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Biocarburanti di prima generazione: l'Ue fa marcia indietro

Le diverse associazioni di categoria protestano e denunciano concessioni alle compagnie petrolifere. A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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La proposta di direttiva europea sull'utilizzo delle energie rinnovabili preoccupa i legislatori per il corretto conteggio delle emissioni di carbonio associate al cambiamento indiretto dell'uso dei terreni
Fonte foto: © Jim Parkin - Fotolia

Con la recente proposta di direttiva europea sull'utilizzo delle energie rinnovabili, l'esecutivo europeo ha proposto di ridurre l'uso dei biocarburanti convenzionali nel trasporto al 7% del totale entro il 2021 e al 3,8% al 2030.
Si propone l'obbligo per il settore dei trasporti di aumentare al 6,8% la quota degli altri combustibili a basse emissioni, come l'energia elettrica da fonti rinnovabili e i biocarburanti di seconda e terza generazione.

Nel testo della proposta si osserva una certa preoccupazione dei legislatori (che nel documento ammettono la crescente pressione dell'opinione pubblica) per il corretto conteggio delle emissioni di carbonio associate al cambiamento indiretto dell'uso dei terreni (nel gergo euroburocratese Iluc: Indirect land use change).

La questione dell'Iluc è molto complessa e il principale argomento delle contestazioni all'utilizzo dell'olio di palma (si veda L'olio di palma nuoce all'agricoltura italiana). In estrema sintesi: se si incentivasse la coltivazione con lo scopo di produrre biocarburanti di prima generazione, poiché la domanda di prodotti alimentari si mantiene costante o anche in crescita, allora si favorirebbe la deforestazione (dentro e fuori Ue), perché in definitiva servirebbe più terra per produrre contemporaneamente cibo e biocarburanti.

A distanza di sei anni dal primo documento pubblicato dalla Ue sul problema dell'Iluc, sembra che non sia ancora stato possibile definire un criterio univoco per il calcolo delle emissioni di carbonio, associate a detto fenomeno.
Almeno è ciò che argomentano le associazioni di categoria: ePure (European renewable ethanol) e Ebb (European biodiesel board). Entrambe hanno fatto pubbliche le loro posizioni con dei comunicati stampa al vetriolo.

La voce del comparto dell'etanolo
Secondo ePure si tratta di una proposta che favorirà l'industria petrolifera e quindi l'esecutivo Ue ha violato il mandato del Consiglio europeo e del Parlamento che stabiliva di sviluppare una politica post-2020 per la promozione di biocarburanti sostenibili.
Tale accusa non desta alcuna sorpresa, se consideriamo che il commissario per l'Energia e il cambio climatico della Ue, lo spagnolo Miguel Arias Cañete, come denuncia la stampa spagnola qui e qui, è accusato di avere un serio conflitto d'interesse perché fortemente vincolato all'industria petrolifera e alle banche.

Secondo ePure, l'industria dell'alcol avrebbe investito 16 miliardi di euro dal 2003, fidandosi delle politiche europee che incentivavano l'utilizzo dell'etanolo (di prima generazione) miscelato alla benzina.
Quindi, una riduzione dei target europei per detto biocarburante, comporterebbe la chiusura inevitabile di molte distillerie, un vero tradimento della Commissione alla fiducia degli investitori.

Il comunicato stampa afferma testualmente: "L'etanolo convenzionale prodotto in Europa ha un risparmio di gas serra del 64% rispetto alla benzina e l'analisi della Commissione dimostra che non comporterebbe alcun rischio di impatto negativo sul suolo, è la tipologia di buon biocarburante che dovrebbe essere supportata nel futuro".
Ciò che non dice il comunicato stampa è quale sia lo studio della Ue che dimostrerebbe tale vantaggio ecologico.

La posizione del settore del biodiesel
L'European biodiesel board (Ebb) ha attaccato la proposta della Commissione europea su più fronti e, indirettamente, anche la "rivale" ePure.
Da una parte ha definito la proposta di differenziazione tra biodiesel e bioetanolo "ingiustificabile" perché "non basata su fondamenti scientifici". Testualmente, il comunicato stampa afferma: "Come riconosciuto dalla Commissione molte volte, e sottolineato a più riprese da parte di soggetti scientifici indipendenti, come la California air resources board negli Stati Uniti, l'Iluc è una teoria e non può essere osservata né misurata".

Leggendo il documento della Commissione sull'Iluc citato all'inizio, tale affermazione sembra un po' esagerata, per non dire tendenziosa, in quanto il fenomeno del disboscamento spinto dall'aumento della domanda dei biocarburanti, è stato misurato con estrema accuratezza dai satelliti della Nasa.
Piuttosto, il problema sarebbe dovuto alla poca determinazione della Ce nel definire uno standard comune di calcolo delle emissioni di CO2 associate all'Iluc.

E' condivisibile invece, almeno in parte, l'argomento dell'Ebb sulla sinergia fra produzione di olio per biocarburanti e di proteine per alimentazione animale. Effettivamente, il pannello di oleaginose, sottoprodotto dell'estrazione dell'olio, è un ottimo ingrediente per la produzione di mangimi ricchi di proteine, ideali per polli e maiali.
Se calasse la domanda di olio, a causa della riduzione della quota dell'industria del biodiesel, allora anche la produzione di pannello di oleaginose (fatto tutto da dimostrare, però!) calerebbe.
Di conseguenza, l'industria mangimistica dovrebbe importare le quantità deficitarie, per cui aumenterebbero l'Iluc nei paesi extracomunitari e le emissioni di CO2 associate al trasporto delle materie prime da questi ultimi.

L'Ebb è molto critico nei confronti dei piani della Commissione europea, i quali prevedono di sostituire le quote di biodiesel di prima generazione con quello "alternativo" (leggasi biodiesel da alghe) che ancora non è disponibile.
Su questo punto non possiamo che essere d'accordo con l'Ebb: nonostante i milioni sprecati per finire nel vicolo cieco del biodiesel da alghe (si veda I biocarburanti da alghe in Europa) la proposta della Ue include ancora il supporto a tale ricerca.
La Ebb sostiene che la proposta di direttiva comporterebbe la perdita di 110mila posti di lavoro. A nostro modesto parere tale affermazione sembra la solita sparata catastrofista, poiché non giustificata da calcoli.

Le implicazioni per l'agricoltura italiana
Secondo le statistiche della ePure, nel 2014 tutta la produzione europea di etanolo si basò solamente sull'8% di barbabietola da zucchero e il 4% di cereali.
Non esisterebbe dunque alcun conflitto con la fornitura alimentare, anzi, la produzione di etanolo si configurerebbe come un volano per dare stabilità ai prezzi e garantire redditività agli agricoltori, assorbendo i surplus dei raccolti.
L'Italia però è al 10° posto, molto lontana dai principali produttori (Figura 1).

Secondo le statistiche della Ebb, l'Italia sarebbe al 7° posto nella classifica dei produttori di biodiesel (Figura 2). Per la cronaca, produciamo poco più della metà della Spagna, pur avendo un parco macchine grande più del doppio.

In definitiva, non sembra che la proposta di direttiva europea possa avere un impatto rilevante nel nostro sistema agricolo, il quale appare saldamente ancorato al mercato alimentare e poco attivo in campo bioenergetico.

Figura 1: Capacità produttiva dell'industria dell'etanolo in Europa
(Fonte: © ePure)

Figura 2: Produzione di biodisel in Europa
(dati © Ebb, grafica dell'autore)

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

Autore:

Tag: energie rinnovabili mangimi biocarburanti biodiesel trasporto e movimentazione

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