Francesco Ferrini, l'intervista al nuovo presidente del Distretto rurale vivaistico ornamentale di Pistoia

Ordinario di Arboricoltura all'Università di Firenze è stato eletto per guidare per i prossimi tre anni il Distretto rurale vivaistico ornamentale di Pistoia. Trasferimento tecnologico, sostenibilità e comunicazione i punti chiave su cui vorrà lavorare

Matteo Giusti di Matteo Giusti

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Il professor Francesco Ferrini
Fonte foto: Università di Firenze

Il professor Francesco Ferrini, ordinario di Arboricoltura generale e Coltivazioni arboree all'Università di Firenze, è stato eletto presidente del Distretto rurale vivaistico ornamentale di Pistoia.

E noi lo abbiamo intervistato per farci spiegare come vorrà portare avanti questo nuovo incarico che lo vedrà alla guida per almeno tre anni di una delle realtà vivaistiche più importanti di Italia e non solo.

Professor Ferrini, come nasce questo suo nuovo incarico?
"Sono stato eletto come presidente del Distretto rurale vivaistico ornamentale di Pistoia su proposta del presidente di Cia Toscana centro Sandro Orlandini. Prima di accettare l'incarico ho chiesto il parere del Rettore dell'Università di Firenze e del direttore del dipartimento di Scienze e tecnologie agrarie, alimentari, ambientali e forestali a cui afferisco come professore. E da parte loro non ho trovato nessuna opposizione, anzi questa nomina è stata vista come un fattore di prestigio per l'ateneo e per il dipartimento stessi. Ed effettivamente è un incarico prestigioso, ma anche impegnativo, per il quale mi sento di avere anche qualche lacuna che dovrò colmare in tempi brevi per poter svolgere al meglio questo mio nuovo ruolo".

E quali sono queste lacune che si sente di avere?
"Queste lacune sono quelle di dover affrontare un compito nuovo, non legato al settore della didattica e della ricerca, ma legato al mondo imprenditoriale e al confronto con la politica, intesa sia in senso lato, sia nel senso della interazione con gli enti con cui dovremo essere costantemente in contatto, a partire dagli enti locali, dall'amministrazione regionale, ma anche, a livello più alto, al ministero e alla Comunità europea.

Quindi attività diverse da quelle che in genere ho fatto fino ad ora. Il presidente di distretto infatti si rapporta non solo con i produttori vivaisti, di cui porta gli interessi, ma anche con le autorità sia all'interno che all'esterno del Distretto. Il distretto del resto è fatto dai vivaisti, ma anche dalle associazioni di categoria, dai comuni, dalla provincia e da altri portatori di interesse del territorio".


Cosa le viene richiesto dal mondo vivaistico e cosa si propone lei come presidente?
"Chiedere non mi è chiesto niente, se non la disponibilità a gestire da non imprenditore questo distretto, di allacciare rapporti sempre più stretti con le autorità, e soprattutto di cercare di far crescere il distretto, rinsaldando anche i rapporti con gli altri distretti rurali regionali e nazionali in un'ottica di razionalizzazione dei servizi, ovviamente nel rispetto di quelle che sono le singole autonomie.

Quello che mi piacerebbe portare avanti è il passare dal pronome io del singolo imprenditore al pronome noi del distretto, che rappresenta tutti coloro che del distretto fanno parte in un insieme di cultura, ma anche di programmazione di lavoro. E' chiaro che non sarà semplice, perché il mondo del vivaismo è un mondo complesso che abbraccia agricoltura, imprenditorialità e infrastrutture, perché il verde, e in particolare il verde pubblico, interessa trasversalmente vari settori. Ci dovrà essere una crescita per quanto riguarda la green economy e l'economia circolare, ci dovrà essere un miglioramento dei servizi alle imprese, e poi si dovrà ovviamente sviluppare il distretto dal punto di vista economico, ma anche tecnologico.

Quindi il distretto dovrebbe essere la sintesi ragionata di buone proposte e iniziative che a me spetta di recepire, di valutare e portare avanti, alcune magari anche come progetti strategici. Poi ci sarà anche da lavorare su alcuni aspetti legati in particolare alla riduzione degli agrofarmaci fino alla loro completa eliminazione, laddove sarà possibile, e al miglioramento dell'uso dell'acqua, che comunque già ora è ottimizzata in molte aziende con sistemi di recupero e riutilizzo".


Lei comunque resta un professore universitario, cosa porterà della sua esperienza e della sua attività accademica al distretto?
"Sì io resto professore all'Università di Firenze e continuo la mia attività di didattica di ricerca, questo incarico è un lavoro in più che si affianca alle altre attività. Quello che spero di portare è il poter trasferire subito quelle che sono le innovazioni della ricerca applicandole al settore produttivo. Uno dei miei compiti quindi dovrà essere proprio il trasferimento tecnologico, da fare con una informazione capillare a tutti i soci del distretto".

Si può pensare anche ad una sezione distaccata dell'Università di Firenze a Pistoia, per quanto riguarda corsi specifici sul vivaismo?
"In passato c'era un distaccamento dell'Università di Firenze a Pistoia con un corso di Scienze vivaistiche, corso che esiste tuttora ma viene fatto a Firenze. Attualmente per i tagli imposti alle università e le politiche gestionali le sedi distaccate sono sempre più ridotte se non chiuse".

Lei da anni fa sensibilizzazione anche sui social e alla radio sulla corretta gestione del verde pubblico, spesso trascurato o malissimo gestito sia da enti pubblici che dai privati. Come affronterà ora questa questione?
"Io da anni, non solo da ora che sono presidente del distretto, sostengo che il vivaio deve essere al centro dello sviluppo del verde pubblico e delle città verdi. Se non si producono e non si acquistano piante di qualità e poi non si fa una gestione di qualità, tutti i soldi investiti sul verde sono soldi buttati. Sono sempre più frequenti le notizie di fallimenti dei nuovi impianti, e la causa non è difficile o complessa da cercare: semplicemente non gli è stata data l'acqua sufficiente. Questo è un esempio di mal gestione che riguarda i nuovi impianti, ma lo stesso deve essere fatto anche per il verde già presente, ad esempio informando i clienti e gli enti pubblici sui corretti interventi di potatura e sulle pratiche per mantenere le piante vitali il più a lungo possibile.

Dal vivaio deve venire una cultura del verde e della sua gestione. Il vivaio non deve essere un grande magazzino dove si compra una pianta e basta, magari usa e getta, ma deve essere come quei negozi di una volta dove il commerciante oltre a vendere un prodotto, quel prodotto te lo fa conoscere. Deve essere un po' come un concessionario che non vende semplicemente un'auto, ma me ne spiega il funzionamento, le caratteristiche e il corretto utilizzo. Il vivaio deve trasformarsi in un centro di cultura e di formazione, e anche di gestione, senza sostituirsi alle ditte che la gestione la fanno di professione, ma magari affiancandole".


Da toscano a toscano, come si troverà un fiorentino a Pistoia?
"Pistoia la conosco e la frequento da più di trent'anni, conosco abbastanza bene le persone e credo che loro conoscano me. In Toscana ogni città ha la sua mentalità, anche se sono città che magari distano trenta chilometri una dall'altra. Non è facile entrare nella mentalità degli altri, l'importante è cercare di metter insieme quelli che sono gli aspetti positivi di ognuno.

Sono stato proposto dal mondo vivaistico pistoiese a guidare questa realtà e sono stato accettato praticamente da tutti, quindi ora tocca a me fare del mio meglio e far fronte alle aspettative. Qualche errore è sicuro che lo farò, cercherò di farne il meno possibile. I pistoiesi in fondo li conosco, non credo ci saranno difficoltà, credo sarà più difficile rapportarsi con le realtà esterne".

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Fonte: Agronotizie

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Tag: interviste vivaismo università vivai

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