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Brexit, lo scenario del lattiero caseario

Analizzando i dati su import ed export elaborati da Clal, si evidenzia l'importanza di trovare degli accordi di libero scambio

Matteo Bernardelli di Matteo Bernardelli

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Quali sarebbero le conseguenze di un mancato accordo?
Fonte foto: © ffphoto - Fotolia

Ancora alle prese con il mare burrascoso e lontana da un approdo condiviso, la Brexit continua a far parlare di sé, trovando tra posizioni anche diametralmente opposte un comune denominatore: è importante più che mai trovare accordi di libero scambio.
Una conclusione alla quale è giunta anche Clal.it, portale di riferimento per il settore lattiero caseario.

Dati alla mano, raccolti ed elaborati da Clal, evidenziano che il Regno Unito importa 1,44 milioni di tonnellate di prodotti lattiero caseari. Volumi superiori all'export, che nel 2017 è stato di 1,33 milioni di tonnellate. In entrambi i casi il principale partner è l'Irlanda, seguita da altri paesi dell'Unione europea.

Guardando invece i valori, le importazioni britanniche pesano quasi il doppio delle esportazioni. Secondo l'elaborazione di Clal il Regno Unito esporta soprattutto latte sfuso, mentre le importazioni per oltre un terzo sono rappresentate dai formaggi, prodotti cioè che hanno un maggior valore aggiunto.

Il rapporto con l'Irlanda, come detto, è strettissimo: oltre il 98% del latte sfuso esportato dal Regno Unito è destinato all'Irlanda. La confinante Irlanda del Nord, infatti, da sola esporta nella Repubblica di Irlanda 620.481 tonnellate di latte, circa il 26% del latte prodotto.
Complessivamente - ricorda ancora Clal - il volume esportato da Dublino a Londra è di circa 755.504 tonnellate di latte, vale a dire qualcosa come 529 cisterne da 27 tonnellate alla settimana.

L'Irlanda, invece, esporta nel Regno Unito formaggi (quasi 138mila tonnellate) e principalmente Cheddar (82.267 tonnellate), e, inoltre, è il fornitore quasi esclusivo di latte sfuso. Oltre la metà del burro importato dalla Gran Bretagna ha passaporto irlandese.

Con queste premesse è assolutamente logico che il primo ministro britannico, Theresa May, abbia fatto slittare le votazioni previste alla Camera dei comuni sull'accordo per la Brexit raggiunto con l'Unione europea, temendo che sarebbe stato "bocciato con un significativo margine".

Il principale motivo di preoccupazione è proprio il meccanismo di backstop, per mantenere aperto il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Chiuderlo avrebbe ripercussioni indubbiamente di natura commerciale, ma alla luce delle tensioni storiche legate all'indipendentismo, non si escludono anche risvegli di natura politica non esattamente pacifica.

Naturalmente, senza il via libera del Parlamento britannico, l'accordo faticosamente raggiunto dai negoziatori comunitari e britannici, ancora in larga parte oscuro ai media, non può essere ratificato e diventare operativo. Downing Street ha il potere di rinviare il voto fino al 21 gennaio, termine ultimo appunto per presentare il piano al Parlamento.

L'assenza di un accordo di libero scambio ostacolerebbe l'export di oltre 750mila tonnellate di latte in Irlanda dal Regno Unito, che attualmente - ricorda il team di Clal - non sembra avere la capacità di trasformarlo internamente. Oltretutto sarebbe complesso commercializzare il latte in nuovi mercati al di fuori dell'Unione europea, proprio per la natura geografica della Gran Bretagna e per costi di trasporto tutt'altro che agevoli.

Quale potrebbe essere, dunque, lo scenario? Molto probabilmente le attuali forniture verso l'Irlanda - si legge nel documento online elaborato da Clal - continuerebbero anche in assenza di accordi. Tuttavia, il costo del latte risentirebbe di un eventuale dazio, con una ricaduta sui prezzi del latte alla stalla.

In caso di mancato accordo, lo stesso si può dire per le importazioni lattiero casearie dall'Unione europea. Nel 2017 il Regno Unito ha ritirato dei paesi dell'Ue (esclusa l'Irlanda) quasi un milione di tonnellate di prodotti lattiero caseari, principalmente formaggi, yogurt e latticello, burro.

E cosa succederebbe, invece, se fosse il Regno Unito a porre dei dazi sui prodotti in entrata? Secondo Clal si aprirebbe un doppio scenario: strada in salita per formaggi tipo Cheddar, facilmente reperibili sui mercati internazionali; minori difficoltà, invece, per i formaggi europei più distintivi e intrinsecamente legati al territorio, molto più difficili da sostituire. È il caso del Grana Padano, del Parmigiano Reggiano, del Brie o del Camembert francesi.

Il Cheddar, ma anche il burro, potrebbero partire dalla Nuova Zelanda alla volta di Londra, tenuto anche conto che il paese dell'emisfero australe fa parte del Commonwealth.

Ancora una domanda: quali potrebbero essere le conseguenze di più intensi rapporti commerciali tra la Nuova Zelanda e il Regno Unito? I riflessi si ripercuoterebbero anche in Italia, analizzano i professionisti di Clal.
Se infatti il latte prodotto in Unione europea non trovasse più collocazione sul mercato britannico, andrebbe a gravare sul tasso di auto-approvvigionamento dell'Europa, comportando pressione sui prezzi del latte alla stalla non soltanto in Germania, Danimarca e Olanda, che hanno i rapporti commerciali più intensi con il paese di Sua Maestà la Regina, ma anche, appunto, quei paesi dell'Europa del Sud che sono importatori di latte e che "subirebbero" una invasione di latte dal Nord a basso costo.

Accordi di libero scambio tra Regno Unito e Unione europea, conclude Clal, limiterebbero l'effetto della Brexit sulle componenti della filiera lattiero casearia.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: import/export latte mercati formaggi filiera

Temi caldi: Brexit

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