La mancanza di vitamina D è un problema di salute globale: ecco che grazie all'utilizzo di emergenti tecnologie di editing del genoma è stato possibile progettare una nuova linea di pomodoro che punta a contrastarla.

 

Il nuovo pomodoro biofortificato, cioè arricchito di fattori nutrizionali organici e caratterizzato da una qualità nutrizionale maggiore rispetto a un pomodoro standard, rappresenta una potenziale alternativa ai prodotti tradizionali. "Dai calcoli effettuati, il consumo di un paio di pomodori freschi al giorno di questa nuova linea potrebbe soddisfare in buona parte la dose giornaliera raccomandata di vitamina D" spiega Aurelia Scarano, ricercatrice del Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Lecce, Cnr-Ispa, che ha lavorato sul progetto che prevede la produzione di una gran quantità di provitamina D3 nei frutti delle nuove linee.

 

L'Istituto del Cnr ha collaborato con il John Innes Centre di Norwich. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Plants.

 

Il Crispr/Cas9

Più precisamente, per ottenere questa nuova linea di pomodoro è stato utilizzato il Crispr/Cas9: un sistema che usa una proteina chiamata Cas9 e identificata inizialmente nei batteri, in grado di tagliare un Dna bersaglio. 
Alla proteina viene associata una molecola di Rna guida che ha il compito di mantenerla ancorata alla zona del Dna bersaglio, proprio come se fungesse da "guinzaglio".
In questo modo si possono apportare specifiche modifiche nel genoma senza alterare altre regioni del genoma stesso.

 

"Con il sistema Crispr/Cas9 si può introdurre in maniera estremamente specifica una piccola modifica in un gene, in questo caso quello che codifica per l'enzima 7-deidrocolesterolo reduttasi 2 coinvolto nella conversione da provitamina D3 a colesterolo. Così non si può intaccare in nessun modo regioni diverse del genoma della pianta" prosegue la ricercatrice Scarano. "Dopo due generazioni successive, si sono ottenute piante che presentano una sola piccola mutazione stabile".

In parole semplici, questa singola mutazione permette di migliorare solamente una caratteristica della pianta: in questo caso, quella legata alla produzione di vitamina D.

 

Si tratta di tecnologie che si stanno imponendo in molti campi delle scienze, da quelle mediche a quelle agroalimentari, per esempio per correggere delle mutazioni nel Dna.


La luce ultravioletta

Lo studio inoltre mette in risalto l'utilizzo della luce Uv, ovvero della luce ultravioletta. 
L'Uv compone solamente il 10% della luce utile per la fotosintesi e rimane in una lunghezza d'onda molto corta tra i 100 e i 400 nanometri rispetto alla luce visibile: quindi non percepibile all'occhio umano. Tuttavia, le piante riescono ad intercettarla e questo può influire in maniera positiva su alcuni dei loro processi fisiologici. 
"Il trattamento dei pomodori di questa linea con tale luce è stato in grado di convertire la provitamina D3 in vitamina D, aprendo nuove prospettive per la produzione di pomodori in grado di fornire direttamente la vitamina attiva" spiega Angelo Santino, ricercatore presso il Cnr-Ispa che ha lavorato sul progetto.


Il ruolo della vitamina D

La vitamina D è di tipo liposolubile ed influisce su diversi fattori: fra questi regola il metabolismo del calcio influendo perciò sul fenomeno di calcificazione delle ossa, mantiene costante i livelli di calcio e fosforo nel sangue, agisce come ormone per la regolazione di vari organi, controlla l'infiammazione del sistema immunitario. 
Si trova sotto diverse forme, le cui più importanti sono la D3 e la D2.

 

"L'assunzione quotidiana di questa importantissima vitamina può avvenire prevalentemente da fonti animali come latte, uova, olio di fegato di merluzzo e salmone. Gli alimenti di origine vegetale, generalmente verdure verdi, non ne contengono tranne alcuni funghi in grado di produrre provitamina D2, che tuttavia è meno attiva rispetto alla provitamina D3" spiega Angelo Santino. 
"La conversione da provitamina D2 o D3 a vitamina D avviene esponendo la pelle alle radiazioni Uv, che però in maniera prolungata e inadeguata può comportare rischi anche gravi come tumori della pelle. Inoltre, le persone anziane hanno spesso bassi livelli di assorbimento e di traslocazione di provitamina D3/D2 a livello epidermico".

 

"Alcune stime rivelano che circa il 40% della popolazione europea, il 26% di quella americana e il 20% di quella orientale sarebbe a rischio di carenza di vitamina D" conclude Santino.
Tale mancanza può comportare effetti che vanno dal rachitismo alle deformazioni ossee in quanto si registra un contenuto minerale insufficiente.

 

Quindi questo nuovo pomodoro per ora in fase di studio potrebbe essere il potenziale nuovo alleato per ridurre questo tipo di problematica.

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Nuovo pomodoro: un potenziale alleato per ridurre il rischio di carenza di vitamina D (Foto di archivio) Fonte foto: © M.studio - Adobe Stock