Global warming e desertificazione: delle mandrie salveranno il mondo?

Agricoltura, salute & ambiente: secondo Allan Savory, biologo ed ecologista africano, solo ripristinando il giusto rapporto animali-praterie si potrà contrastare la desertificazione e i cambiamenti climatici

Donatello Sandroni di Donatello Sandroni

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Agricoltura, Ambiente & Salute: gestire le praterie come mezzo per non farle desertificare

Quella che segue è la storia di un uomo che ha speso tutta la vita a combattere la desertificazione di alcune aree del Pianeta. Nato nel 1935 in Africa, nell'ex Rhodesia oggi Zimbabwe, poi laureatosi in biologia, Allan Savory ha condiviso le sue esperienze durante un Ted Talk, serie di conferenze gestite dall'organizzazione privata non-profit statunitense Sapling Foundation. Un talk in cui oltre ai propri successi Savory ha anche condiviso i propri errori del passato.

Guarda il Ted Talk di Allan Savory (sottotitoli in italiano)
 

L'errore che gli cambiò la vita

Come molti altri, anche Savory era convinto che fossero gli animali a causare la desertificazione brucando l'erba delle praterie. Dopo i suoi studi in biologia, compiuti negli anni '50, questa convinzione si rafforzò in lui anche una volta divenuto scienziato ed ecologo. Si consolidò al punto di fargli prendere la decisione più drammatica della sua vita: convincere le autorità africane a eliminare 40mila esemplari di elefanti poiché secondo i suoi calcoli erano troppi rispetto a quanto potessero permettersi le praterie in cui vivevano.

Fu una strage. E fu sbagliata. Nulla migliorò, anzi. Fu però dopo tale inutile sterminio che Savory comprese la macroscopicità del proprio errore. Un errore che lo colpì nella coscienza come un tornado e il cui rimorso, parole sue, lo accompagnerà sino alla tomba.

Tale cambio rivoluzionario di convinzioni prese vita negli Stati Uniti, dove Savory si era trasferito per studiare alcune aree del Paese. Un giorno, visitando alcuni parchi americani decisamente deserti, si pose una questione: com'era possibile che non vi fossero più animali in quelle riserve da circa 70 anni, eppure il degrado del suolo pareva aggravarsi nel tempo? Al momento non vi erano spiegazioni plausibili, ma più Savory studiava gli areali americani in corso di desertificazione, cercando prove di essere nel giusto contro la presenza di animali, più trovava prove dell'esatto contrario.

Per esempio, una verde prateria, per come appariva dalle foto nel 1961, era divenuta brulla e arida nel 2002. Chi gli fornì le fotografie di tali scenari erano climatologi coinvolti negli studi contro i cambiamenti climatici. Questi dovettero ammettere di non avere spiegazioni per il drastico cambiamento di fertilità di quei terreni. La desertificazione, del resto, ha già causato in passato il tracollo di molte civiltà e ancora oggi, per l'ennesima volta, minaccia l'Umanità.

Savory però partì da un ragionamento semplice: se si prende un metro quadrato di terreno e lo si rende completamente brullo, si scoprirà che di notte quel metro di terreno sarà più freddo di quelli circostanti, così come sarà più caldo nelle ore in cui il Sole splende alto nel cielo.

Quando in una prateria soggetta a variazioni stagionali, con forte alternanza di temperature e piovosità, si insediano invece mandrie corpose di animali erbivori, subito dopo si assisterà alla proliferazione dei loro predatori. Ciò comporterà una forma di difesa primordiale, cioè raggrupparsi in branchi. E più numerosi i branchi sono, più sicuro può ritenersi il singolo individuo. Ma una mandria di erbivori selvatici bruca, defeca e urina sullo stesso territorio solo per un po'. Dopo dovrà spostarsi su aree non ancora utilizzate. Ciò comporterà una sorta di scacchiera teoricamente infinita di aree sulle quali vengono apportati al terreno molti nutrienti in forma di sostanza organica. La prateria stagionale dell'anno in corso diviene così nuova fertilità per la prateria che crescerà l'anno successivo.

Se ciò non avviene, il materiale vegetale non potrà raggiungere lo stesso scopo in caso sia abbandonato a se stesso. Peggio ancora se quelle praterie bruciano grazie alle stoppie ultra secche lasciate dall'erba, perché il fuoco lascia il terreno ancora più brullo e un solo ettaro di prateria bruciata emetterebbe inquinanti, secondo Savory, quanto seimila automobili.

In Africa, ogni anno viene però bruciato comunque un miliardo di ettari di praterie. Una superficie pari a circa 33 volte quella dell'Italia. Un fenomeno di cui quasi nessuno parla. Molti, anche scienziati, sostengono sia cosa corretta dare fuoco alle praterie, perché in questo modo viene rimosso il materiale vegetale morto, facendo il tal modo spazio alle piante che verranno. Al contrario, si emette una grande quantità di anidride carbonica e a lungo andare si insterilisce il terreno.
 

Le soluzioni di Savory

Ora, se abbiamo visto che la riduzione degli animali aumenta la desertificazione e i cambiamenti climatici, come pure abbiamo visto che anche la bruciatura delle praterie secche aumenta tali fenomeni, cosa possiamo fare?

L'unica alternativa per Savory è quella di mimare la natura ricostruendo nelle praterie il più ampio numero possibile di scenari simil-naturali, con delle grandi mandrie da far entrare in equilibrio con i propri predatori. Solo che al posto degli erbivori ancestrali, come per esempio i 40 milioni di bisonti che dominavano le verdi praterie di Manitou prima di essere sterminate dall'uomo bianco, dovremmo usare quello che in inglese si chiama "livestock": bestiame.

Dopo il passaggio di una mandria, l'erba non andrà incontro a un disseccamento, bensì verrà convertita in sostanza organica, come pure il calpestio delle mandrie e il rimescolamento delle paglie avrà creato una sorta di fertile pacciamatura a copertura del suolo. Questo tratterrà meglio le successive piogge e diminuirà anche la formazione di gas serra rispetto alla bruciatura.

Savory è però consapevole che già in passato molte comunità ancestrali di pastori hanno cresciuto e spostato mandrie per 10mila anni, dando inizio in tal modo al processo di desertificazione per eccessivo sfruttamento. Poi negli ultimi cento anni tali processi sono stati accelerati dall'abbandono di quei territori da parte di pastori e animali. Quindi non è di fatto la mera presenza di animali a restituire fertilità a un territorio, bensì la modalità con cui tali mandrie vengono gestite.

La risposta porta infatti il nome di "pascolo pianificato", da gestirsi tramite una visione olistica del territorio nel senso più ampio. Il tutto per affrontare in modo razionale l'elevata complessità dei processi naturali, influendo anche positivamente sugli aspetti sociali ed economici di intere aree. Si sono quindi aperti corsi di studio a favore di diverse comunità africane e di altri continenti su come gestire le mandrie, su come spostarle, su come tenerle durante la notte e come farle coesistere con gli altri animali selvatici della zona.

Un primo test è stato svolto in Zimbabwe, su un territorio ove era appena terminata la stagione delle piogge. In pochissimo tempo, senza intervento umano, il terreno era del tutto secco, i fiumi si erano svuotati e 150mila persone erano senza risorse idriche. Ciò comporta anche una forte dipendenza dagli aiuti umanitari anche per il cibo.

Nei terreni a gestione pianificata dei pascoli, invece, l'erba sfruttata dal bestiame a fine stagione risultava ancora verde, la rete idrografica conteneva ancora acqua e la fauna selvatica rimaneva abbondante, con un ottimo indice di biodiversità avendo richiamato elefanti, bufali e perfino giraffe. Tutta la catena trofica era divenuta cioè più produttiva. Ciò è stato possibile quadruplicando il patrimonio zootecnico della zona, rappresentato essenzialmente da bovini e da ovi-caprini.

Analoghe esperienze sono state sviluppate in altre aree africane, ma anche in Messico e in Patagonia, nel sud dell'Argentina, ove sono stati introdotti i pascoli pianificati con 25mila capi di pecore: in un solo anno la produttività dei terreni è cresciuta del 50%. Il tutto esaltando l'accumulo di carbonio nel terreno, in contrasto cioè proprio con l'effetto serra che inasprisce la desertificazione stessa.

Ciò che invece stiamo facendo attualmente come umanità, impoverendo di animali le aree semi desertiche del mondo, secondo Savory avrebbe un impatto pari o forse superiore a quello dei combustibili fossili. Ma quel che è peggio, sta creando povertà, fame, violenza, tensioni sociali e guerre. Tutte ragioni alla base anche dei massicci flussi migratori cui stiamo assistendo negli ultimi trent'anni dall'Africa all'Europa.

Se non s'invertirà tale processo, potrebbe essere del tutto inutile ridurre l'incidenza dei combustibili fossili sui cambiamenti climatici. Imitando invece la natura - come Savory e il suo team stanno già facendo su circa 15 milioni di ettari - e applicassimo i pascoli programmati su almeno il 50% delle praterie oggi soggette a desertificazione, si potrebbe estrarre dall'atmosfera abbastanza anidride carbonica da riportare il suo tasso ai livelli pre-industriali. Il tutto, sfamando al contempo miliardi di persone.
 

Critiche più sterili della desertificazione

Nonostante i brillanti risultati già ottenuti negli anni, sono però diverse le critiche mosse a Savory, a partire da quelle di George Monbiot, giornalista del quotidiano britannico The Guardian noto da anni per le sue crociate contro l'agricoltura intensiva e tutto ciò che la rappresenti anche solo lontanamente. Secondo Monbiot non vi sarebbero studi scientifici a conferma di ciò che Savory afferma.

Ovviamente, la carne è il male e l'allevamento di bestiame pure, secondo il mainstream ecologista di cui Monbiot è fedele sostenitore. E conoscendo da tempo Monbiot, ricevere una sua critica diventa parziale conferma di avere ragione: un pascolo programmato e una pastorizia transumante, per quanto organizzata essa sia, nulla ha infatti a che vedere con gli allevamenti intensivi che vanno per la maggiore nelle aree del pianeta in cui l'acqua non è certo fattore limitante. Anzi, diviene il mezzo per contrastare proprio la desertificazione dei terreni.

Forse, un viaggetto nelle aree recuperate da Savory e dal suo team potrebbe far comprendere perfino a Monbiot come una verde prateria toccabile con mano valga più delle diverse pubblicazioni farlocche su cui poggiano gli attuali catastrofismi contro il bestiame in qualsiasi forma esso sia allevato, come integralismo vuole.

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