ItaliaCroaziaSlovenia. Un triangolo del vino dalle grandi potenzialità. A due condizioni, però, secondo il professor Antonio Calò, georgofilo, presidente dell’Accademia italiana della vite e del vino (Aivv), già docente di Scienze e tecnologie viticole ed enologiche.
E cioè “che si mandino avanti i tecnici e gli esperti come sherpa per trovare un’intesa sulla querelle del Prosecco e che si valuti l’opportunità di creare delle super-Doc o Doc transfrontaliere, nei casi in cui i vitigni autoctoni, come spesso accade, oltrepassino i confini politici degli Stati”.

È il caso, Prosecco-Proshek a parte, anche di varietà come la Ribolla-Rebula, il Terrano e la Malvasia istriana, presenti in Croazia, Slovenia e, nel caso del vitigno Ribolla, anche in Italia.
È questa la posizione del professor Calò, che fra i numerosi e prestigiosi riconoscimenti vanta anche quello di “membro onorario della Società scientifica vitivinicola della Jugoslavia, prima che il conflitto bellico dei primi anni Novanta disintegrasse la penisola balcanica”.

Professore, la Croazia è diventato il 28° Paese dell’Unione europea e si è parlato moltissimo del problema del Prosecco. Come andrà a finire?
“Spero vada a finire bene per l’Italia, ovviamente. Ma se mi concede di esprimere opinioni molto personali, e ci tengo a sottolinearlo, io non avrei fatto tutto questo baccano e non avrei montato un caso, rivendicando il prosecco come un vino di zona”.

Giusto per chiarire: Zagabria può fare ricorso a Bruxelles?
“Sì. La Croazia può rivendicare l’origine del Proshek, essendo anticamente proprio Proshek un comune al di là del confine italiano. Non era mica Italia, quando da Proshek, come probabilmente è stato, si è diffuso questo vitigno, che oggi non esiste più, almeno come si trova oggi nel comune di Prosecco, frazione di Trieste, come il sottoscritto ha potuto constatare”.

Cosa suggerisce di fare?
“Rimanere tranquilli, non irritare i croati come molto probabilmente è stato fatto con gli ungheresi nella vicenda del Tocai-Tokaj. Il fatto di aver esteso la zona di produzione del Prosecco dal Friuli Venezia Giulia a Vicenza ha una logica di difesa, ma bisogna anche chiedersi come ci si può difendere nei confronti di quei Paesi che non aderiscono all’Unione europea. Chi potrebbe ad esempio impedire a un americano, un australiano, un cinese, un sudafricano di chiamare il proprio vino Prosecco? Bisogna interpretare la questione in maniera positiva”.

Come?
“Se si fa conoscere il Prosecco delle campagne di Valdobbiadene e della zona di produzione italiana, allora automaticamente altri nomi simili fanno pubblicità al vero Prosecco. Se il Prosecco ha la sua forza, non dovrebbe temere la concorrenza”.

Vede possibile un accordo fra Italia e Croazia?
“Veramente non saprei e molto dipenderà dalla posizione dei croati. Se la metteranno giù dura, si va allo scontro, ma speriamo di no per il bene del Prosecco”.

Sul Terrano (un vino rosso secco tipico dell’Istria croata, prodotto anche nel Carso sloveno e nella zona di Trieste e Gorizia), invece, alcuni produttori di vino croati hanno rilanciato l’ipotesi di creare Doc internazionali, quando i vitigni sono coltivati in Paesi differenti. Lei è d’accordo?
“Chiariamo subito che non esiste un contenzioso nemmeno potenziale con l’Italia, ma se la vediamo in un’ottica positiva, sono ambiti che possono tramutarsi in opportunità. Quanto alla possibilità di creare marchi sovranazionali o, per meglio dire, transfrontalieri, 10-15 anni fa avevamo lavorato in grande sintonia e avevamo pensato di arrivare ad un’intesa sia per la Ribolla che per la Malvasia. D’altronde i vitigni nascono prima dei confini politici, ma talvolta subentrano valutazioni politiche, che non competono ai tecnici”.

Quindi per lei è meglio trovare le intese a livello tecnico-scientifico, prima che politico?
“Potrebbe essere un’ottima soluzione, basata appunto su presupposti scientifici, difficilmente confutabili. Gli studiosi devono arrivare a definire degli ubi consistam, delle possibilità. Come venne fatto anche con il Tocai, d’altronde”.

Ma poi, per così dire, perdemmo lo scontro con gli ungheresi.
“Non dovevamo impuntarci, ma avere un rapporto collaborativo. Suggerisco dunque di lavorare con la Croazia per un accordo”.

Altrimenti?
“Per Terrano, Malvasia e Ribolla non vedo problemi. Sul Prosecco, che dio ce la mandi buona”.