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Brexit, Fava: "Sia l'occasione per una nuova Europa dei popoli e delle Regioni"

di Gianni Fava, assessore all’Agricoltura della Lombardia

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Gianni Fava, assessore all'Agricoltura della Regione Lombardia

La Brexit deve farci riflettere. Non entro nel merito della decisione di un popolo sovrano. La democrazia si accetta, non si commenta. Fanno pensare, tuttavia, le posizioni di alcuni leader britannici per i quali “l’Unione è stata una buona idea, ma non è più giusta per noi”.

L’errore politico più grave che l’Europa oggi potrebbe compiere è quello di arroccarsi sdegnosamente nel proprio sé, girandosi dall’altra parte o – peggio ancora – criticando le scelte di un Paese che forse non ha mai avuto uno slancio convintamente europeista, ma che fino al 23 giugno scorso ne faceva pienamente parte.

?Lascio valutazioni di carattere più generale ad altri, limitandomi ad alcune osservazioni in merito all’agricoltura, materia peraltro che è stata alla base dell’Europa. Se non l’unica, è stata di certo la più importante, fin dalla nascita del Mercato economico europeo.

Bisogna inevitabilmente ritrovare lo spirito costitutivo dei padri fondatori dell’Europa e adattarlo alle esigenze attuali. Credo che serva più Europa, non meno. Servono più dialogo e più unità. E, chissà, come ha riconosciuto qualche analista, che l’uscita del Regno Unito non si riveli l’occasione giusta per ripensare l’Europa. Un’opportunità, prima che una sciagura.

Quello che è certo è che bisogna onorare il motto dell’Ue: “United in diversity”. Ritorni l’Europa dei popoli, dell’autodeterminazione, del confronto, della crescita.
Fino a quando avremo regole non condivise, non negoziate, magari non soltanto per colpa dell’Europa, ma innanzitutto perché sono gli Stati a sacrificare le esigenze delle proprie comunità, allora dovremo aspettarci altre Brexit, altri malumori, altre divergenze.

La Lombardia è la prima regione agricola d’Italia, grazie a una rete di oltre 46.000 imprese agricole. È una delle prime in Europa nel comparto agroalimentare. Può contare su una produzione lorda vendibile di oltre 7,3 miliardi di euro e di un export che supera i 5,2 miliardi. I valori al consumo dell’agroalimentare della Lombardia superano i 38 miliardi di euro. La popolazione della nostra regione è di oltre 10 milioni di abitanti. Siamo uno Stato, a tutti gli effetti.
Nel 2015, per sei mesi, Milano è stata la capitale mondiale dell’agricoltura e dell’alimentare, grazie a Expo: nutrire il pianeta, energia per la vita.

Credo che sia da qui che si deve ripartire, dal dialogo diretto dei popoli con l’Ue e nell’Ue. È l’unico modo che può far ripartire il progetto europeo. La Pac nasce nel 1962 con obiettivi ambiziosi e ancora oggi attuali: aiutare gli agricoltori a produrre quantità di cibo sufficienti per l’Europa; garantire che il cibo sia sicuro (ad esempio attraverso la tracciabilità); proteggere gli agricoltori da una eccessiva volatilità dei prezzi e dalle crisi di mercato; aiutarli a investire nell’ammodernamento delle loro fattorie; sostenere comunità rurali vitali con un’economia diversificata; creare e conservare posti di lavoro nell’industria alimentare; tutelare l’ambiente e il benessere degli animali.

Quali passi avanti abbiamo compiuto e quali oneri l’Europa ha riversato sugli agricoltori? È un caso che la percentuale più elevata di Leave si sia concentrata nei territori maggiormente dipendenti, sul piano economico, dall’Unione europea?

Siamo in una fase di globalizzazione avanzata in cui l’idea di libertà deve rapportarsi con quella di interdipendenza e di responsabilità. Nessuno, forse, basta più a se stesso. Nemmeno il Regno Unito della sterlina, della guida a sinistra e del sistema metrico così diverso da quello europeo.

Non può esistere un’Europa senza immigrati, ma non possiamo accettare un’Europa di clandestini. L’Unione europea non può fingere che l’ondata migratoria non sia un’emergenza e non può abbandonare a se stessi i singoli Stati membri, i quali – come è il caso dell’Italia – non consultano i territori e magari approfittano, per interessi economici e intrecci fra malavita ed esponenti del potere politico, per gestire la crisi senza controlli, non distinguendo tra i rifugiati e tutta una serie di migranti (economici, climatici, ecc.) che dovrebbero piuttosto essere tutelati sui loro territori.

La sfida che l’Unione europea ha di fronte è quella di riconsiderare la Politica agricola comune, cercando di raggiungere gli obiettivi originari con le modalità più consone per ciascun territorio e per ogni comunità. Potrà essere forse più gravoso, ma se vogliamo costruire e non distruggere, se desideriamo sostenere un modello di agricoltura chiamato a confrontarsi con il mondo intero, con l’incremento della popolazione europea e mondiale, con le esigenze di food security e food safety, non possiamo non adeguare le modalità di confronto interno all’Ue.

In che modo? Procedendo per Regioni omogenee, per vocazioni produttive, per sistemi riconosciuti. Le Regioni dovranno inevitabilmente ottenere l’autorizzazione a creare alleanze, a negoziare, a condividere un percorso per ottenere più Europa, più rappresentanza, più futuro.
Le sfide alimentari non saranno insormontabili, se ci sarà la giusta cooperazione fra le Regioni, finalizzata al progresso, all’innovazione, all’eliminazione della burocrazia barocca, doppia, inutile. Questo non significa assenza di controlli, ma rapidità di esecuzione e lotta a quegli inutili vincoli che gli agricoltori britannici hanno dimostrato di non volere più.

Partiamo dal latte, dall’ortofrutta, dalla suinicoltura e dall’avicoltura. Si rilanci l’educazione alimentare attraverso programmi di istruzione mirati, con campagne informative, con messaggi chiari.
L’Unione europea non può continuare ad escludere produzioni sempre più strategiche (vuoi per questioni di crisi economica, di nuovi consumi, di nuove culture) come la suinicoltura e l’avicoltura. Non possiamo pensare che la crisi si risolva da sola.
Anche nel comparto lattiero caseario, non si ragioni solo per Stati membri, ma si prendano in esame le diverse realtà, le vocazioni produttive, i livelli di autosufficienza e sovranità alimentare. Di conseguenza, si chiedano sforzi mirati – e condivisi a livello comunitario – a quei territori che producono maggiormente, ben oltre i loro fabbisogni interni.

Il segnale della Brexit è stato inequivocabile. È la campana che suona per tutti noi. Non dobbiamo attendere ulteriori chiamate per capire che l’agricoltura in Europa deve trovare un nuovo slancio, per competere e confrontarsi su scala mondiale, con le proprie peculiarità.

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