Se la zootecnia muore

Crescono le foreste, conseguenza dell'abbandono degli allevamenti. E cresce il degrado ambientale. Una tendenza accentuata dall'aumento dei costi e dalle difficoltà di mercato. Dalla filiera zootecnica, finalmente più compatta, le proposte di rilancio

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

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L’aumento dei costi favorisce l’abbandono degli allevamenti e senza di essi aumenta il degrado delle aree marginali, più facile preda del fuoco
Fonte foto: Oregon Forestry Department

Negli ultimi cinque anni foreste e boschi sono cresciuti in Italia di oltre 270mila ettari. A prima vista una gran bella notizia. Ma c'è il rovescio della medaglia.
Peccato infatti che questa crescita sia in parte la conseguenza dell'abbandono delle attività dell'uomo in aree il più delle volte marginali e difficili.
Qui gli allevamenti offrivano opportunità di lavoro, ma hanno dovuto cedere il passo alle crescenti difficoltà di mercato.

I pascoli sono stati sostituiti dal bosco, ma privi della cura un tempo affidata agli stessi allevatori e ai loro animali.
Così abbiamo più boschi, ma più degradati e facile preda degli incendi, abbiamo più praterie, ma senza controllo e incapaci di trattenere acqua ed evitare frane e smottamenti.
 

L'impennata dei costi

Oggi l'abbandono degli allevamenti non riguarda più solo collina e montagna, ma rischia di coinvolgere le aree più produttive del paese.
I prezzi di carne e latte continuano a perdere posizioni, mentre aumentano a dismisura i costi di produzione, sospinti dalla crescita vertiginosa dei prezzi delle materie prime per l'alimentazione degli animali.
Un'occhiata all'andamento dei mercati ne offre un'impietosa conferma.

Prendiamo il caso della soia, una delle principali fonti proteiche. A inizio di quest'anno per una tonnellata di provenienza nazionale si spendevano 468 euro; a fine maggio il prezzo è schizzato a 705 euro.
Si risparmia qualcosa, si fa per dire, per il prodotto di provenienza estera, dove le quotazioni si fermano a circa 560 euro per tonnellata.
Situazione analoga per il mais, cereale di riferimento nella formulazione delle diete per gli animali. A inizio gennaio le quotazioni si fermavano a circa 190 euro per tonnellata per la produzione nazionale, mentre per lo stesso prodotto si pagano oltre 270 euro a fine maggio.
 

L'appello

Per gli allevamenti una situazione insostenibile e la gravità del momento si coglie appieno dal grido di allarme che giunge dalle industrie di trasformazione, giustamente preoccupate di non disporre in futuro delle quantità necessarie di carne e di latte di provenienza italiana, indispensabili per la produzione delle nostre eccellenze agroalimentari.
Ed ecco così arrivare all'indirizzo delle Grandi catene distributive una lettera appello di Assocarni, l'associazione che riunisce la gran parte delle industrie del settore carni, nella quale si chiede con urgenza un confronto per trovare una via d'uscita a questa grave congiuntura.

Si è toccato un punto di non ritorno, afferma il presidente di Assocarni, Luigi Scordamaglia, che partendo dalla constatazione che il valore di un animale di qualità eccellente è oggi lo stesso di 30 anni fa, ricorda che sugli scaffali i prodotti agroalimentari hanno invece seguito gli andamenti dell'inflazione.
Di qui l'appello alle catene della distribuzione affinché riconoscano un giusto prezzo a quanto viene prodotto dai nostri allevatori.

Sulla stessa lunghezza d'onda la denuncia di Carlo Siciliani, presidente di Uniceb, l'Unione italiana filiera delle carni.
Gli elevati standard produttivi della nostra zootecnia, lamenta Siciliani, non hanno sino a oggi un adeguato riconoscimento economico rispetto alle provenienze estere.
Anche da parte di Uniceb, dunque, la proposta di un tavolo di confronto con la grande distribuzione, invocando sistemi chiari e condivisi per la determinazione dei prezzi.


Promuovere i consumi

Chissà se questa volta la grande distribuzione organizzata ascolterà questo grido di allarme.
In passato situazioni analoghe e appelli dal contenuto simile non hanno avuto l'esito sperato.
Bene ha fatto allora Assalzoo, l'associazione che riunisce i mangimisti italiani, ad affiancare a queste stesse richieste la proposta di campagne di promozione per rilanciare i consumi interni di prodotti italiani.
Come pure l'appello a unire gli sforzi per eliminare le barriere che impediscono ai nostri prodotti di presentarsi sui mercati internazionali.

Nei mesi scorsi, ha spiegato il presidente di Assalzoo, Marcello Veronesi, i mangimisti hanno cercato di non scaricare il rincaro delle materie prime sugli allevatori.
In ciò probabilmente aiutati dalle scorte di magazzino, acquistate a prezzi ancora "accessibili".
Ma ora, esaurite queste opportunità, il rincaro dei mangimi è inevitabile.
Le conseguenze per tutta la filiera sono intuibili ed è per questo che Assalzoo preme affinché sia garantita la sostenibilità finanziaria della zootecnia nel suo complesso.
 

Sulla stessa barca

Saranno accolti questi appelli? C'è ovviamente da augurarselo, ma in ogni caso va preso atto del profondo mutamento che la filiera delle produzioni animali ha registrato di fronte questa congiuntura negativa.
A fianco degli allevatori non ci sono questa volta le (litigiose) organizzazioni agricole, ma le rappresentanze dell'industria agroalimentare.
Un cambiamento di passo che lascia ben sperare.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: prezzi mercati alimentazione animale mangimi costi di produzione

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