Nella prima settimana di settembre i prezzi medi dei suini da macello, registrati da Ismea, hanno raggiunto quota 1,48 euro al chilo, appena lo 0,2% in più rispetto alla settimana precedente e un significativo 6,4% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Ma a settembre dello scorso anno l'indice di redditività degli allevamenti calcolato dal Crefis e pubblicato da AgroNotizie parlava di una perdita tendenziale prossima all'11%.
Per gli allevamenti italiani si profila dunque un recupero che fa seguito ad una lunga stagione di crisi.

Molto più sensibile è la ripresa delle quotazioni dei suini che si registra nel resto d'Europa.
Le medie calcolate dalla Commissione europea per la prima settimana di settembre parlano di 182,6 euro al quintale per le carcasse suine, con un aumento del 19% rispetto a un anno fa.
 

Cosa accade in Cina

Che sta accadendo? Tutta colpa (o merito, dipende dai punti di vista) della peste suina africana che sta mettendo in ginocchio la suinicoltura cinese, costringendo Pechino ad aumentare il ricorso alle importazioni di carni suine.
Di questo impulso delle importazioni cinesi ha beneficiato anche la Ue, che ha visto crescere del 15% l'export dei primi sei mesi dell'anno, con un aumento del 42% dei flussi verso la Cina. Si spiega così la forte impennata dei prezzi delle carni suine.

Occorrerà tempo prima che la Cina riesca a fronteggiare questa emergenza sanitaria, per poi tornare ai livelli produttivi precedenti.
Ne consegue che un'inversione della curva dei prezzi di mercato delle carni suine non è da prevedere a breve.
Per i suinicoltori si prospetta allora un periodo favorevole, con prezzi in grado di offrire redditività agli allevamenti.
 

Chi ride e chi piange

C'è però un rovescio della medaglia. Mentre gli allevatori vedono i conti tornare in positivo, il mondo della trasformazione si trova a pagare prezzi più alti per la materia prima, cioè la carne suina.

C'è poi il timore che la corsa dei prezzi non sia ancora esaurita, sia in Italia sia sui mercati europei e internazionali, dai quali comunque dipendiamo con le importazioni per una quota prossima al 50%.


L'appello di Assica

Partendo da queste constatazioni, Nicola Levoni, presidente di Assica (associazione che riunisce le industrie delle carni e dei salumi), lancia un allarme sul futuro del settore della trasformazione.

Le industrie, afferma Assica,  sono schiacciate fra gli alti prezzi della materia prima e l'esigenza di non premere sui prezzi di vendita del prodotto finito per non compromettere i consumi.
Da qui la richiesta di un confronto con tutte le componenti della filiera, dagli allevatori ai consumatori.


La lezione

Ben venga questo confronto. Può essere l'occasione giusta per uscire dagli schemi che sino ad oggi hanno visto contrapposti allevatori e industrie.

Un confronto che per la disorganizzazione degli allevatori e la forza contrattuale delle industrie ha sempre visto uno squilibrio a favore di queste ultime. Anomalie che si è tentato di correggere con vari strumenti, come le Organizzazioni interprofessionali, ma con risultati deludenti.

Ora la corsa dei prezzi e il conseguente affanno delle industrie potrebbe essere la chiave di volta per far capire che tutta la filiera è sulla stessa barca.

Speriamo che la lezione serva. Agli uni come agli altri.