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Agroalimentare, l'export in Nord America può ancora crescere molto

Le economie statunitense e canadese sono in crescita e i consumatori hanno voglia di made in Italy. Ma ci sono ampi margini di miglioramento e il Ceta può dare una mano. L'analisi Agrifood monitor

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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La seconda edizione di Agrifood monitor, incentrata su Usa e Canada, si è tenuta a Bologna
Fonte foto: Agronotizie

Gli Stati Uniti rappresentano il terzo mercato per il made in Italy agroalimentare dopo Germania e Francia, ma se si considera anche il Canada il Nord America sale al secondo posto con 4,6 miliardi di euro (3,2 miliardi il saldo) pari al 12% dell'export agroalimentare italiano. Eppure la quota dell'Italia nell'import totale è di solo il 3,4% negli Usa e del 2,6% in Canada. I margini per espandersi dunque ci sono, basta saper leggere il mercato e presentarsi con una offerta coerente.
Di questo si è parlato durante la presentazione dello studio Agrifood monitor realizzato da Nomisma e Crif, società di consulenza fondata a Bologna ma che opera a livello globale.

D'altronde il Nord America è il mercato più appetitoso per chi vuole esportare. Gli Usa importano ogni anno 130 miliardi di euro nel settore Food&Beverage e il Canada, che pure ha quasi un decimo della popolazione statunitense, importa 32 miliardi a causa del clima meno favorevole all'agricoltura. Il mercato dunque c'è ed è dinamico, visto che in entrambi gli Stati la popolazione è in crescita. I Millenials poi si stanno imponendo con sempre più insistenza sul mercato e sono aperti alle novità. Senza contare che l'economia nordamericana è in crescita, il reddito pro capite è sensibilmente più alto rispetto a quello europeo e la spesa nel settore Food&Beverage è prevista in crescita.

A trainare le esportazioni italiane oltre l'Atlantico sono il vino, l'olio di oliva, i formaggi e la pasta, che in totale pesano per il 65% dell'export. A comprare italiano sono, negli Usa, la fascia di popolazione tra i 36 e i 51 anni, che vive nelle grandi metropoli cosmopolite, come New York o Los Angeles, e che ha un alto tenore di vita. Mentre perdiamo terreno nel Mid-West del paese. Discorso simile si può fare per il Canada, dove però l'età dei consumatori è un po' più alta (52-65 anni).

In tutto il Nord America sembra che i consumatori si facciano influenzare dai programmi di cucina (la mamma di Joe Bastianich insegna) e dai contenuti diffusi sui social network. Anche se è il prezzo ad essere determinante per oltre il 20% dei consumatori, con punte del 40% nel Mid-West.

Ma mentre per i consumatori statunitensi il made in Italy è al top quando si parla di reputazione, in Canada l'indicazione di origine prediletta è quella statunitense. In entrambi gli stati il tasso di penetrazione dei prodotti nostrani è elevato, circa l'80%, anche se solo un 10% dei consumatori è un 'authentic user', acquista cioè consapevolmente prodotti italiani (e non l'italian sounding) e lo fa spesso.

Cosa fare dunque per aumentare il nostro export in Nord America? Prima di tutto farlo trovare sugli scaffali dei supermercati. E in questo l'Ice sta facendo molto. Michele Scannavini, presidente dell'Ice, ha spiegato come l'agenzia per il commercio estero abbia investito negli ultimi tre anni 88 milioni di euro in Nord America per promuovere i nostri prodotti, stringendo accordi con i distributori locali, come il colosso Walmart.

Inoltre bisogna puntare sul posizionamento. Già, perché i francesi, anche se esportano meno in volumi, riescono a spuntare prezzi più alti. E così accade anche per gli spagnoli, che nel caso dell'olio di oliva si fanno pagare a bottiglia più di noi italiani. E perfino la Tunisia ha prezzi in linea con i nostri

Il Ceta (Accordo economico e commerciale globale) è il tema che in Italia ha certamente acceso di più gli animi. L'accordo di libero scambio tra Unione europea e Canada viene percepito da molti, Federalimentare in primis, come una grande opportunità per le nostre imprese. Abbattendo i dazi doganali si incentivano gli scambi e il fatto che Ottawa abbia riconosciuto 41 indicazioni geografiche tipiche (che da sole fanno il 90% dell'export italiano) offre un'opportunità unica al paese.

Lo sa bene Paolo Tramelli, del Consorzio di tutela del Prosciutto di Parma, che ha spiegato alla platea come dal 21 settembre, giorno di entrata in vigore del Ceta, il Consorzio potrà finalmente esportare con il suo nome il prosciutto crudo. Cosa non possibile precedentemente, visto che il marchio 'Prosciutto di Parma' era detenuto da una azienda canadese, come un qualunque trademark commerciale.

Ma anche Gianpiero Calzolari, presidente di Granarolo, ha plaudito all'accordo che apre le porte del Canada ai formaggi duri nostrani. E proprio il riconoscimento delle Igp è un passo avanti enorme, ha spiegato Jan Scazighino, ministro consigliere dell'ambasciata del Canada in Italia. Un cambio di mentalità fortemente criticato dai cugini statunitensi che si oppongono al riconoscimento delle indicazioni di origine. E proprio dagli Usa potrebbero arrivare novità negative, visto che il presidente Donald Trump sembra incline ad assumere provvedimenti protezionistici.

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