con un aumento del 2,1%.
 

La situazione europea

Al contempo nel 2018 si è registrato in Italia un calo delle macellazioni per i suini leggeri, quelli di peso intorno ai 100 chilogrammi, le cui carni sono destinate al consumo fresco e non alla trasformazione.

Sempre nel 2018 nel resto d'Europa si assisteva a una situazione opposta, con un aumento delle macellazioni dei suini leggeri.
A guidare questa crescita la Danimarca (+8,2%) seguita da Olanda (+5,5%) e Spagna (+4,8%).
L'aumento della produzione europea non ha trovato sfogo nelle esportazioni, che al contempo hanno subìto una battuta d'arresto a seguito del rallentamento della domanda cinese.
 

La "tempesta perfetta"

Sul mercato italiano si sono così concentrati due fattori negativi, la pressione della carne fresca di importazione e la maggiore offerta di suini pesanti sul mercato interno.

In assenza di un aumento della domanda di carne, che al contrario tende a ridursi, la suinicoltura italiana si è così trovata al centro di una "tempesta perfetta", che si è tradotta nella caduta dei prezzi di mercato proseguita per tutto il 2018 e nell'inizio del 2019.
 

Lo scenario

Ora, come accennato, i prezzi sono in ripresa. Cosa è cambiato?
Una risposta arriva dalla situazione sanitaria della suinicoltura cinese, che già dalla scorsa estate si trova a fronteggiare episodi sempre più frequenti di peste suina africana.

Le prime misure di contenimento del virus sembra non siano state efficaci e negli ultimi mesi la malattia ha varcato i confini della Cina, per approdare nelle nazioni asiatiche vicine, come Cambogia e Vietnam.

Per fermare l'avanzata della peste suina africana si sta procedendo, come necessario, con l'abbattimento di milioni di animali infetti.
Per soddisfare la richiesta di carni Pechino si è vista costretta a ridare fiato alle importazioni, alleggerendo così il mercato europeo e spingendo i prezzi verso l'alto.


Occorre una strategia

Sarà una ripresa duratura? Sconfiggere la peste suina africana è cosa impegnativa (ben lo sanno gli allevatori della Sardegna...), ma il problema è ovviamente destinato a trovare una soluzione. Vedremo se in tempi rapidi oppure no.

Nel frattempo la produzione europea di carne suina tende ancora ad aumentare.
Le previsioni dell'Osservatorio Anas (Associazione nazionale allevatori suini), dicono che il 2019 si chiuderà con un aumento dello 0,5%.
Per di più con una contemporanea previsione di calo dei consumi.

Quanto basta per riaccendere la crisi. Per evitarla non c'è che una strada: governare la filiera delle carni suine avendo come parametri l'andamento della produzione a livello globale e l'evoluzione dei consumi.


La difficile alleanza

Non è facile, ma gli esempi non mancano. Basta osservare come si stanno muovendo i consorzi di tutela dei due grandi formaggi Dop italiani, il Grana Padano e il Parmigiano Reggiano.

Per i suini italiani il filo conduttore potrebbe essere quello dei grandi salumi a denominazione.
Oggi i loro Consorzi di tutela sono in competizione fra loro. Domani potrebbero essere alleati.

Utopia? Dipenderà anche da come si muoveranno gli allevatori e le loro organizzazioni. Una responsabilità alla quale non possono sottrarsi.