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Olivo, ora o mai più

Tra impianti superintensivi e varietà tolleranti a Xylella, l'Italia cerca una strada per mantenersi tra i protagonisti dell’olivicoltura mondiale

Lorenzo Cricca di Lorenzo Cricca

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Il settore olivicolo italiano ha un fatturato annuo di circa 3 miliardi di euro, pari al 3% dei ricavi dell'intero agroalimentare
Fonte foto: © Giovanni Cancemi - Fotolia

Chi dice Italia dice olio: nonostante i cali degli ultimi anni, ancora oggi il fatturato annuo del settore è di circa 3 miliardi di euro, pari al 3% dei ricavi dell'intero agroalimentare. Le aziende olivicole sono circa 900mila ed i frantoi e gli oleifici producono in media annualmente 475mila tonnellate di olio d'oliva.
In poche parole, l'olio è ancora una vera eccellenza del made in Italy.

L’olivicoltura italiana, tuttavia, oggi paga alcuni limiti: superficie media olivetata per azienda troppo bassa (1,5 ettari mentre in Spagna è di 5 ettari), frammentazione del settore, elevato numero di impianti in zone marginali, gestione agronomica antiquata, varietà concettualmente vecchie che limitano la meccanizzazione e la difesa sostenibile. Tutto questo si traduce in produttività insoddisfacente, in olive e olio, e in costi di produzione elevati.
 

Olivo da olio e olivo da mensa


Tutti temi molto delicati e difficili che hanno ancorato l’olivicoltura tradizionale italiana a uno stato di crisi strutturale cronica, mascherata per oltre 50 anni dagli aiuti comunitari alla produzione. A fare il resto, la crisi economica iniziata nell'estate del 2008 e che tuttora stiamo attraversando. 
In fondo a questo tunnel c'è però luce, che può dare speranza agli olivicoltori: un cambio di passo e mentalità.
 
Un esempio di olivicoltura monumentale
(Fonte foto: ©Adamico - Fotolia)
 

Dati, previsioni e consumi

In base ai dati Faostat del 2014 sono stati coltivati nel mondo 10.272.547 ettari e prodotte 15.401.707 tonnellate di olive. Analizzando anche i dati Istat nel periodo 2000-2013 in Italia non sono aumentate le produzioni e le superfici coltivate mentre in altri paesi, Spagna in primis, sono aumentate o addirittura più che raddoppiate. Per il 2017 si prevede una produzione in calo rispetto all'anno scorso, a causa della siccità e del caldo registrati nel periodo estivo.

Il principale produttore mondiale è la Spagna con 2.525.800 tonnellate, seguono poi Tunisia con 1.588.620, Italia con 1.156.784, Marocco con 946.818 e Grecia con 938.270 tonnellate.

Inoltre negli ultimi 20 anni la coltivazione dell’olivo si è estesa a paesi privi di tradizione: Argentina, Australia, Nuova Zelanda, Cile, Cina, Sud Africa. E non bisogna dimenticare che la Cina sta iniziando un importante processo di crescita: nel 2016 il governo cinese ha deciso d'impiantare oltre 59 milioni di piante nella valle del fiume Biadong. 

Per quanto riguarda i consumi il trend è in crescita sia nei paesi tradizionali che per quelli meno tradizionali, sempre di più attratti da un'alimentazione più salutare e vicino alla dieta mediterranea. Tra tutti spiccano la Cina e gli Stati Uniti. Nel gigante orientale ad esempio i consumi di olio d'oliva dal 2008 al 2015 sono triplicati.
 
Esempio di impianto intensivo
(Fonte foto: ©Enrico Rovelli - Fotolia)
 

Varietà resistenti a Xylella, sì o no?

La Puglia, anche se in calo negli ultimi anni, rimane la principale regione olivicola italiana.
Le sue condizioni però nell’ultimo periodo sono preoccupanti a causa della diffusione di Xylella fastidiosa. Una soluzione definitiva a questa minaccia non è stata ancora trovata. Però l'uso di varietà resistenti o tolleranti sembra essere una delle strade da percorrere.

Leggi l'approfondimento "Xylella, cambiare cultivar per salvare l'olivicoltura salentina?"

“Oggi sono state individuate due varietà - spiega Riccardo Gucci, professore presso il dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e agroambientali dell'Università di Pisa e presidente dell'Accademia nazionale dell'olivo e dell'olio - che sembrano essere piuttosto tolleranti al batterio: il Leccino e la Fs 17*, conosciuta all'estero come Favolosa.
Durante le prove i ricercatori hanno constatato che mentre altre cultivar soccombono alla presenza della Xylella queste due riescono a sopravvivere. Non sappiamo ancora quali siano i meccanismi genetici e genotipici che la determinano, per cui saranno necessari ulteriori ricerche".


Nel caso del Leccino si osserva una specifica sovraespressione di geni per proteine recettori di membrana, che è invece assente in Ogliarola salentina, responsabili dell’insorgenza di una vera reazione di difesa. Nel caso di Fs 17* la sua tolleranza è dieci volte superiore a quella del Leccino.
 
Esempio di impianto superintensivo
(Fonte foto: ©Vito Vitelli - vitovitelli.blogspot.com)
 

Rinnovarsi per superare la crisi

Cambiare quindi mentalità per sopravvivere, superando anche ideologie e tradizioni.
"Il rinnovamento è necessario - spiega Salvatore Camposeo, professore presso il dipartimento di Scienze agroambientali e territoriali dell'Università di Bari - e per farlo è necessario toccare tutti gli elementi della filiera, perchè la crisi ha radici profonde. Per prima cosa la politica deve fare la sua parte: non è pensabile che esista ancora oggi il divieto dell'abbattimento di olivi e successivo reimpianto basandosi su una legge del 27 luglio 1945 (D.Lgs luogotenenziale N. 475) e successive modifiche".

Si passa poi all'innovazione agronomica che può essere pensata come razionalizzazione e ottimizzazione o come vero e proprio processo di modernizzazione.
"Per creare nuovi oliveti - continua Camposeo - è necessario guardare ad una gestione intensiva o superintensiva. Quale delle due scegliere è legata esclusivamente alla scelta imprenditoriale che il produttore vuole fare. Diciamo che nei sistemi d'allevameno superintensivi scompare definitivamente il concetto di albero singolo e appare il concetto di parete produttiva. Inoltre viene inserito un processo di meccanizzazione integrale di tutte le operazioni colturali, potatura compresa. La raccolta avviene in modo continuo. 
Tutto porta ad una riduzione dei costi di produzione, ad una maggiore sostenibiltà ecologica e ad un maggior controllo passivo del vettore del batterio, lo Philaenus spumarius".


Poi c'è l'innovazione varietale.
"Con questi impianti - conclude Camposeo - si può pensare di impiantare nuove varietà purché siano a basso vigore. Sia Leccino che l'SF 17* si prestano perfettamente. In questo modo l'agricoltore dopo l'abbattimento ha una chance e può scegliere cosa fare: l'FS 17* per gli impianti superintensivi e il Leccino per quelli intensivi".

Leggi l'approfondimento Un batterio e tante bufale
 

Per informazioni sull'olivo (guarda la pagina dedicata all'olivo da mensa e da olio) e sulle varietà da coltivare è possibile consultare Plantgest.com. Al suo interno approfondimenti sulle novità varietali e tecniche per rimanere sempre aggiornati in pochi minuti. 

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: innovazione varietale innovazione olio mercati olivicoltura emergenza ulivi salento

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