I fuchi nel piatto (parte prima)

Un gruppo di ricercatori danesi ha valutato le potenzialità produttive della raccolta della covata maschile delle api mellifiche, asportata in alcuni comuni lavori apistici, per proporla come alimento umano

Matteo Giusti di Matteo Giusti

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Un fuco di ape mellifica, uno studio danese ne ha valutato l'uso come alimento umano
Fonte foto: Vera Kuttelvaserova - adobe-stock

Mangiare insetti non è più cosa troppo strana, nemmeno dalle nostre parti. Anzi, al di là dei gusti (e dei disgusti) di ognuno, l'Unione europea, con il regolamento 2283/2015, ha dato il via libera alla produzione e alla vendita di insetti per uso alimentare sul territorio comunitario.

E allora perché non mangiare anche le api? In fondo le api mellifiche sono già l'unico insetto della nostra zootecnia occidentale, utilizzate per produrre alimenti, mangiarsi la covata non sarebbe altro che realizzare un nuovo prodotto dell'alveare, o meglio un altro visto che in alcune parti del mondo viene mangiata da millenni.

La covata delle api da miele infatti è apprezzata già come una specialità in molte culture asiatiche e africane. Addirittura vengono apprezzate le differenze a seconda dello stadio di sviluppo, apprezzando il gusto più dolce e fruttato delle larve e quello più saporito delle pupe, che pare ricordino l'umami, il quinto gusto tipico di molte cucine orientali. In più la covata delle api risulta anche interessante per il suo contenuto di proteine, vitamine, acidi grassi e minerali.

La domanda, in maniera più seria e strutturata se la sono fatta un gruppo di ricercatori dell'Università di Copenaghen, in Danimarca, e da buoni ricercatori hanno cercato di darsi una risposta scientifica e contingentata.

Intanto selezionare che covata mangiare: quella dei fuchi, i maschi delle api, che non raccolgono nettare e polline e per cui la loro sottrazione dall'alveare non comporta un grave danno dal punto di vista della potenzialità produttiva degli altri prodotti apistici.

Però questa scelta non si basa sul pregiudizio che tanto i fuchi non fanno nulla nell'alveare, per cui tanto vale trovargli uno scopo utile facendoli fritti. Non sarebbe un approccio nemmeno molto scientifico.

E poi anche per allevare la covata di fuchi l'alveare investe e consuma energie e risorse, e allevarli apposta a questo scopo comporterebbe in effetti un costo per l'economia dell'alveare stornando risorse più o meno sensibilmente ad altre produzioni.

Covata maschile di api mellifiche
Larve di fuco in fase di opercolatura
(Fonte foto: Vera-Kuttelvaserova - Adobe stock)

L'idea nasce dal fatto che tra le tecniche di contenimento della varroa ci sia quella di asportare la covata di fuco, togliendola al momento giusto. La covata di fuco infatti è più attrattiva per gli acari e quando le celle con le larve sono chiuse dagli opercoli costituiscono una sorta di trappola naturale per le varroe che non possono più uscire prima dello sfarfallamento dei fuchi adulti. Asportando la covata in questa fase quindi si porta via dall'alveare anche un buon numero di acari.

Una tecnica che sta prendendo piede in Danimarca. L'unico problema è che poi questa covata viene distrutta. Quindi trovare un modo di riutilizzarla diventerebbe un modo per ottimizzare una risorsa, trasformando uno scarto in un prodotto.

E qui parte il lavoro del gruppo di ricerca coordinato da Annette Bruun Jensen che ha cercato di valutare quale potrebbe essere la produzione ad alveare e anche quella nazionale e ha pubblicato i risultati nell'articolo 'Drone brood production in Danish apiaries and its potential for human consumption' (La produzione di covata di fuchi negli apiari danesi e il suo potenziale per il consumo umano) uscito sul Journal of Apicultural Research.

La prova è stata fatta su 43 alveari distribuiti in nove apiari in varie parti del paese e alla fine della stagione, da aprile ad agosto, erano stati raccolti 81,7 chilogrammi di pezzi di favo di covata, e circa 270 etti ad alveare per ogni prelievo. Ovviamente con grande variabilità dovuta al periodo, alla zona e anche ai singoli alveari.

Da questi 81,7 chilogrammi di favi sono stati estratti 1,06 chilogrammi di biomassa di larve e di pupe di fuco, separate dalla cera e da altre impurità (varroe comprese). Facendone una stima a livello nazionale danese, tenendo conto che secondo un sondaggio del 2011 circa 45mila alveari danesi erano sottoposti alla pratica della asportazione di covata maschile (alveari condotti soprattutto da apicoltori hobbisti e semiprofessionisti) si arrivava a un valore potenziale di 47,6 tonnellate di biomassa di covata di fuchi.

E se questo conto lo facessimo in Italia? Su circa 1,25 milioni di alveari censiti, facendo a tutti l'asportazione di covata, si arriverebbe a 1.325 tonnellate di biomassa di fuchi giovani all'anno.

Biomassa che ovviamente va raccolta, conservata, lavorata, commercializzata e...cucinata, ma questo lo vedremo nel prossimo articolo.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: ricerca api apicoltura cibo e alimentazione

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