Pecora cornigliese, il tesoro dell'Appennino parmense

Tutela della biodiversità del territorio, con la lana che diventa una risorsa. Ma la razza ancora oggi rischia l'estinzione. La storia dell'azienda agricola Pezzarossa e del progetto Lana BioDiversa

Giulia Romualdi di Giulia Romualdi

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Le pecore cornigliesi sono degli ovini di grande mole
Fonte foto: Azienda agricola Pezzarossa - Lana BioDiversa

"Per la razza non potrei proprio allevare altre pecore, solo cornigliesi: caparbie, fiere e dignitose".

Fin da subito Elisa Marchesin non ha avuto dubbi. Dopo essersi sposata con Giampaolo Fornari, titolare dell'azienda agricola Pezzarossa, ed essere diventata mamma, ha scelto di lasciare il lavoro come contabile e dedicarsi all'allevamento delle pecore cornigliesi. "L'ho scelto senza indugi per l'idea di libertà e di tranquillità che mi ispiravano: il fatto di essere libere di scegliere quando e cosa mangiare, di non essere rinchiuse in una stalla, di adattarsi alle stagioni, lo stare insieme senza mai litigare" racconta.

Una scelta a tutela anche della biodiversità e della salvaguardia della cultura e della storia dell'Appennino parmense. "L'origine della razza è l'alto Appennino parmense, infatti il suo nome deriva da Corniglio, un piccolo paese sull'Appennino tosco-emiliano. Dagli studi e le ricerche effettuate è il frutto degli incroci avvenuti a metà del '700 tra le pecore locali e le merinos spagnole; incrocio voluto dai Borboni per migliorare la qualità della lana. Nel '900 invece - continua - sono stati utilizzati montoni bergamaschi per migliorarne l'attitudine carne. Da diversi anni si cerca di allevarla in purezza per preservarne le caratteristiche morfologiche e produttive".

Nonostante questo oggi la pecora cornigliese è ancora considerata una razza a rischio estinzione. Essendo però un allevamento di nicchia e per lo più di stampo familiare, è difficile stabilire con esattezza e precisione il numero effettivo dei capi allevati.
Secondo la griglia della Fao, aggiornata al 31 luglio 2019, sono meno di duecento, con una vistosa decrescita rispetto agli anni precedenti, mentre per Elisa, che si basa sui dati dell'associazione regionale degli allevatori, oggi i capi sono molti di più: circa un migliaio in provincia di Parma e qualche centinaio nelle altre province dell'Emilia Romagna.

"E' un allevamento che non è più sostenibile: non segue la logica della massima resa con il minimo sforzo: è una razza con un accrescimento lento, una resa al macello notevolmente inferiore ad altre razze da carne, una razza che deve poter pascolare giorno e notte, estate e inverno, scegliere le erbe migliori e variare tipo di alimentazione durante il giorno e le stagioni. Non si può allevare in una stalla a fieno e mangime" afferma Elisa in merito al rischio di estinzione della razza.

"Ma credo sia proprio questa la sua forza. Dobbiamo ripensare il modo di allevare, ci siamo spinti troppo oltre con il metodo intensivo, dobbiamo valutare anche altri parametri come la valorizzazione e la tutela del territorio naturale in cui viviamo, allevando le specie adatte al territorio e non pensando di riuscire ad adattare il territorio a delle razze intensive che uccidono la biodiversità. La cornigliese è il simbolo di questo: in primavera è in grado di sfruttare i territori calanchivi altrimenti abbandonati, divora letteralmente le ginestre che vi fioriscono abbondanti, sfrutta il sottobosco e i terreni marginali, d'autunno spontaneamente entra nel bosco a cercare ghiande e castagne".

Le pecore cornigliesi non temono né il freddo né la neve
Le pecore cornigliesi non temono né il freddo né la neve
(Fonte foto: Azienda agricola Pezzarossa - Lana BioDiversa)

Sono degli ovini di grande mole: "un montone adulto supera tranquillamente i 100 chilogrammi e una pecora i 75 chilogrammi. Le caratteristiche tipiche della razza sono il profilo montonino, le orecchie lunghe e pendenti e le macchie scure più o meno evidenti, soprattutto nella testa e negli arti".
Possibilmente devono essere allevati all'aperto tutto l'anno: non temono il freddo e la neve, ma soffrono molto il caldo.

Il principale rischio che corrono è l'attacco dei lupi e per Elisa l'unica misura realmente efficace è il cane maremmano. "C'è una magia nel rapporto tra  maremmani e pecore" spiega. "Ho sempre avuto dei cani, ma i maremmani sono proprio un'altra cosa. Ancora oggi non riesco a spiegarmi come una pecora si affidi totalmente ad un maremmano e come quest'ultimo possa difendere una pecora come fosse un figlio o un fratello".
L'unica nota stonata è rappresentata da eventuali problemi di convivenza con escursionisti, ciclisti o turisti in generale che in presenza di un gregge non sanno bene come comportarsi. "Ci sono norme e regole ben precise da adottare in presenza di un maremmano a difesa del gregge, ma non si investe abbastanza nella loro divulgazione. Io ho adottato anche gli altri presidi di prevenzione quali recinti elettrificati e recinti permanenti, ma senza maremmani non sono sicuri al 100%".

In linea generale nell'allevamento di questa razza prevale l'attitudine alla produzione della carne, "in particolare pecora e agnellone pesante (sopra i 40 chilogrammi). Il latte è destinato esclusivamente all'alimentazione dell'agnello. Ci sono stati e ci sono tuttora tentativi di recupero, tra cui il mio, della lana cornigliese che rimane però una lana 'ruvida'".
Le pecore vengono tosate due volte l'anno, in aprile-maggio e a settembre. "Una pecora può produrre anche 3-4 chilogrammi di lana, ma quella idonea ad essere filata è circa 1 chilogrammo a capo (schiena e fianchi); comunque si riesce a recuperare tutta la lana tosata, ad esempio la più sporca e corta si può utilizzare per pacciamatura e concimazione" spiega Elisa.


Lana, da scarto a risorsa

Accanto alla tutela della biodiversità e delle tradizioni del territorio, la missione di Elisa è quella di recuperare una risorsa considerata dai più uno scarto: la lana. E i prodotti realizzati sono numerosi: matasse, cuscini imbottiti, tappeti, plaid, presine da cucina, capi d'abbigliamento e accessori come borse e portafogli.

Con l'aumentare dei capi in azienda iniziavano ad aumentare anche i chilogrammi di lana inutilizzata che è "considerata un rifiuto speciale e occorre pagarne lo smaltimento", così nel 2016 Elisa Marchesin ha deciso di provare a valorizzarla avviando il progetto Lana BioDiversa - Vestiamoci d'Appennino! Bio perché è lana 100% naturale proveniente da un allevamento biologico, Diversa in quanto è al 100% lontana dalle logiche di mercato, a favore del recupero e della salvaguardia delle risorse locali e nel complesso BioDiversa essendo 100% lana proveniente da pecore di razza cornigliese originarie dell'alto Appennino parmense.

"Ho impiegato quasi un anno a ricostruire l'intera filiera della lana, un sapere inestimabile che stiamo perdendo per sempre: non c'è ricambio generazionale nel 'mestiere', sopravvivono solo le grosse realtà industriali e poi negli ultimi anni neanche più quelle. E' una filiera che potenzialmente potrebbe coinvolgere numerose persone, a partire dagli allevatori fino ad arrivare alla sartoria, passando da filatura, cardatura, tessitura, tintura, maglieria, feltro…" racconta.
"Il progetto è cresciuto negli anni, ho cercato infatti di sperimentare, di ampliare i prodotti offerti, di coinvolgere altre figure come magliaie e sarte. E' un prodotto di nicchia, ma c'è senz'altro una clientela 'affezionata' che è attenta al prodotto che acquista e al lavoro che c'è dietro".

La lana è completamente naturale e viene lavorata senza l'utilizzo di prodotti chimici
La lana è completamente naturale e viene lavorata senza l'utilizzo di prodotti chimici
(Fonte foto: Azienda agricola Pezzarossa - Lana BioDiversa)

Dopo la tosatura la lana prende due strade. "Una parte viene lavorata in azienda ed utilizzata per imbottiture, una parte, più consistente, la conferisco alla storica filanda Giannini di Abetone-Cutigliano, in Toscana, che ancora lavora in modo artigianale piccoli quantitativi di lana. Qui nasce il filato e le lavorazioni a telaio di tappeti, panni e plaid. I macchinari impiegati sono quelli storici della filanda che sopravvive da tre generazioni; i telai hanno ancora la navetta a mano".

Della tintura si occupa personalmente Elisa, andando a tingere il filato in matasse con estratti di piante tintorie. "In estrema sintesi il filato deve essere mordenzato per preparare la fibra ad assorbire il colore; io utilizzo allume di rocca, un sale naturale. Successivamente si procede con il bagno di colore dove si è disciolto l'estratto tintorio. I coloranti naturali migliori secondo me sono indaco, robbia e reseda che del resto sono quelli da sempre utilizzati".

Oggi dunque quella di Elisa è una filiera completa che al primo posto mette la passione per l'allevamento in generale e per la razza cornigliese in particolare. "E' la passione che ti fa andare avanti e amare questo lavoro. E' importante anche frequentare i 'vecchi pastori', guardarli al lavoro e carpirne i segreti: hanno un'empatia tale con le loro pecore che basta uno sguardo per capire se qualcosa non va", conclude.

 
Racconti, esperienze e realtà di chi, nella propria azienda agricola, ha riscoperto la tradizione unendola all'innovazione.
Se anche tu hai una storia da raccontare, scrivi a redazione@agronotizie.it.
Leggi tutte le altre testimonianze nella rubrica AgroInnovatori: le loro storie

 


Azienda agricola Pezzarossa - Lana BioDiversa - Vestiamoci d'Appennino!
Strada Case Barbieri, 4
43024 Neviano degli Arduini (Pr)
Tel: 3471064191
E-mail: lanabiodiversa@virgilio.it

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