Anche l'Italia avrà la sua uva senza semi

Se i consumatori premiano l'uva apirena ad oggi la quasi totalità delle varietà sono club, con pesanti royalties da pagare per la coltivazione. Un'alleanza fra il Crea e i produttori potrebbe però cambiare le cose

Tommaso Cinquemani di Tommaso Cinquemani

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I consumatori apprezzano sempre di più l'uva senza semi (Foto di archivio)
Fonte foto: © M. Bonotto - Fotolia

Si sa, è il mercato a dettare legge, anche in agricoltura. E così l'Italia, che per anni ha potuto vantare l'eccellenza delle sue varietà di uva da tavola, negli ultimi tempi sta perdendo quote di mercato in favore delle varietà senza semi. Al consumatore l'apirenia piace: l'uva si può mangiare senza il pensiero dei semi, anche non seduti a tavola e i bambini ne sono ghiotti.

Il problema è che la quasi totalità delle uve seedless è concessa in licenza e gli agricoltori che vogliono coltivarla devono pagare pesanti royalties. Qualcosa però si sta muovendo perché nel 2018 il Crea Viticoltura ed enologia ha firmato un accordo con un consorzio di produttori di uva da tavola e ha dato vita al progetto Nuvaut.

Nuvaut ha come obiettivo quello di testare in campo cento nuove varietà, la maggior parte delle quali senza semi, per poi selezionare quelle che meglio si adattano alla coltivazione negli areali nostrani e incontrano il favore dei consumatori.

"Oggi la maggior parte delle varietà seedless è americana, greca o nordafricana", racconta Riccardo Velasco, direttore del centro Crea Viticoltura ed enologia. "Con il progetto Nuvaut abbiamo come obiettivo quello di selezionare e testare varietà senza semi che potranno essere coltivate liberamente dai viticoltori italiani".

Per selezionare nuove varietà attraverso incroci tradizionali servono molti anni. A che punto è la sperimentazione?
"Il progetto Nuvaut raccoglie l'eredità di un lavoro iniziato dal Crea quindici anni fa e che oggi è alle battute finali. Abbiamo oggi cento varietà, molte delle quali apirene, che non aspettano altro di essere testate in campo. Trentasei sono già state registrate e consegnate ai viticoltori che le stanno provando sul territorio e ci aspettiamo che entro il 2023 le prime dodici, se considerate idonee, arriveranno sugli scaffali dei supermercati. Ma il progetto ha una durata molto più lunga e da qui al 2028 saranno testate tutte e cento le varietà".

Quanto è stato importante l'accordo firmato con il Consorzio dei viticoltori pugliesi?
"È stato fondamentale sia dal punto di vista delle risorse finanziarie ma soprattutto perché ci ha permesso di testare le varietà sul larga scala e in condizioni reali di campo. Avendo diversi ettari vitati con le nuove varietà per noi è possibile studiare la risposta delle piante alle diverse condizioni ambientali e ai diversi tipi di gestione agronomica".

Quali sono le caratteristiche che cercate nelle nuove viti?
"Sono molteplici. Prima di tutto la facilità di gestione a livello agronomico; parliamo di suscettibilità alle malattie, sviluppo della pianta e del grappolo, risposta ai mezzi tecnici e tanto altro ancora. In secondo luogo le nuove varietà devono rispondere ai gusti dei consumatori e quindi non solo essere senza semi, ma anche avere acini grandi, croccanti, di un colore intenso. I test sono fondamentali per sfrondare tra le cento varietà selezionate quelle che non sono adatte perché non performanti oppure perché non apprezzate dai consumatori".

Come ben ricordava la maggioranza delle varietà è oggi club, che cosa ne sarà invece di quelle che state testando?
"Una volta testate e registrate saranno messe in commercio e tutti i viticoltori potranno acquistarle senza dover pagare royalties. Ovviamente le aziende viticole che partecipano al consorzio potranno accedere a questo materiale in maniera agevolata".

Sono ormai alcuni anni che il 'senza semi' si è affermato come trend di mercato. Non era possibile arrivare prima all'ottenimento delle varietà seedless italiane?
"Quando si imposta un lavoro di miglioramento genetico si fa una scommessa sul futuro. Nessuno può dire con certezza che cosa piacerà ai consumatori tra quindici o venti anni eppure per selezionare e testare nuove varietà sono questi i tempi richiesti. Per fortuna il Crea Viticoltura ed enologia, molto prima che io fossi direttore, ha avuto la lungimiranza di intraprendere questo lavoro di miglioramento genetico che oggi ci permette di avere ben cento nuove varietà da testare".

© AgroNotizie - riproduzione riservata

Fonte: Agronotizie

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Tag: viticoltura mercati interviste accordo

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