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Agricoltura, la nuova frontiera dei fondi di investimento

L'agroalimentare è il settore con i più ampi margini di miglioramento (e guadagno). Parola di Adam Anders, managing partner di Anterra Capital, il più importante fondo di venture capital dedicato all'agricoltura. Leggi l'intervista

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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Adam Anders, managing partner di Anterra Capital
Fonte foto: Anterra Capital

In Italia c'è tanta voglia di innovazione in agricoltura. Tra i giovani avere una startup è di moda quanto lo era essere in una band musicale negli anni '80. Ma se i ragazzi con idee brillanti sono in molti, quelli che alla fine riescono davvero a lanciare sul mercato un prodotto sono davvero pochi e tanti abbandonano il paese per trasferirsi a San Francisco, New York o Londra. Città che offrono una cornice giuridica più favorevole, ma soprattutto dove è facile fare networking incontrando non solo partner, ma soprattutto investitori.

"Anterra Capital è una società con sede ad Amsterdam che ha come obiettivo investire in società dal grande potenziale nel settore agricolo e agroalimentare", racconta ad AgroNotizie Adam Anders, managing partner di Anterra Capital, il fondo di venture capital specializzato nell'Agtech e Foodtech tra i più importanti al mondo.

Anders, in quali tipologie di aziende investite?
"Investiamo in società che sviluppano tecnologie o prodotti lungo tutta la filiera agroalimentare. Supportiamo il lavoro di imprese attive nel miglioramento genetico delle colture, nello sviluppo di nuovi input produttivi o agrofarmaci. Ma investiamo anche in startup che si occupano di software per l'agricoltura o di miglioramento della logistica".

Fate investimenti a livello globale o solo in Europa?
"Non abbiamo preclusioni circa la localizzazione delle imprese. Ma dato che le nostre due sedi sono a Boston e Amsterdam ci siamo sempre concentrati sull'Europa e il Nord America".

Che cosa cercate in una startup?
"Cerchiamo delle persone che siano buoni imprenditori. Poi certamente guardiamo al prodotto o alla tecnologia, che deve essere innovativa e avere un impatto significativo sul mercato. Inoltre guardiamo alla possibilità di sviluppare una strategia per conquistare e mantenere fette di mercato".

Quali sono i settori che secondo lei vedranno una innovazione più spinta nell'Agtech?
"La nostra compagnia ha un interesse particolare per aziende che operano nell'editing genetico, nello sviluppo di input produttivi per l'agricoltura di origine non sintetica. E crediamo che il settore della gestione dei big data, lungo tutta la filiera, sarà fondamentale nei prossimi anni. C'è anche una grande attenzione al tema della salute dei consumatori".

Perché secondo lei questi sono i settori in cui bisogna investire?
"Oggi il settore primario è caratterizzato da grandi inefficienze e sprechi, basti pensare a quanto cibo non viene utilizzato ma buttato. Ci sono dunque enormi margini di miglioramento nella produzione, trasformazione, stoccaggio e distribuzione".

Quali consigli darebbe a dei giovani startupper?
"Nell'Agtech, come nel Foodtech, i nuovi imprenditori dovrebbero prestare particolare attenzione a due questioni. Prima di tutto al tasso di adozione di una innovazione in ambito agricolo o alimentare, che solitamente è molto basso. In secondo luogo al fatto che ci sono dei player affermati che presidiano in maniera forte il mercato. Bisogna quindi avere una strategia accurata per distribuire i prodotti e cercare di avere un tasso di adozione alto".

Perché secondo lei c'è questa riluttanza all'innovazione tra i consumatori?
"Perché le persone hanno un approccio emozionale al cibo. Quando presentiamo un nuovo prodotto dobbiamo tenere bene a mente questo aspetto".

Anterra Capital fornisce solo finanziamenti o anche mentorship alle aziende in cui investe?
"Noi siamo un fondo specializzato nel settore Agtech e Foodtech e abbiamo quindi una grande esperienza nell'affiancare aziende in questi campi. Inoltre il nostro legame con Rabobank, la più importante banca dedicata al settore agricolo, ci permette di inserire l'azienda in un ampio network fatto di partner e clienti. Noi offriamo molto più che fondi: vogliamo essere la colla che tiene assieme gli attori diversi del settore agroalimentare".

Secondo lei è più facile far decollare una stratup ad Amsterdam o a Roma?
"Inizialmente l'attenzione degli investitori nel Foodtech e Agtech era concentrata in Nord America, ma da qualche anno le cose sono cambiate e c'è un interesse crescente anche in Olanda, Gran Bretagna, Germania, Giappone e perfino in Cina. In Italia mi sembra che le cose stiano cambiando rispetto al passato, ma non conosco a fondo le dinamiche del vostro paese per poter dare un giudizio".

La maggior parte degli agricoltori sono piuttosto riluttanti ad adottare innovazioni che stravolgono il modo in cui operano. Come si può superare questa barriera?
"Noi crediamo che sia una questione di avere una chiara 'value proposition'. Questo significa che se una innovazione porta nel lavoro dell'agricoltore una semplificazione, un risparmio o un aumento della produttività la sua adozione sarà naturale".

Insomma, se un prodotto funziona l'agricoltore lo comprerà...
"Esattamente, se un prodotto o una tecnologia risolve un problema specifico dell'agricoltore allora è probabile che questi continui ad acquistarlo e lo consigli, aumentando la sua penetrazione".

 
In occasione della Rethink Ag & Food Innovation Week (San Francisco, 28-30 marzo 2017) siamo andati a scoprire gli ultimi sviluppi della tecnologia applicata all'agricoltura e al cibo.
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