Un nuovo direttore per Aia

Alla direzione generale dell'Associazione italiana allevatori arriva Roberto Maddè. Un cambio della guardia che non convince Cia, mentre i sindacati dei lavoratori sono sul piede di guerra

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

Questo articolo è stato pubblicato oltre 4 anni fa

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Roberto Maddè, direttore generale dell'Aia
Fonte foto: Aia - Associazione italiana allevatori

Ci sono novità ai vertici del'Associazione italiana allevatori. Alla direzione generale dell'associazione è stato chiamato Roberto Maddè, 54 anni, di lunga “fede” Coldiretti per la quale ha ricoperto ruoli dirigenziali in più occasioni. Prende il posto di Paolo Scrocchi, che prima sotto la presidenza di Nino Andena e in seguito con quella di Pietro Salcuni, ha guidato le profonde trasformazioni che Aia ha condotto in questi ultimi anni, sotto la spinta di una stretta economica senza precedenti, legata alla drastica riduzione dei contributi che lo Stato riconosce ad Aia per le sue molteplici finalità e in particolare per la gestione dei Libri Genealogici degli animali di interesse zootecnico. La riduzione delle contribuzioni statali, che anche AgroNotizie ha più volte commentato, ha comportato la chiusura e l'accorpamento delle sedi periferiche (associazioni provinciali allevatori), la riduzione del personale e l'ottimizzazione delle risorse, oltre ad un aumento dei contributi chiesti agli allevatori.

Le richieste dei sindacati
Un lungo e delicato lavoro di “messa in sicurezza” del sistema allevatori che ora proseguirà con Roberto Maddè che sulla sua strada ha già trovato i primi ostacoli. Fra questi la richiesta di Fai, Flai, Uila e Confederdia (sigle sindacali che rappresentano i lavoratori di questo settore) che chiedono con urgenza la convocazione di un tavolo istituzionale per affrontare i problemi dell'organizzazione degli allevatori. Reduci dal ricorso agli ammortizzatori sociali (per di più in scadenza), alla riduzione dell'orario di lavoro (e di conseguenza degli stipendi), i sindacati sono preoccupati dell'assenza di un piano di riforma e rilancio. Perché, spiegano sempre i sindacati, il personale ancora in forze ad Aia è appena sufficiente a garantire i servizi minimi, come i controlli sul bestiame e la gestione dei Libri Genealogici. Se non ci sarà una risposta da parte del ministero per le Politiche agricole, al quale è indirizzata la richiesta di un tavolo di discussione, saranno messe in atto, questa la promessa, tutte le iniziative necessarie per la tutela del personale di Aia e delle sue “consorelle” Ara e Ana, (organizzazioni regionali e di razza) per restituire al settore la centralità che gli è dovuta.

Le critiche di Cia
E non è finita qui. Se il neo direttore Maddè ha incassato molti segni di stima e congratulazioni per il nuovo incarico, pesanti sono state le critiche all'indirizzo di Aia che al contempo sono giunte dalla Cia, la Confederazione italiana degli agricoltori, per bocca del suo presidente, Dino Scanavino. Nel prendere atto della nuova nomina, Scanavino ha commentato che “nel corso degli anni le finalità dell'Aia sono venute meno” Ed ha rincarato la dose affermando che “l'associazione, all'opposto degli obiettivi che l'hanno ispirata, è ormai un ente che grava sulla zootecnia”. Tanto da auspicare che la delega al Parlamento per la riforma del sistema allevatoriale, possa prefigurare “una concreta opportunità di semplificazione”. Se non interpretiamo male, un drastico ridimensionamento di Aia, se non la sua chiusura e rifondazione.

I risultati ci sono
Insomma, bocciatura completa e senza appello. Ma non c'è da stupirsi di un giudizio così “duro”. Analoghe posizioni erano espresse tempo fa da Confagricoltura, che non ha lesinato critiche all'operato di Aia. Eppure grazie a questa associazione degli allevatori la nostra zootecnia ha compiuto enormi passi avanti. La nostra genetica, specie nel settore latte, può misurarsi sui mercati internazionali ad armi pari a quelle dei paesi a maggior vocazione zootecnica. I servizi resi agli allevatori figurano fra i più evoluti. Certo, tutto questo è stato possibile grazie alle “iniezioni” di soldi pubblici che hanno sostenuto sino a qualche anno fa il sistema Aia. Ora non è più così e bisogna prenderne atto.

Equilibri rotti
Ma non sono solo i soldi a fare la differenza. In passato una sorta di gentlemen's agreement fra le organizzazioni agricole consentiva una gestione “unitaria” di Aia. Se il presidente, ma è solo un esempio, era di area Confagricoltura, ecco che il direttore era espressione di Coldiretti, mentre a Cia venivano riservati ruoli di responsabilità nei vertici associativi. Poi quel patto non scritto, quel gentlemen's agreement, si è rotto e oggi il sistema Aia è “governato” dalla sola Coldiretti. Nulla di male, intendiamoci. Solo una ulteriore conferma di quanto sia distante la possibilità che i tre sindacati agricoli (quattro con Copagri) siano capaci di una politica unitaria. Figuriamoci poi la nascita di un sindacato unitario, impossibile chimera. A farne le spese non sono solo gli allevatori, ma tutta l'agricoltura.

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Tag: allevamento organizzazioni agricole politica agricola

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