Quando piccolo è bello. È il caso delle colture "minori", chiamate così in riferimento alle ridotte superfici dedicate alla loro coltivazione. Infatti, una coltura è considerata minore se la superficie coltivata è inferiore a diecimila ettari, se la produzione non supera le centomila tonnellate annue oppure se il consumo medio è inferiore a 7,5 g/giorno, come ricorda Coldiretti.

Sono minori tante colture ortive, caratterizzate da un'alta varietà di specie e da una forte specializzazione territoriale, come ad esempio aglio, basilico, prezzemolo, radicchio, sedano, finocchio e carote.

Ma anche tante colture legnose, come ad esempio melograno, luppolo, piccoli frutti (come mirtillo, ribes, rosa canina, rovo, sorbo, uva spina), noce, gelso, kaki, fico, corbezzolo e nespolo.


I vantaggi e le opportunità di mercato

È difficile valutare la diffusione di queste colture in Italia a causa della mancanza di dati unitari. Si tratta di colture che occupano spesso superfici statisticamente poco significative e la loro coltivazione è per lo più legata alla storia e alle tradizioni locali, tuttavia possono rappresentare una grande risorsa economica.

Sono infatti delle specie molto importanti in termini di biodiversità non solo agricola ma anche nutrizionale perché capaci di apportare maggiore variabilità all'interno di diete sempre più complesse.

Inoltre, la maggiore globalizzazione dei mercati e il conseguente aumento della competitività stimolano la ricerca di colture nuove. Le colture minori possono rappresentare un'occasione strategica di differenziazione commerciale per le aziende agricole.

Quindi tra le maggiori opportunità offerte da queste colture agli imprenditori agricoli ci sono la differenziazione strategica sui mercati, la valorizzazione e l'interpretazione di nuove domande di mercato e la salvaguardia di varietà territoriali, storiche e uniche.

Attualmente le colture minori incidono per circa il 30% sulla Plv ortofrutticola e molte di esse sono prodotti Igp e Dop, come fa notare Anadiag Italia, centro di saggio riconosciuto dal ministero dell'Agricoltura e dal ministero della Salute.


Perché le colture minori sono poco diffuse?

Il semplice appellativo "minore" sembra creare un ostacolo alla loro diffusione. In realtà la definizione deriva dal regolamento europeo per l'immissione in commercio degli agrofarmaci, che le definisce minori solo in funzione delle piccole superfici di coltivazione in relazione alle colture della stessa categoria, decisamente più diffuse.

Ad esempio, una coltura cerealicola come la lenticchia è definita minore rispetto al grano, in frutticoltura il noce è una coltura minore rispetto al melo e così via, nelle orticole il prezzemolo è una coltura minore rispetto al pomodoro.

Le superfici ridotte non forniscono il giusto ritorno di investimento. La maggior parte delle aziende agrochimiche e del biocontrollo, di conseguenza non sono incentivate ad investire a sufficienza sulla registrazione di nuovi mezzi tecnici di difesa e per la nutrizione. È questo uno dei motivi maggiori che ne rende difficile la coltivazione. Dal punto di vista della difesa fitosanitaria c’è carenza di prodotti registrati, indispensabili per una coltivazione sicura e di qualità.


L'esperienza di Anadiag

Anadiag Italia crede con entusiasmo nel valore aggiunto che le colture minori possono dare. Attualmente l'azienda sta lavorando con diverse realtà facendo da tramite tra il mondo della difesa e le aziende produttrici.

Attraverso prove di campo, screening e consulenza, l'azienda supporta nello sviluppo e nella registrazione di prodotti fitosanitari, biostimolanti e fertilizzanti ma anche sementi e mezzi tecnici per l'agricoltura.

"Chiediamo agli agricoltori le loro difficoltà nella difesa delle coltivazioni e cerchiamo di valorizzare i nostri rapporti con le aziende di prodotti fitosanitari per sensibilizzarle e promuovere nuove registrazioni o estensioni di etichetta di prodotti già in commercio", spiega Stefano Bergaglio di Anadiag Italia.

Le aziende Agricorti e Italian Hops Company, che producono rispettivamente noci e luppolo, sono due esempi di questa attività di collaborazione.

L'azienda Agricorti nei primi anni ’90 ha deciso di destinare parte della loro superficie aziendale alla coltivazione di noci da frutto per ridurre la superficie destinata a seminativi e, quindi, diversificare le coltivazioni in azienda. "Non essendo attratti dalla frutticoltura tradizionale, già presente nel nostro territorio, abbiamo deciso di realizzare un noceto specializzato, che potesse riprendere una coltura storicamente presente in Piemonte, ma adottando tecniche all'avanguardia per quanto riguarda la sua coltivazione", racconta Agricorti.

A partire dai primi impianti le difficoltà sono state tante. Essendo il noce una coltura poco diffusa hanno dovuto mettere a punto le tecniche agronomiche di coltivazione, difesa, raccolta e selezione del prodotto. Inoltre, negli ultimi anni l'azienda ha dovuto fare i conti con una crescente concorrenza di prodotto proveniente dall'estero a prezzi più bassi tali da rallentare non solo la loro commercializzazione ma anche quella nazionale.

Nonostante ciò, grazie al loro impegno e alla costante dedizione dimostrata nel tempo, molti si sono rivelati anche i lati positivi: "puntando sempre a commercializzare un prodotto di qualità siamo riusciti a crearci canali commerciali vendendo a nostro marchio".

La collaborazione con Anadiag Italia è nata perciò da una reciproca esigenza di nuovi prodotti fitosanitari registrati. Da una parte Agricorti con la necessità di testare ed avere a disposizione nuovi prodotti per strategie di difesa più complete e puntuali, dall’altra Anadiag capace di coinvolgere le aziende dell'agrochimica per sensibilizzare verso la necessità di registrazione di nuovi prodotti per colture minori. Il tutto arricchito da uno scambio continuo di informazioni tecnico agronomiche tra le due aziende.

Italian Hops Company è stata invece la prima azienda a produrre luppolo in scala commerciale in Italia a partire dal 2014. Nessuno allora coltivava luppolo, nonostante negli stessi anni si stesse fortemente sviluppando il settore dei birrifici artigianali e della birra locale.

Italian Hops Company si è quindi mossa in un contesto pioneristico con l'ambizioso obiettivo di sviluppare e coltivare linee genetiche di luppolo autoctone italiane.

Le criticità hanno riguardato inizialmente l'imperizia e l'assenza di macchinari e professionisti competenti per tutte quelle forniture legate alla produzione e alla lavorazione. Ma il risultato è stato lo sviluppo di una grande esperienza e competenza a 360 gradi sulla coltivazione e lavorazione del luppolo.

"L'attività di sperimentazione avviata tra Italian Hops Company, Anadiag Italia e Università di Parma è una collaborazione di fondamentale importanza per lo sviluppo di tecniche e protocolli adatti alla coltivazione del luppolo, grazie alla quale sono stati implementati e riconosciuti alcuni principi attivi utili ed indispensabili" specifica Italian Hops Company.