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Il Lazio riconosce l'Apis mellifera ligustica come risorsa genetica da tutelare

La sottospecie di ape autoctona della penisola, seriamente minacciata dalla ibridazione non controllata, è stata inserita nel Registro volontario regionale su proposta dell'associazione Aral

Matteo Giusti di Matteo Giusti

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Un'ape operaia al lavoro su un fiore
Fonte foto: © Matteo Giusti - AgroNotizie

L'Apis mellifera ligustica, detta anche ape italiana è stata inserita ufficialmente inserita nel Registro volontario regionale del Lazio, istituito con la legge regionale 15/2000, come risorsa genetica autoctona da tutelare, attraverso una rete coordinata da Arsial.

L'inserimento, richiesto dall'Aral, l'Associazione regionale degli apicoltori del Lazio, è stato approvato dalla Commissione tecnico-scientifica per il settore animale, presieduta da Donato Matassino.

Una forma di tutela desiderata fortemente da molti apicoltori, non solo laziali, ma di tutta Italia e tuttavia, come vedremo, una tutela molto difficile da realizzare.

L'Apis mellifera ligustica, detta familiarmente ligustica dagli apicoltori, è la sottospecie di ape da miele originaria della penisola italiana e diffusa in tutto il paese, dove convive con altre sottospecie autoctone: la Apis mellifera siciliana in Sicilia, l'Apis mellifera carnica sul confine Nord orientale e l'Apis mellifera mellifera su confine con la Francia.

Questa sottospecie fu classificata da Massimiliano Spinola, entomologo genovese che ne descrisse i caratteri morfologici e comportamentali, lodandone in particolare la docilità, la produttività e la scarsa tendenza alla sciamatura, e per queste doti, o per questa fama, fu esportata in molte parti del mondo.

Tuttavia, come ben sanno molti apicoltori, le caratteristiche descritte dallo Spinola spesso non si riscontrano nei nostri alveari, soprattutto per quanto riguarda la docilità e la tendenza alla sciamatura.

Anche i caratteri fisici sono molto variabili, con api operaie e regine spesso di colori diversi, caratteri non certo importanti dal punto di vista zootecnico, ma che indicano una variabilità genetica troppo alta per una sottospecie 'in purezza'.

Infatti il principale problema della conservazione della ligustica è l'ibridazione spontanea, o selvaggia se gli vogliamo dare un'accezione negativa, che sta 'annacquando' ormai da molti anni quest'ape.

Una ibridazione dovuta al nomadismo che vede spostare un gran numero di alveari da una parte all'altra della penisola. Un problema presente in tutta Italia e sentito anche nel Lazio, meta di molti apicoltori nomadisti che portano le api in zone particolarmente vocate come Latina per l'eucalipto, Rieti per il castagno e Frosinone per l'acacia.

Ma il fenomeno più grave della ibridazione è dovuto soprattutto all'importazione di regine provenienti da altri paesi, come l'Argentina, o dall'uso di regine ibride selezionate come la razza Buckfast.

Ibridazione che per le api mellifiche è molto difficile da controllare dal momento che le regine, come è noto si accoppiano in volo, fuori dall'alveare con fuchi che possono arrivare anche da decine di chilometri di distanza.

Una sfida quindi difficile, al limite dell'impossibile, quasi, se non si usa la tecnica dell'inseminazione strumentale delle api regine o non si dispone di stazioni di fecondazione isolate, che nella penisola sono costituite preferibilmente da apiari posti su piccole isole.

E infatti, come ricorda Arsial, si prescinde dagli allevamenti in purezza detenuti presso gli apiari dell'Istituto zooprofilattico sperimentale Lazio e Toscana dislocati in parte a Roma, presso la sede dell'Istituto e in parte presso la Tenuta presidenziale di Castelporziano, non ci sono dati attendibili circa la diffusione di allevamenti di Apis mellifera ligustica in purezza nella regione.

Una sfida difficile, quindi, che speriamo gli apicoltori e i tecnici del Lazio sappiano affrontare bene.

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Arsial

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Tag: api apicoltura genetica zootecnia

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