Salviamo gli "allevatori coraggiosi"

A Bruxelles si parlerà della crisi del latte. Ma i rischi più forti sono per le piccole stalle, sempre più vicine alla chiusura. Quando ciò accade in montagna o nelle aree marginali il danno è duplice, economico e ambientale

Angelo Gamberini di Angelo Gamberini

Questo articolo è stato pubblicato oltre 4 anni fa

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Agli allevatori che operano in zone disagiate andrebbe riconosciuto un premio che ne consenta la sopravvivenza
Fonte foto: markus keuter

Nel mirino ci sono le stalle più piccole, quelle con meno di 15 capi da latte. La loro colpa è quella di produrre a costi più alti, di essere meno efficienti, magari in località più difficili da raggiungere. Così che andare a raccogliere il loro latte comporta spese maggiori. Meglio se chiudono. Sembrano pensarla così in molti, distribuiti fra economisti e manager di industrie. Difficile dar loro torto se ci fermiamo ai “numeri”. Il costo di produzione del latte in una piccola stalla è decisamente superiore ai 36 centesimi di euro al litro pagati sino a ieri. E domani potrebbe andare peggio. Già si parla per il prossimo accordo (il precedente è scaduto con il primo marzo) di prezzi non superiori a 32-33 centesimi al litro.

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Lo scenario
Impietoso poi il confronto fra la nostra zootecnia da latte con quella del Nord Europa. Prendiamo ad esempio l'Olanda. Qui gli allevamenti sono circa 17mila con una produzione (largamente eccedentaria rispetto al consumo) di oltre 12 milioni di tonnellate. In Italia, con il doppio di allevamenti, la produzione di latte si ferma appena sopra gli 11 milioni di tonnellate. Tutta colpa, secondo alcuni, dei piccoli allevamenti e della loro presunta inefficienza. E se non bastasse il mercato a decretarne la chiusura, ecco arrivare la disdetta dei contratti da parte di un grande gruppo industriale, la francese Lactalis. E' avvenuto a fine gennaio e mentre la maggior parte degli allevamenti si è vista recapitare una lettera di disdetta che lasciava spazio ad un rinnovo, per una minoranza si annunciava una chiusura senza appello. Dal primo marzo questi allevamenti hanno dovuto cercare un nuovo acquirente per il loro latte oppure vendere le vacche e chiudere la stalla. E se già non lo hanno fatto, dovranno prima o poi fare i conti fra entrate e uscite. Per accorgersi che queste ultime superano le prime.

Le richieste
Salvo sperare in una svolta che potrebbe giungere dal prossimo consiglio dei ministri agricoli della Ue, in calendario il 15 marzo. A questo appuntamento il ministro per le Politiche agricole, Maurizio Martina, ha dichiarato che si presenterà con quattro proposte, che AgroNotizie ha già anticipato. Le ricordiamo in sintesi: etichettatura d'origine, raddoppio degli aiuti de minimis, indicizzazione del prezzo, promozione dei consumi. Tutte cose di buon senso e utili, sempre che trovino il via libera da Bruxelles. Ma anche nella migliore delle ipotesi poco potranno fare per la fascia “debole” della zootecnia, quella dei piccoli allevamenti. Continuerà dunque la chiusura delle stalle? Il fenomeno è in atto da tempo, con una media di 2500 allevamenti chiusi ogni anno ed è forte il timore che le difficoltà di mercato possano accelerare l'abbandono delle stalle meno efficienti. Non sarebbe particolarmente grave, fatte le debite considerazioni sociali oltre che economiche, quando a chiudere è una stalla della Pianura Padana o di una qualunque area a forte vocazione zootecnica. La stalla che chiude sarà rimpiazzata da quelle rimaste in attività, che aumenteranno dimensione e produzione.

Doppio danno
Ma quando a chiudere è un allevamento di montagna o di una zona marginale, dove altre attività economiche sono difficili da realizzare, il danno è doppio, economico e ambientale. Con l'assenza dell'uomo avanza il degrado e le conseguenze si fanno sentire su più fronti. Per fortuna in alcune aree questo pericolo è scongiurato dalla possibilità di conferire il latte a produzioni tipiche. In questo caso le logiche di prezzo sono diverse e lasciano qualche margine, pur modesto, anche alle stalle più piccole. Ma non sempre è così. Quando l'unica destinazione è il latte alimentare, sopravvivere ai venti di tempesta del mercato è cosa ardua. Sono “allevatori coraggiosi” ai quali andrebbe riconosciuto il valore sociale della loro presenza su territori marginali, che curano e tutelano l'ambiente insieme al loro bestiame. Non dovrebbe essere troppo difficile trovare il modo per ricompensarli per il loro compito a vantaggio della collettività. Anche di questo si potrebbe parlare a Bruxelles. E soprattutto a Roma.

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Fonte: Agronotizie

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Tag: allevamento latte prezzi mercati unione europea ambiente

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