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Una Mano per i Bambini

Il punto della situazione sulla canapa in Italia

Intervista a Gianpaolo Grassi, primo ricercatore del Crea-Ci di Rovigo. A cura di Mario A. Rosato

Mario A. Rosato di Mario A. Rosato

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Focus sulla coltivazione di canapa nel Nord Italia
Fonte foto: © studio023 - Fotolia

Abbiamo già segnalato in due articoli precedenti le potenzialità teoriche (La coltivazione della canapa in clima mediterraneo arido) e commerciali (La coltivazione della canapa è davvero redditizia?), che la canapa è in grado di raggiungere nel nostro Meridione.
In questo articolo proponiamo alle nostre lettrici e lettori il punto della situazione sulla coltivazione di canapa nel Nord Italia, con l'autorevole intervento di Gianpaolo Grassi, primo ricercatore dal 2002 del Centro di ricerca sulla canapa di Rovigo e membro del Comitato scientifico di Federcanapa, il quale ringraziamo per le due ore del suo tempo libero che ci ha gentilmente concesso per questa intervista.

La legge sull'uso dei derivati della cannabis approvata in Toscana e i progetti depositati in Veneto e in altre sette regioni potrebbero dunque far decollare il Centro di Rovigo, offrendo "materia prima" di idonea qualità per l'utilizzo in campo medico e non solo. Sono state efficaci le normative emanate finora nel caso concreto della coltivazione della canapa da fibra?
"Ancora non c'è una risoluzione ufficiale, ma apparentemente si sta andando verso una contraddizione: da una parte la legge nazionale, e anche diverse leggi regionali, istituiscono agevolazioni per gli agricoltori che intendono riprendere questa interessante coltura; nel contempo, la direzione generale del Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l'analisi dell'economia agraria) ha annunciato delle ristrutturazioni, che comporteranno la chiusura di 31 sedi ed aziende di ricerca in ambito nazionale.
Il Crea (Centro di ricerca agricola) di Rovigo è l'unico che si occupa di conservazione, moltiplicazione e selezione delle diverse varietà di canapa, ma è una struttura piccola con solo due ricercatori. Ancora non è chiaro se verrà chiuso, o accorpato alla sede di Bologna. Questa ultima ha quattordici ricercatori, ma contiene due realtà separate: colture industriali ed agronomia e ambiente, ciascuna con il suo direttore, quindi non è chiaro come si inserirebbe l'attività attualmente svolta a Rovigo, focalizzata di più sulla canapa terapeutica.
Inoltre, a Rovigo esistono già delle strutture e impianti che a Bologna non ci sono, per cui sarebbe assurdo chiudere la sede con lo scopo di fare delle economie, e poi spendere una cifra maggiore del risparmio nell'acquisto e installazione di nuove strutture equivalenti per continuare il lavoro a Bologna.

Il nostro centro di Rovigo alimenta un programma, unico in Italia e costato oltre un milione di euro, che fornisce la materia prima allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze per la produzione di diversi farmaci per curare migliaia di malati. Per Rovigo sono stati stanziati 190mila euro per portare avanti la produzione fino al 2018. E' assurdo che lo stesso ministero, che ha finanziato il programma e pianificato la produzione fino alla fine del 2018, abbia poi chiesto la ristrutturazione dell'ente che lo sta portando avanti.

Poi: come si fa a dire a un malato che il farmaco di cui ha bisogno non sarà più disponibile perché, se si ferma la produzione nazionale, non esiste nemmeno la possibilità di importare la materia prima? L'unica società che produce la varietà di Cannabis necessaria è olandese, ma la stessa ha stipulato un contratto con le strutture sanitarie tedesche che ne assorbiranno tutta la produzione.
Staremo a vedere, ma credo che se il ministero delle Politiche agricole non farà marcia indietro, ci sarà una vera rivoluzione delle associazioni di malati e degli ordini dei farmacisti e medici"
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Quindi lei si occupa solo di canapa terapeutica?
"Durante la mia carriera professionale ho seguito diversi progetti sulla Cannabis, sia in uno che nell'altro ambito. Ero partito con la canapa industriale nel '94-'95, grazie ad un finanziamento del ministero delle Politiche agricole per recuperare le varietà Fibranova, CS e Carmagnola, sviluppate nei decenni prima ed ancora conservati all'Irsa di Bologna. Lì, ho lavorato sulla canapa da fibra fino al 2002, poi mi sono spostato a Rovigo.
Il fatto è che, per poter sviluppare nuove varietà, è necessario ibridare ceppi, alcuni dei quali possono contenere valori di THC (tetraidrocannabidiolo, sostanza stupefacente), decisamente più alti rispetto ai limiti legali. Per poter svolgere tale attività è necessario ottenere dal ministero della Salute una specifica autorizzazione, stabilendo la superficie occupata per tali attività, e inoltre facendo certificare l'ambiente di coltivazione dai Nas, che deve rispondere a determinati requisiti di sicurezza.

A quei tempi (e fino all'ultima legge del 2016) solo le università e il Cnr potevano avere tali autorizzazioni in base all'articolo 26 del Testo unico 309/90. Ottenuta l'autorizzazione, una associazione di malati richiese l'avvio della ricerca sul CBD (cannabiodiolo, un cannabinoide privo di effetti psicotropi), contribuendo inoltre con dei fondi a tale scopo.
Poi siamo entrati in un progetto europeo per la ricerca degli effetti terapeutici del CBD sulle malattie reumatiche. Alla fin fine il ricercatore è condizionato dai fondi che riesce a recuperare per poter portare avanti la ricerca. Tirando le somme, direi che negli ultimi cinque anni mi sono occupato per un 70% di canapa medicinale e 30% di canapa industriale. Anche nel settore della canapa industriale ci sarebbe molto da ricercare, ma purtroppo è un mercato nel quale girano meno soldi rispetto a quello farmaceutico"
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La coltivazione in serra di Cannabis per uso medico autorizzata dal ministero della Salute, dotata di una serie di sistemi di sicurezza per prevenire furti

Entrando nel merito della canapa industriale, secondo lei ha senso la ricerca sulla canapa da biodiesel?
"L'olio di semi di canapa è ricco di Omega-3 e Omega-6, si vende mediamente a 15 euro il litro come integratore alimentare. Il grado biologico, frazionato in piccole confezioni per uso dietetico può arrivare a superare i 40 euro il litro, per cui ha poco senso pensare di bruciare un prodotto del genere.
Ad esempio, l'olio di lino ha caratteristiche simili e viene usato nell'industria per produrre bioplastiche, vernici e altri prodotti, ma solo le partite di scarto. Altre oleaginose producono 4 o 5 tonnellate per ettaro, con la canapa si produce una tonnellata di seme nel migliore dei casi, per cui l'utilizzo come biocombustibile o materia prima industriale è ipotizzabile solo in un'ottica di recupero di partite che, per qualche motivo, non risultassero adatte al consumo umano o animale.
Secondo me, non starà mai in piedi una filiera dell'olio di canapa pensata solo per scopi industriali o energetici"
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Quale sarebbe la filiera più razionale allora? Quella della fibra a scopo tessile o quella dell'olio a scopo alimentare? Si può ipotizzare un utilizzo energetico degli scarti, ad esempio le foglie?
"Io penso che prima di ipotizzare filiere alternative sia da guardarsi un po' attorno e vedere i casi di successo in altri paesi. I due esempi di strategie diverse sono il Canada e la Francia.
In Francia le superfici coltivate a canapa sono ormai arrivate ai 12mila-14mila ettari. Non sono superficie enormi, ma hanno assicurato una produzione sostenibile negli ultimi cinquanta anni, puntando sulla produzione di carte speciali: carte da filtro, da moneta e per sigarette. Si tratta di nicchie nelle quali la migliore qualità della canapa rispetto alla fibra forestale, ad esempio minore contenuto di cenere nella carta da sigaretta, giustifica prezzi più alti e migliori margini per gli agricoltori. Tali carte si producono con il fusto intero, non serve separare la fibra lunga da quella corta come nella canapa tessile. Il fatto di non dover privilegiare una fibra rispetto all'altra, consente di raccogliere anche il seme: si passa prima con una trebbia che raccoglie il seme, destinato quasi esclusivamente ad alimentazione animale, e poi un secondo passaggio raccoglie gli steli da destinare alla produzione di carta. Quindi è una filiera a doppia vocazione.

In Canada invece, nonostante le condizioni climatiche non siano le migliori per la canapa, sono già arrivati a 30mila ettari. I canadesi producono esclusivamente semi con una varietà molto precoce, arrivando a punte record di quasi 2 tonnellate per ettaro. Utilizzano i semi per ricavare olio, farine proteiche e seme intero decorticato, prodotti che hanno conquistato la gamma alta del mercato americano dell'alimentazione dietetica. Si tratta dunque di una strategia di produzione con alti margini di guadagno ma quantità relativamente piccole comparate con altre colture industriali.
Non utilizzano nemmeno le bacchette, che vengono bruciate nei campi anziché passare con l'aratro per rinterrarle, che sarebbe la cosa più razionale dal punto di vista agronomico.

So che stanno valutando l'utilizzo tessile, utilizzando un processo che rende un filato di minore qualità, ma che consente di utilizzare i macchinari per fibra corta dell'industria del cotone.
I canadesi hanno puntato molto sulla centralizzazione: ci sono tre aziende che gestiscono tutta la filiera in una specifica zona geografica e le successive trasformazione e commercializzazione, con evidenti economie di scala.
In Italia, invece, ci sono centinaia di piccole aziende frammentate nel territorio nazionale, poco strutturate, che tentano di sfruttare il seme come i canadesi, ma lavorando in piccolo non riescono a spuntare gli stessi prezzi ed efficienze produttive"
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La coltivazione sperimentale di canapa da fibra a Rovigo

Le foglie si possono utilizzare per qualche scopo?
"In Svizzera vengono utilizzate per l'alimentazione delle capre. Esistono però delle limitazioni alla razione giornaliera. Il fatto è che la normativa svizzera è meno restrittiva della nostra e ammette fino all'1% di THC nelle loro varietà coltivabili. La concentrazione di THC è massima nell'apparato apicale e nelle foglioline nei primi 50 centimetri della pianta, scendendo gradualmente fino ad essere quasi nulla nella base del fusto. La concentrazione di THC nelle foglie è solo il 10% di quella nei fiori, ma comunque c'è. La limitazione nella quantità di foglie che si può somministrare alle capre ha dunque lo scopo di impedire che il THC si concentri nel latte, e ancora di più nel formaggio, che allora risulterebbe potenzialmente pericoloso per donne in gravidanza e bambini.

Nel resto della Ue, fino al 2001, la concentrazione ammissibile di THC era dello 0,3%, ma le pressioni della lobby francese, che ha sviluppato piante con contenuti ancora minori, ha portato il limite massimo allo 0,2%. Tale limite si misura in base alla media del contenuto di THC nel terzo superiore della pianta - tolti i semi e la parte legnosa, che non contano - e tale media va realizzata a sua volta su cinquanta piante campionate in maniera randomizzata nell'intero lotto.
Tale procedura vale per i controlli di routine. Nel caso dei centri di ricerca, quando si intende registrare una nuova varietà, la procedura esige di campionare 200 piante in maniera casuale, per poi applicare il metodo analitico descritto in precedenza"
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Quindi i vantaggi ambientali della canapa, tanto decantati dalle associazioni "pro Cannabis", non giocano alcun ruolo?
"I vantaggi ambientali, purtroppo, al momento non vengono pagati da nessuno. Secondo me, lo sbaglio di molti agricoltori italiani è credere che basti coltivare la canapa e poi vendere il raccolto, come si fa con il mais o altre colture. Non funziona così, perché di essiccatoi per cereali se ne trova almeno uno ogni 10 chilometri, invece gli unici centri italiani di trasformazione delle bacchette e semi di canapa sono a Carmagnola, a Taranto, e uno molto piccolo a Rovigo.

Prendiamo come esempio la coltura del lino nel Nord Europa, o la canapa in Francia. Gli agricoltori sono organizzati in consorzi o cooperative per aree geografiche, quindi conferiscono i loro raccolti ad uno stabilimento che realizza, se non tutta la lavorazione, almeno le prime fasi. E' chiaro che i coltivatori francesi ottengono maggiori guadagni conferendo il raccolto alla struttura consortile, che a sua volta vende il filato o il semielaborato all'industria, e poi riparte il valore aggiunto fra i soci.
In Italia, invece, servirebbe un centro di prima lavorazione della canapa che serva i produttori in un raggio di 70-80 chilometri, altrimenti il costo di trasporto di un prodotto voluminoso come gli steli, fino a Carmagnola o Taranto, annullerebbe i guadagni"
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Una fase di lavorazione della fibra nel centro di trasformazione di Rovigo

Secondo lei, si arriverà ad avere una struttura produttiva razionale per la canapa italiana, o è un miraggio?
"Negli ultimi vent'anni lo Stato non ha fatto niente per incentivare la coltura della canapa. Basti pensare che ha impiegato venti anni per modificare nel 2014 la 309/90 ed ultimamente (legge n.242 del 2016) un provvedimento di dieci articoli che finalmente riconosce che la canapa è una pianta come qualsiasi altra, basta solo coltivare le varietà giuste.
Nel frattempo, gli agricoltori che ci hanno creduto sono sempre stati nel mirino di qualche tutore dell'Ordine un po' fanatico che, anziché assicurare i controlli normali, considerava i coltivatori come potenziali delinquenti.

E' chiaro che un agricoltore che, pur avendo tutte le carte in regola, è finito in galera per un controllo realizzato in modo scorretto da agenti un po' ottusi, ne esca piuttosto sbalordito da tale esperienza. Poi passa qualcuno che gli racconta che gli asini volano e che troverà le pepite di oro se coltiva, per fare un esempio a caso, il bambù, e cade dalla padella alla brace.
Ci sono stati già dei casi in cui lo Stato o le regioni hanno creato scompensi nel mercato agricolo, come ad esempio con il pioppo short rotation, i cui contributi hanno solo favorito i vivai che ne producevano le piantine.

Se prendiamo come esempio la bietola, il cui prezzo era per quasi due terzi costituito da contributi statali, si era arrivati a situazioni assurde, come coltivare bietole in Puglia o Sardegna, regioni che non avrebbero le condizioni climatiche adatte, ma dove comunque la coltivazione era redditizia grazie ai contributi.
Un altro esempio: le fasce tampone nella Regione Veneto. Non so quanti milioni siano stati spesi in contributi per piantumare questi cespugli, che a distanza di tre anni da un nostro confinante non hanno ancora sviluppato un apparato radicale tale da produrre qualche effetto positivo, e che nel contempo non generano alcun reddito ma costano all'Erario 200 euro/ettaro.
Se le stesse fasce tampone fossero state piantumate con canapa, noi abbiamo misurato che le radici arrivano anche a 1,5 metri di profondità, e la pianta cresce alta 3 metri, quindi effettivamente la fascia avrebbe un effetto positivo sulle colture al suo interno, oltre a produrre un qualche reddito all'agricoltore. Se le autorità della regione l'avessero voluto, e tutte le fasce tampone fossero state coltivate a canapa anziché arbusti di varie specie, si sarebbe prodotta una quantità tale di fibra che sarebbe bastata per far partire le industrie della carta, della bioedilizia, e tante altre.

Negli ultimi venti anni, in ricerca sono stati investiti, dall'Europa, Stato e regioni qualcosa come 20 milioni di euro sulla canapa, ma in progetti frammentati e senza una programmazione organica, ogni regione per conto suo, e quindi ci troviamo al punto di partenza: mancano strutture diffuse a livello capillare nel territorio che ne consentano la industrializzazione o quanto meno le prime fasi di trasformazione del prodotto.
Un altro errore politico è stato ignorare la storia: prima del proibizionismo, la canapa si coltivava con ottimi risultati nella Pianura padana e in Campania. E' assurdo voler iniziare la sua reintroduzione in aree dove non è mai stata coltivata in maniera consistente. Invece, ripristinando le aree storiche potremmo ottenere maggiori benefici. Pensiamo ad esempio al problema dell'inquinamento nella Terra dei Fuochi: sarebbe più logico investire in progetti per ripristinare la coltivazione della canapa da fibra, piuttosto che continuare a coltivare pomodori e ortaggi, che poi ci portano gli inquinanti di quei terreni a tavola"
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Secondo lei, la coltivazione della canapa andrebbe dunque limitata solo alle regioni "tradizionali"?
"Innanzitutto è da dimostrare che la coltivazione funziona oggi come lo faceva cinquanta anni fa, perché sono cambiati il clima, le varietà disponibili e l'ambiente produttivo. Ad esempio oggi non è rimasto quasi niente del comparto tessile italiano, per cui non è detto che coltivare le varietà da fibra di una volta abbia un senso pratico. Se poi si dimostrasse che la coltivazione funziona bene nelle aree tradizionali, allora avrebbe senso andare ad analizzare se si possa estendere ad altre zone geografiche.
Oggi ci sono impieghi che un tempo non esistevano, come le bioplastiche e la bioedilizia, allora dovremmo coltivare nelle vicinanze di dette industrie, ma se le condizioni pedoclimatiche in tali aree risultassero poco favorevoli, sarà come voler partire in macchina con il freno a mano tirato. La canapa non fa miracoli, è una pianta come qualsiasi altra, quindi ha bisogno di acqua e altri input agronomici, anche se non c'è dubbio che è meno esigente e richiede anticipazioni molto più limitate delle colture più diffuse"
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Meglio coltivare varietà da fibra, da seme, o tentare la produzione mista seme+fibra?
"Dipende da ciò che si ha a disposizione nel territorio per la lavorazione ulteriore. I francesi fanno la coltivazione mista seme+fibra perché, producendo carta, non serve grande qualità della fibra. Ad esempio, ultimamente si coltiva in Italia la varietà Futura che sarebbe una tardiva da biomassa. Non è ottimizzata per produrre grandi quantità di semi. Abbiamo delle ottime varietà nostrane da fibra, ma purtroppo non abbiamo più l'industria tessile per lavorarla. Se inoltre consideriamo che il raccolto si fa con trebbie da soia, grano o anche mais, non adatte alle caratteristiche della canapa, risulta che a coltivare varietà da fibra si perde almeno un 15% della biomassa totale solo nella trebbia.

Noi abbiamo selezionato negli ultimi anni delle varietà migliorate, che vanno incontro a queste problematiche: una è la Codimono e l'altra è la Carmaleonte. Molti si stanno buttando sulla produzione da seme, ma dovranno fare i conti con la concorrenza canadese e cinese. La prima è concorrenziale per l'elevata efficienza produttiva, la seconda produce elevati volumi a basso costo per la abbondanza di mano d'opera. Da noi, invece, ci sono microaziende con superfici coltivate talmente piccole che è già difficile riuscire a noleggiare a prezzi competitivi la trebbia per fare il raccolto.

Vediamo invece cosa fa la Germania: è un paese dove la canapa era quasi sparita, ma sono stati proposti contributi dell'Ue di circa 400 euro/ettaro per la coltivazione e 90 euro/tonnellata per l'industria di trasformazione. Nel giro di un anno c'erano già diverse decine di migliaia di ettari a canapa. Poi i contributi sono stati veicolati verso le biomasse, allora gli agricoltori tedeschi hanno smesso di coltivare canapa per passare alla bietola e al mais.  Le aziende produttrici di componenti in plastica rinforzata con fibra di canapa per l'industria automobilistica tedesca si sono dunque spostate in Francia.

In Italia invece abbiamo avuto solo incertezze. Ad esempio, un buon progetto inter-regionale coordinato dall'Università di Udine (professore Giovanardi) in collaborazione con una ditta locale, la Fantoni, produttrice di pannelli in fibra di legno, aveva sviluppato un modello di pannelli in fibra di canapa. Arrivati al dunque l'azienda era pronta per partire con la produzione, ma servivano 3mila ettari a canapa in un'area relativamente vicina alla fabbrica per fornire tutta la materia prima. Se non ci sono certezze politiche né regole chiare che consentano di valutare i futuri benefici, nessun agricoltore si metterebbe mai a coltivare una pianta con la quale non ha esperienza previa, e tanto meno si può pensare di mettere insieme tante aziende agricole fino a raggiungere 3mila ettari se non ci sono consistenti stimoli economici per farlo"
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Qual è allora il motivo per il quale stanno spuntando tante piccole associazioni provinciali di coltivatori di canapa?
"Secondo me, perché in molti si sono illusi di sfruttare le componenti a più alto valore della pianta, ad esempio il CBD (cannabidiolo) per uso medico, che non causa effetti psicotropi. Hanno fatto i conti senza l'oste però, perché il CBD ha un valore teorico attorno ai 50mila euro/chilogrammo, e la pianta ha una concentrazione massima del 3%, sufficientemente alta per promettere buoni guadagni con una piccola superficie coltivata. Il problema è che, per poter utilizzarlo a scopo medico, il CBD deve essere puro. Nella pratica, è sempre misto al THC. Anche nelle varietà legalmente coltivabili, aventi 0,1-0,2% di THC, il fatto di estrarre il CBD comporta aumentare la concentrazione di THC nell'estratto finale.

Separare il CBD dal THC è una operazione che può realizzare solo un laboratorio farmaceutico convenientemente attrezzato e munito delle necessarie autorizzazioni, perché poi bisogna gestire adeguatamente il THC. Pertanto, molti agricoltori sono rimasti buggerati pensando di poter estrarre in casa il CBD grezzo per venderlo all'industria farmaceutica. Questa invece paga solo per la materia prima, che tra l'altro è solo la cima della pianta, quindi servirebbero macchine dedicate, che non ci sono nel nostro mercato.

Ancora una volta i responsabili di queste incertezze sono i burocrati del ministero della Salute perché non sono state emanate regole precise in merito. Se avessero stabilito chiaramente 'il CBD non può essere utilizzato se contiene THC' allora si potrebbe redigere un business plan e valutare costi/benefici della purificazione. Invece ciò non è avvenuto quindi è la deregulation totale: troviamo prodotti importati di cui non si sa se contengano THC, né quanto. Il CBD ha almeno 14 applicazioni diverse in medicina, ma quella a mio parere più importante è che potenzialmente frena l'invecchiamento neuronale.
Si immagini il tremendo potenziale che offre la canapa, che lo Stato sta perdendo per non essere capace di legiferare chiaramente: basterebbe semplicemente condire l'insalata, aggiungendo l'olio additivato con CBD usato come integratore alimentare. Se i risultati preliminari ottenuti su modelli animali fossero confermati e si arrivasse a prevenire, o quanto meno ritardare, l'insorgere di malattie come l'Alzheimer o il Parkinson si avrebbe un risparmio per la spesa sanitaria di rilevante entità.

Recenti studi su animali condotti in America sembrano indicare anche una azione importante nella prevenzione di alcuni tipi di tumori. In una società come la nostra, che invecchia sempre di più, si risparmierebbero miliardi di euro nell'assistenza ai malati e nel contempo si migliorerebbe la qualità di vita di milioni di anziani, semplicemente lasciando agli agricoltori la possibilità di unirsi in cooperative per produrre dei nutraceutici, ad esempio olio di semi arricchito con CBD in proporzioni prestabilite. Perché no? Il CBD, se adeguatamente purificato, non è pericoloso. Invece le aziende farmaceutiche stanno premendo su tutti i ministeri della Salute affinché il CBD, inteso come molecola, diventi esclusivamente un farmaco a tutti gli effetti, e quindi dovrà passare forzosamente attraverso i loro laboratori e circuiti distributivi. Ovviamente, arrivando alla popolazione a centinaia di euro a confezione solo attraverso le farmacie, e con un contributo a carico del sistema sanitario nazionale.

Se le autorità sanitarie avessero il buon senso di pensare prima al bene comune della società, consentendo ad esempio agli agricoltori di estrarre il CBD grezzo e conferirlo ad aziende o ai laboratori galenici per la sua ulteriore purificazione, un po' come si fa già con il tabacco, ne trarrebbero vantaggio l'agricoltura, la piccola industria e la salute pubblica in generale. Se lei pensa, la produzione di un farmaco porta ad un prodotto costoso, anche centinaia di euro la confezione, mentre un preparato galenico è ugualmente efficace e costerebbe qualche decina di euro"
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Una ultima domanda: gira nelle reti sociali la teoria complottistica secondo la quale sarebbe la lobby delle industrie sementiere a spingere la coltivazione della canapa, avendo imposto che i semi devono essere "certificati" e "tracciabili" per garantirsi il monopolio.  E' verosimile tale teoria o si tratta della solita "bufala"?
"La possiamo escludere assolutamente. Gli unici abilitati a produrre i semi di varietà certificate a basso contenuto di THC siamo noi enti pubblici. Troviamo addirittura resistenza delle industrie sementiere a produrre sementi di canapa perché la domanda è limitata, per cui abbiamo dovuto spendere noi i soldi per registrare le varietà e avviare dei contratti affinché ci sia un minimo di produzione nazionale.
Consideri che per registrare una varietà al registro europeo delle specie vegetali, si spendono almeno 5mila euro e servono due anni di prove previe. Per coprire i costi di ibridazione e selezione previa, dovremmo fare i contratti con le sementiere almeno a 20mila euro per ogni varietà, invece facciamo contratti non in esclusiva con diversi soggetti a cifre molto più basse, proprio per evitare la speculazione sulle sementi.

Ancora una volta, prendiamo l'esempio della Francia: l'agricoltore francese paga le sementi di canapa meno della metà rispetto ad un agricoltore italiano. Come mai? Semplicemente perché tutti si sono consorziati in una unica cooperativa, hanno avuto dei contributi statali e creato una unica struttura, molto efficiente, che ne produce esclusivamente sementi di canapa a beneficio dei suoi associati. Loro hanno dunque un organismo unico, l'Interchanvre, che interloquisce con le istituzioni europee a tutela dei comparti canapicolo e linicolo francese. Noi invece paghiamo lo scotto di non avere alcuna istituzione così forte e ben organizzata e poche aziende per giunta poco attrezzate. Questo anno il costo delle sementi italiane è arrivato a 13 euro/chilogrammo, quasi quattro volte ciò che costa all'agricoltore francese associato"
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Raccolta di semi di canapa

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

Autore:

Tag: ricerca intervista filiera canapa Canapa, il ritorno

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