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La solitudine del pesco

La peschicoltura italiana è in calo ed il futuro è incerto. Le cause? Concorrenza estera, elevati costi di produzione, eccessivo numero di varietà. Ma non tutto è perduto

Lorenzo Cricca di Lorenzo Cricca

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Qualità, continuità, conoscenza e valore sono alcune delle parole chiavi per il rilancio
Fonte foto: © Ehaurylik - Fotolia

"Apro gli occhi e mi guardo intorno. Il cielo è grigio. Della stessa tonalità sono la terra, le rocce ed ogni forma di vita visibile. Anche la poca pioggia che cade è grigia. Mangio a stento: il cibo ormai è esaurito, come le mie forze. L'umidità ed il freddo che sento mi entrano dentro fino alle viscere, rendendo la lotta per la sopravvivenza ancora più ardua. Una monotonia che si ripete all'infinito, giorno dopo giorno, in una solitudine vuota ed in un oblio senza fine. Sento la mia vita terrena allontanarsi, in un cammino verso l'oscurità. E poco alla volta mi consegno alla leggenda. Mi chiamo pesco e sono l'ultima pianta rimasta sulla Terra".

E' questo quello che potrebbe dire l'ultimo pesco esistente oggi? Difficile dirlo, ma di sicuro la peschicoltura italiana vive una fase di crisi profonda ed il suo futuro è sempre più incerto.
 

Pesco in Italia, il trend è negativo

Partiamo però dai dati. Nel mondo, secondo la Fao, nel 2014 si sono prodotte circa 22,8 milioni di tonnellate di pesche e nettarine, con la Cina che rappresenta oltre il 50% della produzione con 12,5 milioni di tonnellate. Nel 2013 la produzione era stata di 21,6 milioni di tonnellate. Globalmente il trend è quindi in crescita ed in controtendenza rispetto all'Italia.
Nel 2014 il secondo produttore mondiale è stata la Spagna con 1,57 milioni di tonnellate. Il Paese iberico ha quindi superato l'Italia, che per anni è stata al secondo posto, che si è fermata a 1,38 milioni di tonnellate. Guardando altri importanti attori segnaliamo: il calo strutturale degli Usa passati da 1.254.818 del 2010 alle 959.983 tonnellate del 2014, la crescita della Grecia da 738.400 tonnellate del 2010 alle 962.580 del 2014, l'incremento della Turchia con le 534.903 del 2010 e le 608.513 del 2014. Al quinto posto l'Iran che nel 2014 ha prodotto 575.457 tonnellate mentre nel 2010 ne aveva prodotte 496.130.
 
L'Italia è il 3° produttore mondiale, nel 2014 è stata superata dalla Spagna
(Fonte foto - © Keithpix - IStockPhoto)
 

In Italia calano le superfici

Guardiamo nel dettaglio la situazione dell'Italia in termini di superfici, prendendo come riferimento i dati Istat: il trend è drammaticamente negativo. Nel 2000 le superfici coltivate a pesco e nettarine erano 101.151 ettari mentre nel 2011 sono state 88.580. Una perdita del 12,4% di coltivazioni, che ha continuato ad aumentare anche negli anni successivi fino ad arrivare ad oggi. Dall'inizio del millennio il calo è di circa il 70%. Questo rallentamento è stato più presente nelle regioni del nord Italia, dimostrando una meridionalizzazione della peschicoltura italiana

"Al di là dei dati il trend è in calo - spiega Gabriele Ferri, coordinatore del Comitato Pesche e Nettarine dell'Oi Ortofrutta Italia -, non c'è dubbio. Il pesco però rimane un settore importante per l'Italia e per l'Europa, ed è quindi necessario cambiare rotta e dare nuova spinta. Le cause principali di questa situazione siano da ricercare negli elevati costi di produzione, che limitano il reddito dei produttori. Da non sottovalutare i vari problemi strutturali del settore, la polverizzazione del sistema che disperde risorse e valore, e l'elevato panorama varietale.
Un riflessione su quest'ultimo aspetto: ci sono troppe varietà. Il consumatore ne è confuso sia per numero che per qualità. Tendenzialmente l'utente medio cerca sugli scaffali la qualità organolettica e la vuole continuativa nel tempo, ma questo nel pesco non è possibile. Credo che l'uso del brand sia una strada importante da sfruttare, perchè permette di controllare il sistema produttivo e di trasformazione aumentandone valore e riconoscibilità. Però dalla raccolta al consumo il periodo è molto corto e questo crea problemi di gestione".

 
Dal 2000 al 2011 le superfici in Italia sono calate del 12,4%, e il trend continua
(Fonte foto - © Pixelbank - IStockPhoto)
 
 

Il 2016? Bene per i prezzi

Gli ultimi anni i peschicoltori hanno lamentato un prezzo assolutamente insufficiente a ripagare i costi: circa 20 cent/kg. Se paragonato ai prezzi di alcuni prodotti di uso corrente ci vogliono 5,5 chili di pesche per una tazzina di caffè. Ma come è stato il 2016? 
"Un po' meglio del passato - risponde Giancarlo Minguzzi, presidente Fruitimprese Emilia-Romagna -. Il prezzo medio di conferimento è stato di 40-45 cent/kg, un +30%. Su questo ha influito una minore offerta italiana ed europea: una boccata d'ossigeno per i sempre meno peschicoltori".

E come si preannuncia il 2017? "Dovrebbe essere in linea al 2016 - continua Minguzzi -. Quali le cause di questa crisi? Difficile dirlo. Credo comunque che la bassa qualità del prodotto, sapore in particolare, incida molto. E' necessario aumentarla di molto, partendo dal rinnovamento varietale che permetta d'avvicinarsi alle esigenze del mercato. Senza dimenticare che questa qualità deve essere continuativa nel tempo. Di certo negli ultimi anni l'innovazione varietale è stata molto prolifica ed il lavoro è stato buono, ma è necessario fare un ulteriore step. Non sottovalutiamo poi che alla giusta varietà dobbiamo unire la giusta area produttiva, sintesi di terreno ed ambiente.
Anche aggregare può aiutare, permettendo la creazione di una maggiore massa critica ed una maggiore programmazione. In Emilia-Romagna però da questo punto di vista siamo virtuosi. Come sarà tra 10 anni? Se non perderemo di vista i punti fondamentali c'è futuro. Forse mettere delle regole può aiutare: ad esempio inserire un valore minimo del grado Brix, per cercare di migliorare la dolcezza ed il sapore".

 
Nel 2016 i produttori hanno preso 40-45 cent/kg, +30% rispetto al 2015
(Fonte foto: © AgroNotizie)
 

Il pesco si sposta al Sud

"E' necessario fare una precisazione - spiega Elisa Macchi, direttore del Cso-Centro servizi ortofrutticoli -: l'Italia è divisa in due, il Sud tiene e il Nord è in sofferenza. Le cause di questa crisi sono molteplici. Guardiamole una per una.
Alcune sono congiunturali, cioè legate ad un momento della fase economica di medio-breve periodo. Questo aspetto è molto forte in un prodotto come le pesche e le nettarine, non adatto alla lunga conservazione. Altre strutturali. In primis una forte concorrenza con la Spagna, che in questi anni ha visto spostare le proprie produzioni dal periodo più precoce a quello medio/tardivo, in perfetta concorrenza con le produzioni del Nord Italia ed in particolare con l’Emilia-Romagna.
Poi ci sono gli elevati costi di produzione e di condizionamento, rispetto ad altri paesi concorrenti. C’è anche un problema varietale: sono troppe, spesso non più adatte all'esigenze del mercato ed anche non riconoscibili dal consumatore. I nostri principali competitor invece hanno puntato molto sull’innovazione varietale, facendone un valore aggiunto.
Infine un problema che come Cso denunciamo da tempo: la mancanza di una buona conoscenza della peschicoltura. Solo attraverso la conoscenza si possono mettere in campo strategie di programmazione".

 
Bisogna cambiare rotta. Il catasto impianti può aiutare per conoscere e programmare
(Fonte foto - © AgroNotizie)
 

Cambiare rotta si può

Si è arrivati ad un necessario punto di svolta. Altrimenti c'è il rischio di veder compiersi la triste profezia di poco sopra.
Nulla però è perso: il settore ha ancora la possibilità di riprendersi, a patto di correre subito ai ripari.
"E' necessario cambiare rotta - continua la Macchi -. Un primo punto di partenza dovrebbe essere ri-ragionare sui costi del sistema e comprimerli. Se questo non è possibile allora bisogna disporre di un prodotto di qualità, comunicandolo adeguatamente. Un secondo punto è la conoscenza del sistema e costruire un catasto delle produzioni può sicuramente aiutare. Il Cso su questo aspetto è attivo da tempo.
Dico di più, sarebbe necessario fare una mappatura delle varietà coltivate; recentemente è in atto una certa innovazione varietale soprattutto in alcune regioni ed in particolare in Emilia-Romagna. Conoscere la geografia delle varietà darebbe la possibilità di dare linee d'indirizzo verso varietà più adatte al gusto del consumatore.
Inoltre la miriade di varietà devono essere riconosciute con le rispettive caratteristiche da parte del consumatore. E’ vero che sono tutte pesche e nettarine, ma sappiamo bene che ci sono varietà con caratteristiche d'aspetto e gustative molto diverse fra loro. Il consumatore deve saper scegliere ed acquistare quelle che soddisfano le proprie aspettative in termini di gusto.
Come sarà la peschicoltura tra 10 anni? E' difficile fare previsioni a così lungo periodo. A mio parere, un po' come sta succedendo con la fragola, dobbiamo puntare su un prodotto di qualità percepita e ben promozionata. Dobbiamo lavorare sui calendari di produzione con una cadenza d'offerta non sovrapposta e qualificata lungo tutto l'arco di tempo di produzione nazionale".

 
 
Comunicare il brand: l'esempio di Pesca di Romagna Igp
(Fonte video: canale YouTube di Casali Associati)


Romagna Igp, prove di regia

Si è parlato di valore e di brand, come elemento di supporto al rilancio. Uno degli esempio in atto oggi è la Pesca di Romagna Igp. Quali strategie il Consorzio sta sviluppando per rilanciare questo strategico frutto?
"I volumi di vendita delle pesche e nettarine di Romagna Igp - conclude la Macchi - sono veramente molto bassi.
A fronte di una crescente domanda d'origine certificata ci sono comunque grossi problemi di burocrazia, che spesso dissuadono i produttori ad intraprendere un percorso Igp. C'è anche una certa difficoltà nel trovare sbocchi commerciali nella Gdo a prezzi adeguati. Credo tuttavia che per la peschicoltura romagnola l’Igp sia un'opportunità da non lasciare cadere nel vuoto e per questo stiamo lavorando come Cso con il Consorzio per un Progetto europeo di promozione in grado di dare slancio all'offerta certificata. Sapremo a fine anno qualcosa di più"
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